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Altro che vittoria schiacciante: per il presidente russo, Vladimir Putin, si profila una fragorosa – e inattesa – sconfitta militare. Ne è convinto il generale Carlo Jean, esperto di strategia militare e presidente del Centro Studi di Geopolitica Economica. Uno dei maggiori esperti di geopolitica del nostro Paese. In un’intervista concessa all’agenzia di stampa Agi, Jean osserva che “Putin deve ingoiare la pillola amara e convincersi al ritiro”, per poi “contribuire finanziariamente alla ricostruzione di quel che ha distrutto in Ucraina. Dirò di più: se non esisteva una nazione ucraina lui è riuscito a crearla. E se la Nato era in disfacimento, Putin l’ha ricostituita: dovrebbero dargli una medaglia d’onore…”. Con la sua decisione di invadere l’Ucraina, dunque, il leader del Cremlino avrebbe commesso il grave errore di ricompattare i suoi avversari, ridare slancio all’Alleanza Atlantica e isolare Mosca a livello internazionale.

Carlo Jean: “I russi non sono strutturati per una guerra così”

Ma da dove arriva questa convinzione del genere? “I russi – spiega – mancano di fanteria perché si sono ristrutturati per la guerra contro eserciti corazzati e meccanizzati come quelli della Nato. Pertanto i gruppi tattici di battaglione impiegati dai russi hanno meno di 200 fanti su mille uomini. E in una guerra poco convenzionale, i difensori che conoscono bene il terreno e si nascondono tra boschi e macerie finiscono per avere la meglio infliggendo perdite notevoli”. Per i russi non basterà fare ricorso all’aviazione per vincere, secondo Jean: “Il bombardamento delle città è leggero, non tanto perché i russi non vogliano distruggere i palazzi, ma perché non sono attrezzati: hanno pochi bombardieri. Sparano con artiglieria e lanciano missili, con cui più che altro si terrorizza la popolazione. Non è tanto una tattica voluta, quanto dettata dalla disperazione”.

La Russia, insomma, sarebbe un po’ un gigante dai piedi d’argilla secondo quest’interpretazione della guerra in corso, giunta alla quarta settimana. Secondo The National Interest, l’errore di Putin è stato quello di sottovalutare gli avversari: “Le aspettative della Russia di una vittoria relativamente rapida e a basso costo in Ucraina si basavano sulle loro valutazioni parziali delle capacità militari dell’Ucraina e sulla sottovalutazione della sua leadership”. Zelensky, infatti, è riuscito a radunare “la resistenza contro gli invasori russi e ribaltare la situazione” dal punto di vista della propaganda. “Invece di fuggire in salvo in un altro Paese come si aspettava Putin – nota la rivista americana –  Zelenskyy è diventato un simbolo di sfida nazionale mentre comunicava con i leader della Nato e altri al di fuori dell’Ucraina”. Altri esperti, tuttavia, la vedono in maniera diametralmente opposta.

L’opinione del generale Fabio Mini

Di tutt’altro avviso, ad esempio, il generale Fabio Mini, già comandante della missione KFOR in Kosovo dal 2002 al 2003, analista militare e firma di Limes. Intervistato da Tpi, infatti Mini nota che i russi “sono arrivati a Kiev in cinque giorni”, ma “hanno anche corso con il freno a mano tirato”. Le truppe russe, infatti, “erano sostanzialmente ferme in attesa di quel che accadeva sugli altri fronti: wait and see”. E l’enorme colonna di mezzo verso la capitale? Secondo il generale, trattasi di un’operazione di “teatro strategico”. In buona sostanza si tratta di “una minaccia, una pressione, una deterrenza. Ma esercitata con la consapevolezza di dover attendere per affrontare gli eventi”. Gli aerei, nota sempre il generale, “non salgono sopra i 4.000 metri, esponendosi alle contraeree per evitare l’effetto Grozny e una esplosione di vittime. Non è una preoccupazione umanitaria ma tattica”. Se avessero voluto, spiega Mini, e “se avessero fatto le operazioni dure, come noi in Iraq, avrebbero già carbonizzato tutto”.

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