Skip to content
Guerra

L’Onu indaga sugli abusi in Afghanistan, gli Usa non si oppongono. Un passo verso la fine dell’impunità

Promosso dall'Unione Europea, il mandato all'Onu di indagare sugli abusi in Afghanistan non è stato impugnato dagli Usa.
Afghanistan

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha approvato l’avvio di una nuova indagine sulle violazioni commesse in Afghanistan. Il mandato, promosso dall’Unione Europea e adottato il 6 ottobre senza voto, potrebbe avere conseguenze giudiziarie sia per i Talebani, al potere dal 2021, sia per le forze straniere che hanno operato nel Paese, comprese quelle statunitensi e della coalizione NATO. Questa decisione riapre un capitolo controverso della guerra ventennale in Afghanistan e potrebbe mettere in discussione non solo le autorità talebane ma anche gli ex protagonisti della presenza militare occidentale.

La reazione americana e il peso della politica

Gli Stati Uniti, che si sono ritirati nel 2021 dopo anni di occupazione, si sono storicamente opposti a indagini internazionali sulle proprie truppe, arrivando nel 2020 a imporre sanzioni contro la Corte Penale Internazionale (CPI) durante la presidenza Trump. Il portavoce del Dipartimento di Stato ha ribadito che Washington “non tollererà organizzazioni internazionali che tentano di esercitare giurisdizione illegittima sulle truppe americane”. Tuttavia, l’amministrazione attuale non ha bloccato la mozione UE, limitandosi a sostenere la necessità di indagare sugli abusi dei Talebani, in particolare contro le donne e la libertà di espressione.

La risoluzione affida agli investigatori ONU un mandato “completo” e privo di scadenze, simile alle indagini sulle atrocità in Siria e Myanmar. L’obiettivo è raccogliere prove utilizzabili in eventuali procedimenti per crimini di guerra o crimini contro l’umanità. La CPI aveva in passato de-prioritizzato i crimini attribuiti alle forze USA a causa delle pressioni politiche, ma l’ONU ora punta a colmare quel vuoto. Paesi come Regno Unito e Australia hanno condotto inchieste interne, ma con esiti giudiziari marginali.

La sfida al ciclo dell’impunità

Per Fereshta Abbasi, ricercatrice di Human Rights Watch per l’Afghanistan, si tratta di “un passo significativo per spezzare un ciclo di impunità durato decenni”.
Gruppi locali e internazionali per i diritti umani chiedevano da anni un’azione simile, resa più urgente dal peggioramento delle restrizioni imposte dai Talebani sui diritti delle donne e sul dissenso politico. Le autorità talebane insistono invece sul fatto di rispettare i diritti “in linea con la legge islamica”, rivendicando legittimità sovrana.

Geopolitica della giustizia internazionale

Il via libera all’inchiesta non è privo di controversie. La Cina ha criticato il costo stimato di 9,2 milioni di dollari in tre anni, definendolo eccessivo in un momento di crisi di bilancio delle Nazioni Unite e sbilanciato a sfavore di Kabul. L’indagine segna però un tentativo di riaffermare la centralità del diritto internazionale umanitario in un contesto in cui la giustizia globale spesso si piega ai rapporti di forza geopolitici.

L’esito dipenderà dalla reale cooperazione delle parti coinvolte e dalla capacità dell’ONU di garantire protezione ai testimoni in un Paese ancora instabile. Il rischio è che, senza strumenti coercitivi efficaci, l’inchiesta resti un atto simbolico.
Ma per le vittime afghane rappresenta una possibilità, finora negata, di vedere riconosciute le responsabilità dei crimini subiti, indipendentemente da chi li abbia commessi.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.