L’omicidio di Soleimani e la dottrina della minaccia imminente

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L’omicidio di Qasem Soleimani in Iraq è stato legittimato dagli Stati Uniti con l’argomento secondo il quale il generale iraniano avrebbe rappresentato un’imminente pericolo. Da un punto di vista legale, l’uso superficiale che è stato fatto del termine “imminente” apre a una serie di considerazioni.

Nella giurisprudenza internazionale, la figura dell’autodifesa include la facoltà di anticipare assalti che per certo avranno luogo nel futuro immediato. Tutto si muove in uno spazio sensibile a interpretazioni politiche e tattico-militari. Ovvero, se le nazioni non devono attendere di accusare il colpo del nemico prima di reagire, non è ammesso l’impiego della forza in virtù di mere speculazioni.

L’amministrazione americana ha iniziato una discussione sull’applicazione di queste regole nell’ambito delle armi di distruzione di massa e il terrorismo. Il tema è di intesse per la sicurezza globale, considerato che si tratta di casi in cui è arduo sapere dove e quando verrà sferrato un attacco o un attentato. Nonostante ciò, e a dibattito in corso, si continua a giocare con la categoria, senza fornire spiegazioni convincenti o coerenti.

Sulle prime, l’operazione è stata inquadrata nel diritto internazionale, dando a intendere che l’Iran fosse prossimo a lanciare un’offensiva di vaste dimensioni, al comando del generale Soleimani, e che pertanto fosse stato imperativo liquidarlo, in modo da prevenire conseguenze maggiori, misurate in perdita di vite umane, che sarebbero state prodotte dal nemico. Dall’angolo domestico, è stata seguita la tendenza degli ultimi presidenti a esercitare un’ampia autorità costituzionale nel ricorso alla forza in difesa delle truppe assegnate a teatri di guerra in paesi strategici.

Se sul fronte interno è da tempo accesa una contestazione in merito a tale prerogativa, il presidente Donald Trump è salvaguardato dalla consuetudine di non intromissione della magistratura nel campo specifico. Infatti, le dispute di questa indole vengono affrontate sul piano politico, fra l’esecutivo e il congresso. Su quello estero, al contrario, la faccenda è complicata dall’impegno dell’Iran nella campagna contro il sedicente stato islamico in Iraq, e dalla mancanza di trasparenza sulle informazioni di intelligence in base alle quali è stata presa la drammatica decisione.

Nella fase attuale, gli Stati Uniti stanno motivando l’accaduto in risposta ad aggressioni pregresse, e altre che avrebbero potuto avere corso, da parte di milizie armate dall’Iran ai danni del proprio esercito, con una possibile escalation. L’autodifesa rispetto a eventi già concretati, e la loro potenzialità di replica, è senza dubbio ancor più controversa, sul versante legale. In realtà, i fatti sono contundenti: l’azione non era necessaria, a meno che si presentino prove al momento non disponibili; colpire un individuo, come target speciale, non è legittimo; e la sovranità territoriale dell’Iraq è stata violata.

D’altra parte, la comunità internazionale, e l’Europa in testa, a parte alcune timide dichiarazioni, sembrano avere diverse valutazioni riguardo a esecuzioni extra-territoriali e sovranità territoriale, quando per esempio nello scacchiere ci sono la Russia o gli Stati Uniti, continuando a dimostrare nella pratica la propria sudditanza alla geopolitica americana. Persino il presidente Barack Obama, premio Nobel per la pace, ha giustiziato presunti terroristi in Libia, Somalia e Yemen, grazie al programma dei droni, che ha raggiunto grande espansione durante il suo mandato.

La soppressione di Soleimani non ha fondamento legale né per il diritto nazionale, non essendoci stato un voto espresso dal congresso, né per quello internazionale, non essendo stato avvalorato il principio di imminenza di un rischio. E’ un gesto sproporzionato e inefficace per le minacce poste dall’Iran agli Stati Uniti. Soprattutto, quello che conta è la continua mancanza di una giustificazione credibile, senza la quale molti possono a ragione parlare di un assassinio politico. L’errore di Trump sta nel non aver ancora esplicitato la forma del conflitto latente o interposto con l’Iran e come questa si inserisce nel diritto, compresa l’eliminazione chirurgica di attori chiave.

Il sistema di norme di cui il mondo si è dotato per regolamentare, e limitare, gli interventi di natura militare è indispensabile per i rapporti fra le nazioni, che si auspicano pacifici, solidi e duraturi. L’innovazione della tecnologia bellica, inoltre, richiede di parametri chiari per distinguere fra pratiche legittime e illegittime. Il futuro della cooperazione è assicurato da questi accordi e certezze.