Mentre alla Casa Bianca è stato eletto un leader che si dichiara pronto a lasciare ancora più mano libera al governo israeliano nella sua guerra contro i vicini, è stata una settimana difficile per l’immagine globale di Israele. Un Comitato speciale delle Nazioni Unite, istituito nel 1968 per monitorare l’occupazione israeliana, ha dichiarato giovedì che le operazioni militari di Israele a Gaza sono “coerenti con le caratteristiche del genocidio”. La parola tabù nella stampa occidentale è stata pronunciata per la prima volta giovedì dall’organismo internazionale più importante, e come se non bastasse nello stesso giorno un rapporto di Human Rights Watch (HRW) ha denunciato che lo sfollamento forzato dei gazawi da parte di Israele costituisce un “crimine contro l’umanità”.
L’ONU, usando per la prima volta un linguaggio così duro, ha evidenziato “vittime civili di massa e condizioni di vita insostenibili intenzionalmente imposte ai palestinesi” da parte di Israele, riferendosi alla rappresaglia contro Hamas nel periodo che va dal 7 ottobre 2023 fino a luglio 2024. Ha accusato Israele di bloccare gli aiuti umanitari, di colpire deliberatamente i civili, di utilizzare la fame come metodo di guerra. Secondo il Comitato, queste pratiche rappresentano una vera e propria punizione collettiva contro la popolazione palestinese e sono in violazione delle direttive dell’ONU e della Corte Internazionale di Giustizia.
HRW, da parte sua, ha affermato che “lo sfollamento forzato di civili fa parte di una politica statale israeliana e costituisce un crimine contro l’umanità”. Ha anche indicato che numerosi atti di trasferimento forzato equivalgono a crimini di guerra.
Inutile dire che Israele ha respinto le accuse di HRW definendole “completamente false”, sostenendo che le sue azioni sono mirate esclusivamente a smantellare “le capacità terroristiche di Hamas” e non contro la popolazione di Gaza, senza tuttavia rispondere al rapporto ONU. La guerra in corso a Gaza ha rappresentato comunque una catastrofe per la capacità di fare egemonia culturale dello Stato ebraico: si pensi all’ultima dichiarazione di Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, ha descritto Gaza come una “terra desolata apocalittica”, ha parlato di “pulizia etnica” e – cosa mai vista a quei livelli – ha proposto un divieto di importazione sui prodotti dagli insediamenti israeliani, di rivedere l’Accordo di associazione con l’Ue e addirittura di sospendere il dialogo politico con Israele, qualora non ci siano cambiamenti, poiché “non possiamo continuare come se nulla fosse dopo un anno di appelli ignorati”.
Posizioni solitamente relegate all’estrema sinistra, e ora invece sdoganate a Bruxelles nonostante, sul campo, nulla sembri poter fermare Netanyahu. Non certo i futuri membri dell’amministrazione statunitense nominati dal neoeletto Donald Trump, che a guardare le dichiarazioni passate sembrano fare a gara a chi è più vicino alla destra etno-nazionalista di Tel Aviv, ai coloni ortodossi fanatici e complici dei loro sogni di espansione degli insediamenti illegali. E nemmeno, va detto, l’attuale amministrazione, con gli Stati Uniti che hanno prevedibilmente dichiarato di non concordare con le conclusioni dell’ONU, definendole “infondate”.
Mentre la comunità internazionale resta divisa, la guerra ha devastato la popolazione civile di Gaza, con oltre 120.000 palestinesi uccisi, e ha esportato le tensioni in Europa, con scontri ad Amsterdam e allo Stade de France tra nazionalisti israeliani e comunità locali. L’ONU ha stimato che 1,9 milioni di persone sono state sfollate internamente, una cifra che rappresenta quasi l’intera popolazione prebellica della Striscia di Gaza, e ha evidenziato come i bombardamenti israeliani abbiano distrutto infrastrutture critiche, creando una catastrofe ambientale. Gli ospedali sono al collasso, mentre il blocco degli aiuti impedisce l’accesso a medicine e generi alimentari essenziali.
Anche HRW ha chiesto alla Corte Penale Internazionale di indagare su Israele per i crimini commessi, ma la comunità internazionale rimane impotente, più che divisa, e non sembrano esserci Paesi terzi abbastanza influenti per fermare il bagno di sangue, o perlomeno l’afflusso di armi a Israele.
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