Sono trascorse appena due settimane dall’omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio assieme al carabiniere Vito Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo. Sulle prime, la strage ha generato ogni tipo di sospetto e ricostruzione senza peraltro mai abbandonare l’ipotesi dello “sfortunato incidente”, in una terra disgraziata dove le imboscate del banditismo locale sono all’ordine del giorno. Poi, ancora, lungo quella stessa strada, che corre dalla città di Goma verso Rutshuru e il Parco dei Virunga, il 2 marzo scorso è stato ucciso anche il magistrato Williams Mulahya Hassan Hussein, che aveva avviato indagini sull’agguato di pochi giorni prima. Da qui in poi credere alle sfortunate coincidenze è sempre più difficile, pur trattandosi di una realtà priva di qualsivoglia forma di rule of law.

L’ipotesi

A tirare fuori l’ipotesi che possano esserci dietro i cosiddetti “signori della guerra” è padre Filippo Ivardi Ganapini, direttore di Nigrizia: questi ultimi sarebbero legati all’occupazione da parte del Rwanda di parte del territorio congolese. Del resto, tutta l’area di Goma, capoluogo del Nord Kivu, è di fatto territorio ruandese, occupato sin dal lontano 1994. In prima battuta (a dire il vero appena tre ore dopo l’attentato) le autorità congolesi hanno accusato del massacro l’Fplr (Fronte patriottico di liberazione del Rwanda), il movimento di ribelli, in gran parte da hutu ruandesi, più numeroso nella zona. Ipotesi confermata in meno di 24 ore anche da Kigali.

Secondo padre Ivardi “Fonti ruandesi, verificate nel dettaglio e confermate da diversi congolesi contattati, invitano a guardare oltre confine, verso il vicino Rwanda e si spingono ad affermare che l’ambasciatore italiano nella Rd Congo è stato assassinato nell’operazione “Milano””. Tale missione sarebbe stata approntata dalla guarnigione marina di Butotori dal colonnello Jean Claude Rusimbi, ex militare nella rivolta guidata da Laurent Nkunda, signore della guerra indagato dalla Corte internazionale per crimini contro l’umanità, oggi eminenza grigia dell’intelligence ruandese nella regione del Nord Kivu.

Nella tesi dei missionari comboniani qualsiasi ricostruzione sull’omicidio Attanasio non deve lasciare spazio al caso e deve partire dall’analisi della personalità del diplomatico stesso: la voglia di andare a fondo nelle cose, la volontà di monitorare gli aiuti umanitari e il loro percorso, la volontà di approfondire e indagare sulle stragi che in Congo sono all’ordine del giorno. Un modus operandi che può facilmente avergli fatto acquisire delle informazioni scomode che gli sono costate la vita.

Le sue visite regolari all’ospedale di Panzi per incontrare il dottor Mukwege, premio Nobel per la pace 2018 che chiedeva un Tribunale penale internazionale per il Congo, presumibilmente destavano sospetti. Il più grande di questi è che l’ambasciatore volesse visitare alcuni siti dove presumibilmente erano state seppellite vittime innocenti all’interno di fosse comuni disseminate nella provincia del Nord-Kivu, in cui si trovano i corpi delle vittime dei massacri perpetrati dalla Rdf attraverso la sudditanza delle milizie regolari RdC a Goma, quelle del National Congress for the Defence of the People (Cndp), l’unità Afdl ed il movimento M23. Dal timore di uno scandalo internazionale, sarebbe quindi maturata l’idea di inviare dei killer ben addestrati per ucciderlo. Alla testa dell’operazione, presumibilmente Paul Kagame, da 25 anni presidente del Rwanda, ras della regione dei Grandi Laghi.

L’ombra del Rwanda

Si tratterebbe della stessa sorte toccata nel 1996 al vescovo Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, il “Romero del Congo”, ai sacerdoti canadesi Guy Pinard and Claude Simard negli anni Novanta, o ai funzionari ONU Michael Sharp e Zaida Catalan uccisi barbaramente quattro anni fa nella regione di Kasai, nel centro del Paese, mentre indagavano su presunti abusi commessi da un gruppo di ribelli operativi nella zona. Tutti uomini e donne che, avendo scoperchiato verità inquietanti sulle vicende del Congo e del Rwanda, hanno pagato con la vita.

Sta di fatto che il caso Attanasio ha riportato nuovamente il Congo all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale in una fase di pericoloso avvicinamento tra Kinshasa e Kigali, legato agli incontri bilaterali organizzati per affrontare le comuni minacce alla sicurezza nazionale. I due governi, guidati da Paul Kagame e Felix Tshisekedi, hanno posto l’accento sulla questione della sicurezza regionale, in particolare del Kivu, quale motore per un futuro sviluppo sostenibile dei due Paesi. Tshisekedi, proclamato vincitore alle presidenziali del dicembre 2018 (la cui attendibilità è ancora fortemente discussa), si è da tempo sbarazzato dell’alleanza pericolosa con l’ex uomo forte del Paese, Joseph Kabila, uomo di fiducia di Paul Kagame. Ergo, l’omicidio del nostro ambasciatore potrebbe essere un segnale -l’ennesimo- per urlare chi comanda davvero in Congo, con diritto di vita e di morte su chiunque. Sostiene ancora padre Ivardi, infatti, che accendere i riflettori sull’instabilità del Congo è lo strumento migliore per Kagame per giustificare lo sconfinamento delle sue milizie e per tenere le miniere congolesi in uno stato di perenne caos.

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