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La morte di Mohsen Fakhrizadeh non resterà impunita. È questo il messaggio che continuano a ripetere a Teheran dal giorno in cui lo scienziato, alla guida del programma nucleare iraniano, è stato freddato su una strada della provincia di Damavand, nei pressi di Absard. Le autorità iraniane hanno annunciato che il “martirio” di Fakhrizadeh sarà presto seguito da una vendetta contro i suoi autori. E il giorno del funerale dello scienziato iraniano, si moltiplicano i dettagli sulla sua morte ma anche le ipotesi su se e come avverrà la rappresaglia dei Guardiani della Rivoluzione.

Commando e armi hi-tech

Non sono ancora chiarite le modalità con cui è avvenuto l’assassinio di Fakhrizadeh. Gli indizi, veri o presunti, portano le indagini delle autorità iraniane a puntare il dito contro il nemico di sempre, Israele. Ma sono ancora molti i punti interrogativi dietro quello che è ormai a tutti gli effetti un caso internazionale e forse l’inizio di un’inquietante escalation.

Uno dei primi quesiti è legato alla presenza o meno dei sicari sul luogo del delitto. Secondo le ipotesi rilanciate per prima dai media, l’omicidio sarebbe avvenuto grazie all’intervento di un commando di più di una dozzina di uomini distribuiti tra un pick-up e quattro moto, mentre un furgone della Nissan era carico di esplosivo. Tra le 14 e le 14:30, Fakhrizadeh, scortato da altre due macchine, si muoveva lungo Absard Road fino a raggiungere il camioncino carico di esplosivo, che veniva fatto detonare. L’esplosione avrebbe bloccato il percorso delle auto e a quel punto sarebbe scattato l’agguato, con il fuoco di alcuni tiratori scelti e di altri uomini del commando che avrebbero ucciso il fisico nucleare iraniano a colpi di mitra per poi fuggire. Questa l’ipotesi più accreditata e che metterebbe in luce i buchi (importanti) nel rigido protocollo di sicurezza intorno a una delle figure più eminenti del panorama scientifico-militare dell’Iran. Una trappola del genere in un percorso noto – l’uomo era dai suoceri, dunque su una strada ben conosciuta – è una falla inaccettabile per un Paese in perenne stato di guerra.

Tuttavia, mentre si consolida l’ipotesi commando, un’altra idea ha iniziato a farsi largo tra gli addetti ai lavori iraniani. La prima agenzia a parlare di una seconda ipotesi sull’assassinio è stata Fars, secondo cui Fakrizadeh non sarebbe stato ucciso da un gruppo di uomini a bordo di moto e pick-up Hyundai, bensì da una mitragliatrice azionata a distanza a bordo di un’automobile. Lo scienziato sarebbe sceso dall’auto dopo aver sentito un rumore sospetto. La mossa imprudente gli sarebbe stata poi fatale, perché in quel momento si sarebbe attivato il mitragliatore di fabbricazione israeliana. Una scena da film confermata anche dal segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, il contrammiraglio Ali Shamkhani, secondo il quale i servizi segreti iraniani non sarebbero riusciti a evitare la morte di Fakhrizadeh per via dell’utilizzo di “metodi innovativi”. “Il nemico ha utilizzato metodi completamente nuovi, professionali e speciali e, sfortunatamente, hanno avuto successo”, ha confermato al funerale dello scienziato lo stesso Shamkhani. Il contrammiraglio ha poi rivelato che in base alle indagini non vi sarebbero stati uomini sul luogo dell’assassinio e che secondo l’intelligence di Teheran potrebbe esserci anche lo zampino dei Mojahedin-e-Khalk o Mek.

Quello che è certo è che se tutti puntano gli occhi su Israele, è altrettanto vero che le armi di fabbricazione israeliana presenti, a detta di Teheran, sul luogo della strage, potrebbero essere del tutto fuorvianti. Il Mossad non avrebbe avuto difficoltà a usare armi senza il logo dello Stato ebraico o di altra fabbricazione. Così come è facile, per gruppi terroristi i para-terroristi ottenere armi made in Israele in Medio Oriente.

Il rischio di una rappresaglia

Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha affermato che la vendetta per l’assassinio di Fakhrizadeh arriverà “al momento giusto e in modo appropriato”. Una frase non troppo diversa, nei toni, da quella della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che ha promesso una “punizione definitiva” per chi ha commesso il brutale omicidio.

Difficile prevedere se ci sarà una rappresaglia e come. Dopo la morte di Qasem Soleimani, lo stratega della guerra di Teheran in Medio Oriente, in molti si aspettavano una reazione decisa da parte della Repubblica islamica e dei Pasdaran. Tuttavia la scelta poi di lanciare missili (rivelatisi devastanti ma non troppo precisi) sulle basi americane in Iraq non è apparsa adeguata al valore dell’uccisione di Soleimani. L’Iran ha preferito un profilo più basso, nonostante non si sia mai fermata nel progettare piani e colpire anche attraverso la rete informatica.

Questa volta, complice anche il coronavirus, sembra difficile scommettere su un’escalation militare di tipo tradizionale. Troppi i rischi nel movimentare il fronte settentrionale israeliano grazie a Hezbollah o incendiando alcuni punti del territorio palestinese. Mentre in Siria, le milizie filo-iraniane sono da tempo sottoposte ad attacchi chirurgici dell’aviazione israeliana. Inoltre, l’assenza di turisti comporta anche una minore capacità di mimetizzarsi o sfruttare l’arrivo di persone per colpire obiettivi sensibili.

Tutti motivi per cui si tende a credere che una rappresaglia potrebbe essere di livello cibernetico o missilistico o riguardante le già bollenti acque del Golfo Persico. Una risposta diretta verso siti strategici di Israele o contro alleati Usa davanti alle coste iraniane. Secondo il portale Middle East Eye, un’alta fonte degli Emirati Arabi Uniti avrebbe rivelato che il governo iraniano ha contattato Mohammed bin Zayed, principe di Abu Dhabi e leader degli Emirati, minacciando che avrebbe colpito con missili da crociera in caso di attacco da parte americana. Ipotesi paventata negli ultimi briefing con l’intelligence d Donald Trump ma messa a tacere dal Pentagono, specialmente perché il passaggio di consegne con Joe Biden è ormai imminente e nessuno vuole lasciare in ereditò al prossimo presidente un conflitto con l’Iran. Idea che non piace nemmeno al governo della Repubblica islamica, tanto che il potente ministro degli Esteri Mohammed Zarif ha detto di non volere con Biden un rapporto conflittuale, chiedendo di mettere da parte le ostilità “inutili”. Un tema da non sottovalutare: se l’Iran parla solo di Israele e non accusa apertamente e direttamente gli Stati Uniti, il segnale che invia è quello di un desiderio di dialogo, seppur segreto.

Proprio per questo motivo, è Israele in questo momento a essere particolarmente preoccupato, dal momento che l’Iran accusa apertamente il Mossad, è chiaro che la rappresaglia avverrà contro lo Stato ebraico. Il generale Aviv Kohavi, vertice dell’esercito di Israele, ha detto che i suoi uomini sono “totalmente pronti contro ogni aggressione”. Aggressione minacciata da Khamenei e sponsorizzata da un piccolo ma influente quotidiano conservatore iraniano, Kayhan, che ha suggerito a Teheran di colpire il porto di Haifa. Un consiglio da tenere sotto stretto controllo visto che il direttore della testata, Hossein Shariatmadari, è considerato uno dei principali consiglieri di Khamenei. Il tutto mentre non si sottovaluta l’uso delle armi cyber, di cui l’Iran è una delle maggiori potenze mondiali.

Un nuovo omicidio in Siria?

Le notizie che arrivano dal Medio Oriente non sembrano comunque confortanti per un futuro senza escalation militare. A poche ore di distanza dal funerale di Fakhrizadeh, Al-Arabiya ha parlato di un altro assassinio tra i Pasdaran, quello di Muslim Shandan, comandante pasdaran che sarebbe avvenuto al confine tra Iraq e Siria. Secondo le prime informazioni, riportate solo dai media, l’attacco sarebbe avvenuto attraverso un drone. Il rischio di un’esplosione della tensione è dietro l’angolo.

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