Dmitri Shumsky Haaretz
“Eppure, con il passare degli anni, mi è diventato sempre più chiaro che esiste un abisso tra la mia personale consapevolezza dell’Olocausto e quella israeliana. Fin da quando ho acquisito coscienza di ciò [quando vivevo] nella Kiev sovietica, il fondamento della mia comprensione della memoria dell’Olocausto è stato, anzitutto, morale – sia a livello nazionale che universale. Il fatto che il mostruoso regime nazista – ‘german-fascista’ nel linguaggio della propaganda sovietica – percepito persino nel discorso sovietico come il male personificato, abbia scelto il popolo ebraico come sua vittima suprema, ha fatto sì che gli ebrei, ai miei occhi, diventassero nemici del male assoluto”.

“Questo ruolo ha immediatamente conferito all’appartenenza a questo popolo profonde implicazioni morali: essere ebreo, ho concluso, significa essere l’opposto del male nazista per eccellenza, vale a dire aderire ai valori dell’umanesimo e della giustizia e opporsi al nazionalismo, al razzismo e alla xenofobia […]. Al contrario, la visione israeliana dell’Olocausto mi è sembrata fin dall’inizio priva di qualsiasi dimensione morale universale e quindi anche priva di qualsiasi dimensione specificamente ebraica, poiché per me le dimensioni ebraica e universale dell’Olocausto sono inestricabilmente legate”.
“Nella coscienza israeliana l’Olocausto è essenzialmente un preludio strumentale per porta allo Stato-nazione – un preludio che evoca uno scambio sulla falsariga della redenzione in cambio dell’Olocausto. O, come affermò David Ben-Gurion nel suo discorso al XXII Congresso Sionista del 10 dicembre 1946: ‘L’unica compensazione – se mai può esistere una compensazione per il massacro di sei milioni di ebrei […] [è] una e una sola: l’immediata creazione di uno Stato ebraico!'”.
“In effetti, la netta transizione dall’inferno nazista alla rinascita nazionale nella terra dei patriarchi appare un simbolo potente e incoraggiante del trionfo della vita sulla morte. Eppure, già in occasione del mio primo Giorno della Memoria in Israele, mentre vagavo per Haifa vidi le case palestinesi abbandonate a Wadi Rushmiya e poi a Wadi Salib. Queste immagini mi riportarono alla mente una storia di famiglia che, come in seguito compresi, aveva molte analogie con alcuni aspetti della Nakba palestinese. La famiglia di mia nonna, tornata a Kiev dai monti Urali, sui quali si era rifugiata alla vigilia dell’invasione nazista, trovò la propria casa occupata da una vicina famiglia ucraina e fu costretta a vivere in cantina”.
“Di fronte a questa somiglianza ho sentito una fitta acuta al cuore – una sensazione che, nel corso degli anni, si è intensificata sempre più a ogni Giornata della Memoria. Ciò è accaduto quando ho compreso che, anziché mettere in pratica l’unica lezione, ebraica e universale, che si può trarre dall’Olocausto – ovvero quella di porsi in prima linea nella lotta globale contro il razzismo nei confronti delle minoranze, degli stranieri e di tutti gli altri – il popolo ebraico non solo ha fondato il proprio Stato sulle rovine della patria di un altro popolo, ma continua, giorno dopo giorno, a perpetrare ulteriori ingiustizie nei confronti di quel popolo, facendo un uso cinico, spregevole e vile della memoria dell’Olocausto per sottrarsi alle critiche internazionali”.
“Alla luce dei processi di barbarie e kahanizzazione in atto nella società israeliana – sui quali Yair Golan, presidente del partito democratico, aveva messo in guardia esattamente dieci anni fa – il senso di repulsione e dolore che mi travolge ogni anno in occasione della Giornata della Memoria è diventato insopportabile. Non sono una persona religiosa, ma suppongo che il mio sentimento nei confronti di un Paese che si considera la risposta all’Olocausto del popolo ebraico, e che potrebbe presto trasformare il cappio del boia nel suo simbolo nazionale, sia simile a quello che un ebreo praticante potrebbe provare vedendo una testa di maiale nella sinagoga del proprio quartiere”.
“Oggi, mentre le ‘Cento Nere’ (bande reazionarie, filomonarchiche e violentemente antisemite della Russia di inizio Novecento) ebraiche, che consumano i loro pogrom in Cisgiordania, vengono incoraggiate da un governo di mostri nazional-kahanisti e rappresentano il volto di uno Stato che osa definirsi ebraico, il Giorno della Memoria è il giorno in cui l’impulso di alzarmi e fuggire dal Paese mi assale con una forza maggiore che in qualsiasi altro giorno dell’anno”.
“Eppure, mi assale immediatamente la consapevolezza che quelli come me, che non desiderano vivere in uno Stato che non sia lo Stato degli ebrei, non hanno altra scelta. Non ci resta che lottare, contro ogni previsione, per estirpare i Ben-Gvir, gli Smotrich e i loro simili dalla scena politica di questo Stato. Questo, per un impegno interiore – sia ebraico che universale – verso la memoria dell’Olocausto, che ci obbliga a opporci con tutte le nostre forze alla trasformazione dello Stato degli ebrei in uno Stato di carnefici”.
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