Guerra /

Qualche giorno fa ha destato scalpore oltre Manica, la notizia che il governo britannico ha dispiegato un contingente di truppe in Arabia Saudita all’insaputa del parlamento (e dell’opinione pubblica). Si tratta di uomini del 16esimo reggimento di artiglieria che operano un radar tipo Giraffe di fabbricazione svedese a difesa dei campi petroliferi sauditi, così si legge sul quotidiano The Independent.

Il radar Giraffe, che opera nel medio e corto raggio, è stato dispiegato in Arabia Saudita già da febbraio di quest’anno e viene utilizzato per rilevare i possibili attacchi con droni o sistemi missilistici come quelli che, l’anno scorso, hanno colpito alcune infrastrutture petrolifere saudite.

Secondo il Ministero della Difesa britannico i giacimenti petroliferi di Riad sono “infrastrutture economiche critiche” e che Londra, proprio a seguito degli attacchi del 14 settembre 2019, ha avviato una collaborazione con il Ministero della Difesa saudita e altri partner internazionali per “considerare come rafforzare la difesa della sua infrastruttura economica critica dalle minacce aeree”.

Di questa operazione, a quanto pare, non c’è traccia se non nel rapporto annuale sulla Difesa del 2020, dove, al capitolo “proiettare la nostra influenza globale”, si legge, nel paragrafo “Medio Oriente e Nord Africa”, che Londra ha dispiegato un radar Giraffe a Riad a febbraio 2020 per aiutare l’Arabia Saudita a tracciare meglio e identificare gli oggetti volanti nel suo spazio aereo.

Il portavoce del Ministero della Difesa non risponde alle domande sul motivo per cui non era stato fatto alcun annuncio in parlamento o altrove in merito al dispiegamento di truppe britanniche su suolo saudita, limitandosi a dire che l’operazione, che è attualmente ancora in corso, costa circa 840mila sterline (930mila euro) ai contribuenti britannici.

La notizia, si diceva, ha destato scalpore e indignazione nell’opposizione politica: viene infatti rimarcato che il governo non solo ha venduto armi a un governo impegnato in un conflitto (quello in Yemen) in cui vengono commessi azioni criminali contro i civili, ma è anche privo di “morale” per aver dispiegato truppe a sostegno di Riad.

Il riferimento è al divieto, rimasto in vigore fino allo scorso luglio, imposto dalla Corte d’appello di autorizzare le esportazioni militari a causa dei timori che le forze saudite stessero commettendo crimini di guerra nel loro conflitto con i ribelli Houthi in Yemen.

Attualmente risulta sia in corso un’azione legale nei tribunali britannici per ripristinare tale il divieto, che il governo ha fatto decadere in estate dopo aver ritenuto che i 500 presunti crimini di guerra fossero solo “possibili” violazioni del diritto internazionale umanitario e fossero comunque “incidenti isolati”.

Come spesso accade in politica si mescolano i piani e si tende a colpire l’avversario sul piano morale confondendo gli ambiti. Se è lecito, per un governo, decidere di bloccare le esportazioni di armi verso un Paese che si ritiene le utilizzi per compiere crimini di guerra (ma bisognerebbe aprire un’ampia parentesi su cosa sia un crimine di guerra in un conflitto asimmetrico non dichiarato), risulta difficile accusarlo di “amoralità” per aver inviato assetti radar, quindi puramente difensivi, a un partner che ha richiesto assistenza.

La stessa decisione, peraltro, è stata seguita da altri Paesi, come lo stesso portavoce della Difesa britannico aveva accennato. Sappiamo infatti che, proprio nel medesimo periodo, la Francia ha inviato in Arabia Saudita un altro radar militare per sorvegliare gli approcci orientali alla penisola araba, sempre per via degli attacchi alle installazioni petrolifere portati l’anno precedente.

Come riportato da Le Figaro il 17 gennaio il Ministero della Difesa francese aveva annunciato la creazione della Task Force Jaguar sempre imperniata sul medesimo radar Giraffe. Il giorno precedente Emmanuel Macron aveva fatto riferimento a misure di “rassicurazione” del regno saudita dopo i bombardamenti che hanno colpito le sue installazioni petrolifere.

Già in occasione di un viaggio a Manama (Bahrein) alla fine di novembre 2019 l’Eliseo aveva lasciato intendere le sue intenzioni quando il ministro della Difesa, Florence Parly, aveva annunciato il dispiegamento di un sistema di allerta precoce nel Golfo che avrebbe incluso un sofisticato radar destinato a prevenire nuovi attacchi.

Sebbene quindi l’Arabia Saudita non sia appoggiata in modo ufficiale dai Paesi occidentali nel suo conflitto contro gli Houthi, che periodicamente ha dei parossismi da ambo le parti che vedono coinvolgere anche il traffico navale petrolifero (unico obiettivo effettivamente pagante per gli Houthi), Riad può contare su “amicizie” che si schierano in difesa di quegli assetti considerati universalmente strategici come gli impianti petroliferi. Del resto il flusso di greggio verso l’Europa e l’Occidente è fondamentale che resti costante e quindi le cancellerie si sono adoperate affinché le infrastrutture dell’industria Oil&Gas siano protette da attacchi esterni. Più che un conflitto asimmetrico tra Iran (e i suoi proxy) e l’Arabia Saudita (e i suoi partner) qui si tratta esclusivamente di un mero calcolo economico e commerciale: le linee di rifornimento del greggio e la sua catena di produzione (estrazione e raffinazione) devono restare aperte.