Umiliazione sul campo e pace imposta dall’alto: due condizioni che, nella storia, hanno spesso alimentato derive fascistoidi. Dalla Germania dei Freikorps alla Russia dei veterani delle guerre afghane e cecene, le sconfitte “ingiuste” hanno trasformato militari disillusi in attori politici violenti. Oggi lo spettro si ripresenta in Ucraina.
Sulla nazione invasa tre anni e mezzo fa non aleggia soltanto il rischio di una drammatica mutilazione territoriale, ma la possibilità che la fine del conflitto, se gestita con superficialità, generi una destabilizzazione politica duratura.
Se Donald Trump e Vladimir Putin dovessero davvero definire nelle prossime settimane un accordo senza Kyiv al tavolo, consegnando di fatto a Mosca le regioni occupate e limitando la sovranità ucraina, le conseguenze sarebbero dirompenti. E non solo perché l’eventuale pace verrebbe percepita come un compromesso rispetto alla sparata di Joe Biden che nel marzo 2022, dalla Polonia, diceva che Putin doveva essere fatto cadere, ma perché verrebbe percepita come un tradimento. Tradimento da parte dell’Occidente, accusato di aver usato i soldati ucraini come pedine sacrificabili; tradimento da parte della leadership politica e militare ucraina, che dovrebbe vendere a un popolo esasperato la resa di terre per cui decine, se non centinaia di migliaia dei suoi uomini migliori sono morti.
Il mito della pugnalata alle spalle
Qui si innesta il pericolo maggiore, in un’Ucraina dove l’ultranazionalismo è integrato nell’esercito, parte delle istituzioni, quasi una forza del marketing motivazionale: il mito della “pugnalata alle spalle”, che storicamente ha alimentato derive vendicative e paramilitari, dalla Germania post-1918 alla Russia degli anni Novanta. Una narrativa che potrebbe catalizzare la rabbia di migliaia di veterani traumatizzati, pronti a rientrare in società con la convinzione che solo la forza possa riscattare la nazione.
Nonostante l’attuale marginalità elettorale dell’estrema ucraina, la guerra ha già rafforzato la popolarità e la visibilità della Brigata Azov o del Terzo Reggimento d’Assalto. L’ingresso della galassia nera nelle truppe regolari non ha cancellato simboli e retoriche radicali, anzi: li ha resi potenziali catalizzatori di consenso, se la pace venisse percepita come una resa. E l’Occidente non ha fatto nulla per frenare questa deriva. Al massimo, l’ha coperta di una vernice retorica per renderla innocua.
Le ferite ancora aperte
Dopo la pace, gli ucraini ricorderanno Bucha, Irpin, Mariupol. Ma ricorderanno anche le promesse euro-atlantiche di stare con gli ucraini whatever it takes, il massimalismo dei baltici, e le spacconate della Commissione von Der Leyen e dell’Alto rappresentante Kaja Kallas. Accettare oggi un land swap in condizioni umiliante significherebbe lasciare milioni di cittadini sotto occupazione russa, dove torture, deportazioni e repressioni sono all’ordine del giorno. Zelensky, già indebolito dalla crisi militare, difficilmente riuscirebbe a vendere un simile compromesso.
Ma è anche vero che le opzioni per gli ucraini oggi sono limitate, e la narrazione che già circola sui canali Telegram della destra sì è impietosa: l’Occidente ha sfruttato la gioventù di Kyiv come carne da cannone, salvo poi abbandonarla quando il conflitto è diventato troppo costoso.
In questo scenario, figure più radicali rischierebbero di incanalare la rabbia della gente comune. Non è escluso che l’Ucraina post-bellica possa guardare meno a Bruxelles e Washington e più a un modello militarizzato, nazionalista e nuclearizzato, nel nome della sopravvivenza. Più all’Israele dell’apartheid che ai caffé gentrificati di Praga o Varsavia.
Gli errori dell’Occidente
L’Ucraina del dopoguerra rischierebbe così di trasformarsi in ciò che i filorussi l’hanno sempre accusata di essere, ovvero un terreno fertile per nuove formazioni estremiste: partiti revanscisti capaci di sfruttare il malcontento, teste matte, balordi, comandanti militari pronti a capitalizzare la loro popolarità, e interi segmenti della società avvelenati con l’Europa e dagli Stati Uniti. Non a caso, figure come l’ex comandante in capo Valerij Zaluzhnyj vengono già accreditate come possibili protagonisti politici di domani.
Putin ha invaso l’Ucraina proclamando di voler “denazificare” il vicino, ma un accordo imposto da Washington e Mosca rischierebbe di creare davvero le condizioni per una radicalizzazione ultranazionalista a Kyiv. L’Europa, che oggi appare divisa e incerta, non può permettersi di ignorare questo scenario, ma mai come ora sembra a corto di idee, e vittima dello storico svuotamento della propria classe politica a favore dell’egemone di Washington.
Il modello a cui guarda è quello di trattati di pace duraturi, come Dayton per la Bosnia: frutto di negoziati inclusivi, pressioni bilaterali e garanzie di lungo periodo. Con investimenti economici e culturali di proporzioni infinitamente più grandi. Qualunque siano stati gli errori degli euroatlantici, la situazione è così grave che mollare tutto non può essere in considerazione: anche l’ammissione delle colpe in questo momento rischia, paradossalmente, di trasformarsi in un incubatore di rancori e violenza.
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