C’è un’altra escalation, oltre a quella bellica, che sta andando in scena durante le guerre israeliane in Medio Oriente: è quella che riguarda la repressione mediatica e delle opinioni critiche su Israele. Lo dice nel suo rapporto annuale il Comitato speciale delle Nazioni Unite che si occupa, a partire dal 1968, di monitorare l’occupazione delle terre palestinesi. Se ha fatto scalpore la parte dell’inchiesta sulle operazioni israeliane a Gaza, “coerenti con le caratteristiche del genocidio” e le serie preoccupazioni sul fatto che Israele stia “usando la fame come arma di guerra” e stia attuando un “sistema di apartheid” in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, c’è un paragrafo passato in secondo piano: quello che denuncia un’azione coordinata tra governo di Tel Aviv e le piattaforme social per ostacolare l’accesso globale a informazioni critiche.
L’ONU arriva a queste conclusioni dopo aver illustrato i modi in cui la censura inizia proprio in Israele, prendendo di mira giornalisti e proteste in piazza con modalità particolarmente brutali. Il Governo di Benjamin Netanyahu ha approvato leggi che danno mandato alla polizia di arrestare palestinesi e pacifisti allargando a più non posso la definizione di incitamento al terrotismo, ha spinto per mettere fuori legge partiti filoarabi e ha chiuso la sede di Al Jazeera – una voce cruciale per capire cosa succede in Medio Oriente vista la passività di molti canali occidentali.
Tra il 7 ottobre e il 27 marzo, scrive il Comitato, la polizia israeliana ha denunciato quasi 700 persone sfruttando la Legge sul Controterrorismo del 2016: 590 erano palestinesi. Nella West Bank, dove Hamas non c’è, le autorità hanno arrestato fotoreporter che documentavano i raid dei coloni violenti (in cerca di espansione per insediamenti dichiarati illegali dall’Onu) oppure cittadini comuni che su Facebook avrebbero minimizzato la gravità degli attacchi del 7 ottobre.
Ma è ovviamente nei Territori occupati che si palesa, materialmente, la tomba del giornalismo: decine di reporter palestinesi uccisi, feriti o arrestati, in particolare a Gaza. E mentre ai cronisti occidentali non è concesso di entrare nella Striscia, l’IDF porta con sé teorici islamofobi di estrema destra come il britannico Douglas Murray, ora accolto da Donald Trump a Mar-a-Lago, che si è fatto fotografare trionfante sulla sedia dov’è stato ucciso Yahya Al-Sinwar. Nel frattempo, un corrispondente dell’israeliana Channel 12 di Israele faceva esplodere una casa nel Libano meridionale davanti alle telecamere.
Il cuore dell’inchiesta riguarda comunque l’alleanza tra Netanyahu e social media, un aspetto troppo spesso occultato dal dibattito pubblico: il Comitato Speciale ricorda che soltanto nei 50 giorni successivi al 7 ottobre il governo israeliano ha presentato a TikTok e Meta (la società che controlla Facebook e Instagram) almeno 21.000 richieste di rimozione di contenuti sui social media: il 92% è stato approvato. Secondo l’ONU, i post che mostravano una “prospettiva pro-palestinese” sono stati rimossi “in modo sproporzionato” rispetto ai post che incitavano alla violenza contro i palestinesi, inclusi soldati e funzionari pubblici israeliani.
Non è finita qui: secondo l’ONU, le piattaforme social in questione hanno avuto la tendenza a equiparare a manifestazioni filo-terroriste e all’antisemitismo anche le critiche dure al governo israeliano, o le richieste di cessate il fuoco umanitario. Pesi e misure diverse, insomma, adoperate sugli alleati geopolitici rispetto agli avversari interni. Tutto questo avviene mentre molte persone di sinistra stanno annunciando il loro addio a X (fu Twitter) per protesta contro quelle che vengono percepite come policy reazionarie, o favorevoli alle narrazioni xenofobe.
Il Comitato insomma chiede alle piattaforme non solo di limitare la propria complicità con il governo Netanyahu durante la guerra, ma sembra denunciare la sempre più impellente necessità di uno statuto speciale per le richieste israeliane, visti i modi in cui indirizzano una sorveglianza online illegale e discriminatoria nei confronti dei palestinesi.
Paradossalmente, però. sono stati proprio i video condivisi sui social media dai soldati israeliani a Gaza, e lasciati intonsi da Instagram o TikTok, a offrire al pubblico uno sguardo senza censure sul conflitto in corso a Gaza, con filmati che rivelano episodi di distruzione e vandalismo che colpivano case e civili. Il New York Times, attraverso un’analisi di centinaia di questi video, ha documentato soldati che si dedicano alla devastazione di negozi e case private, a demolizioni puramente vendicative e alla derisione delle donne palestinesi – persino indossando la loro biancheria intima.
La tolleranza dei social per i video osceni dell’IDF ha giocato un brutto scherzo all’immagine di Israele nel mondo.
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