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Nelle ultime settimane, l’Iraq è stato teatro di una serie di attacchi aerei che hanno raggiunto le postazioni delle Forze di Mobilitazione Popolare: un’organizzazione para-statale – composta prevalentemente da musulmani sciiti -, finanziata e addestrata dall’Iran nel contesto della lotta contro lo Stato islamico.

Il 12 agosto, un’esplosione ha colpito un deposito di munizioni nella base militare di Al-Saqr, nei pressi di Baghdad, gestita da tali Forze e utilizzata come magazzino sia dalla polizia federale irachena sia dalle milizie a maggioranza sciita. Il bilancio delle vittime è stato di un morto e di 29 feriti.

Qualche giorno più tardi, il 20 agosto, è esploso un secondo deposito di munizioni delle Forze di Mobilitazione Popolare; questa volta nel governatorato di Salah Al-Din, a nord di Baghdad, vicino alla base aerea di Balad, che ospita soldati americani.

Attacchi mirati

Sono solo gli ultimi di una serie di attacchi che, da settimane, colpiscono le postazioni e i depositi di munizioni delle Forze di Mobilitazione Popolare all’interno del territorio nazionale iracheno. Inizialmente considerati delle fatalità, il governo di Baghdad ha però aperto un’indagine urgente per verificare la dinamica dell’esplosione del 12 agosto.

Il report ufficiale ha escluso la possibilità che quanto accaduto possa essere stato causato da un cortocircuito elettrico o da armi difettose – surriscaldatesi ed esplose a causa delle alte temperature estive –, come si era ipotizzato in una prima fase. Secondo gli esperti, si sarebbe trattato dell’attacco di un drone, che, centrando il deposito, avrebbe appiccato un incendio, facendo così esplodere i razzi conservati nel magazzino.

Nessun riferimento, tuttavia, ai presunti autori dell’attacco. Un silenzio che ha dato adito a illazioni da parte dei media internazionali, che hanno additato come responsabili dell’accaduto prima Israele, poi gli Stati Uniti e infine le fazioni irachene rivali.

Stati Uniti o Israele

Le Forze di Mobilitazione Popolare però non hanno dubbi e ritengono gli Stati Uniti gli unici responsabili degli attacchi. Il vice capo delle milizie irachene, Abu Mahdi Al-Muhandis, ha sostenuto di essere in possesso di “prove inconfutabili” che dimostrerebbero il coinvolgimento di Washington.

Nel corso dell’anno – sempre a detta di Al-Muhandis -, infatti, gli Stati Uniti avrebbero integrato con quattro droni israeliani la propria flotta impiegata in Iraq; gli stessi velivoli senza pilota impiegati per colpire le postazioni delle Forze di Mobilitazione Popolare nel Paese mediorientale.

Ritenendo gli Stati Uniti “responsabili di quanto accaduto e di quanto accadrà da oggi in avanti”, le Forze si sono dette pronte a ricorrere a “tutti i mezzi a disposizione per impedire e prevenire questi attacchi contro le loro postazioni”.

È pur vero che la rivalità tra le Forze di Mobilitazione Popolare e gli Stati Uniti non nasce oggi. Le tensioni avevano già raggiunto livelli di guardia nel maggio scorso, quando un missile era stato sparato contro il compound dell’ambasciata americana a Baghdad; un mese dopo, alcuni razzi erano stati lanciati anche contro le basi militari di Balad e Taji, a nord della capitale irachena. Pur non conoscendo i responsabili dell’accaduto, Washington aveva puntato il dito contro le milizie sciite. Fino a imporre sanzioni, nel luglio scorso, contro due dei leader di tali milizie, accusati di “gravi violazioni dei diritti umani e reati di corruzione”.

Quella americana non è tuttavia l’unica pista seguita. Tra le varie ipotesi avanzate dai media vi è anche quella che sia Israele a celarsi dietro i raid della ultime settimane. Se la notizia fosse confermata, si tratterebbe verosimilmente dell’ampliamento della campagna israeliana contro la presenza iraniana in Medio Oriente. Per contrastare l’influenza di Teheran nella regione, Israele ha già ripetutamente colpito le basi iraniane in Siria attraverso raid aerei.

Interrogato sul coinvolgimento di Israele nell’attacco contro le postazioni delle Forze di Mobilitazione Popolare, il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha confermato la notizia, dichiarando tuttavia che “l’Iran non può ritenersi incolume da nessuna parte. Agiremo, lo stiamo già facendo, contro l’Iran dovunque sia necessario”.

Baghdad sotto pressione

Quello che è certo è che gli incidenti che stanno colpendo l’Iraq mettono Baghdad sempre più al centro delle tensioni tra Stati Uniti e Iran. Da un lato vi è Washington, che conta almeno 5.200 uomini di stanza nel Paese mediorientale; dall’altro Teheran, con il quale l’Iraq intesse profondi rapporti economici, commerciali e militari.

Stretto tra due fuochi, il governo iracheno cerca in tutti i modi di mantenere relazioni salde con entrambe le parti. Tuttavia, ha sempre cercato di contenere la dipendenza delle Forze di Mobilitazione Popolare da Teheran. Nel 2016, l’allora primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, aveva formalizzato la loro inclusione all’interno delle forze di sicurezza del Paese. Nel luglio scorso, Baghdad ha stretto ulteriormente la presa sulle milizie sciite introducendo un provvedimento che prevede il controllo esclusivo del governo iracheno sulle milizie.

Una stretta di cui le milizie hanno prontamente accusato “i nemici dell’asse della resistenza”, ovvero gli avversari di Teheran e dei suoi alleati, in particolare Libano, Iraq e Yemen.

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