Prosegue il sostegno turco alle milizie islamiste di Tripoli che negli ultimi giorni sono riuscite a riconquistare le città di Surman, Sabratha, al-Ujailat, Zalatan, al-Jamil, Rikdalin, nonchè le zone di al-Asa e Maleeta. Fondamentale per la riconquista è risultato il supporto aereo turco e quello dei jihadisti provenienti dalla zona di Idlib e traslocati dal Mit turco nella Libia occidentale per fornire sostegno al governo di Fayez al Sarraj,nell’offensiva contro il generale Khalifa Haftar.

Ciò che a Tripoli viene definita come “liberazione” ha in realtà tutte le caratteristiche di un vero e proprio massacro. Come già riportato dall’Indro, la sera del 13 aprile a Sorman, alcuni uomini armati, probabilmente provenienti da Zawiya (secondo testimonianze dei presenti), hanno ucciso il capo dell’ispezione all’istruzione, presumibilmente perché allineato al Libyan National Army (Lna).
Nella stessa mattinata, ad ovest di Zawiya, i droni delle forze affiliate all’esecutivo di al-Serraj hanno effettuato almeno 18 attacchi contro le posizioni dell’Lna. Gli obiettivi a Sabratha includevano invece la sede della Sabratha Operation Room e il quartier generale di Wadi al-Badi.I bombardamenti sono proseguiti per tutto il pomeriggio, uccidendo dozzine di giovani libici. Nel contempo, in seguito all’offensiva, quasi 400 detenuti tra cui jihadisti, trafficanti, spacciatori e assassini, venivano liberati dalle prigioni lungo la costa. Come se non bastasse, a Sabratha, dopo il ritiro dei gruppi armati dell’Lna di Haftar, sono comparsi uomini armati che sventolavano bandiere dell’Isis e di Ansar al Sharia, come riportato da Speciale Libia.

E’ certamente curioso come nel 2017 Fayez al-Serraj si congratulava con Sabratha per la vittoria contro l’Isis, mentre oggi le forze di Tripoli attaccano i gruppi armati che a suo tempo sconfissero le “bandiere nere”, mentre i jihadisti vengono liberati dalle carceri.

Esercito turco e jihadisti a fianco di al-Serraj

A inizio febbraio il ministro degli Esteri del Gna, Muhammad al-Qiblawi, aveva negato la presenza di jihadisti provenienti dai teatri di guerra siriani, confermando soltanto il rifornimento di armi dalla Turchia, in base a un accordo tra i due governi, salvo poi venire smentito poco dopo dal presidente turco, Tayyip Erdogan, il quale ne ammetteva la presenza, assieme ai rifornimenti militari inviati da Ankara. I fatti hanno poi ulteriormente smentito al-Qiblawi: numerose sono infatti le segnalazioni e le documentazioni che mostrano la presenza dei taglia-gole a fianco delle milizie pro-Serraj. Fonti russe hanno ad esempio documentato la morte del mercenario siriano Umar Hamawi, originario della provincia di Aleppo dove aveva combattuto per diverso tempo nelle file dei jihadisti anti-Assad; Hamawi si era recato in Libia a combattere come parte del gruppo filo-turco “Sultan Mehmet Fatih”.

Del resto già a gennaio 2020 era emerso come Ankara stesse trasferendo jihadisti siriani delle milizie filo-turche dalla Siria nord-occidentale a Tripoli, in sostegno all’esecutivo di al-Serraj. La Turchia avrebbe garantito ai taglia-gole 2 mila dollari al mese e la promessa di ottenere la cittadinanza turca a fine campagna. A inizio aprile un comunicato del ministero degli Esteri algerino rendeva noto che il numero di cittadini algerini all’aeroporto di Istanbul in attesa di rientro in patria per l’emergenza da Covid-19 era stranamente troppo numeroso, cosa che aveva fatto insospettire le autorità di Algeri. In seguito erano emersi sospetti sull’operato dei servizi di sicurezza turchi in relazione al tentativo di infiltrare jihadisti tra i passeggeri con l’obiettivo di farli arrivare in Libia. Le autorità algerine hanno puntualizzato come sia fondamentale identificare preventivamente tutti i passeggeri e verificarne la reale cittadinanza, visto che diversi erano stati trovati senza documenti e persino senza biglietto aereo.

A tutto ciò, vanno poi ad aggiungersi i taglia-gole libici che hanno combattuto in Siria contro l’esercito governativo, come ad esempio l’unità “Liwa al-Umma”, comandata da Mahdi al-Harati, ex comandante della Brigata Rivoluzionaria di Tripoli, già sindaco della capitale per un breve periodo. Al-Harati gestiva un flusso di jihadisti verso la Siria tramite Turchia, ma ora il canale si sarebbe riattivato in direzione opposta. Al-Harati è inoltre stato inserito nella black-list da Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto, Bahrein e Siria con l’accusa di essere legato a gruppi terroristi dell’area qaedista e dei Fratelli Musulmani.

I guai interni di Erdogan

Se da una parte Erdogan vuole far vedere i muscoli, mostrando di non cedere su Idlib (anche se poi, di fatto, ha dovuto concedere a Mosca molto più di quanto potesse permettersi) e di poter sostenere militarmente il governo Serraj, tramutatosi in un regime-fantoccio di Ankara, i guai grossi per il leader turco potrebbero arrivare dall’interno del Paese.

Oltre alla dispendiosa campagna militare su Idlib, scarsamente sostenuta dall’opinione pubblica e costata cara anche in relazione al numero di morti tra i militari turchi, Erdogan si trova inoltre a dover fare i conti con una crisi economica caratterizzata da un deterioramento del tasso di cambio, carenza di liquidità, con un mercato azionario in sofferenza e un tasso di disoccupazione di oltre il 13%. Sulla Turchia incombe dunque l’ombra della recessione, che potrebbe essere scongiurata prendendo adeguate misure peraltro di non semplice attuazione nel contesto attuale.

A ciò va ad aggiungersi l’emergenza da Covid-19 che, se all’inizio sembrava non aver particolarmente colpito la Turchia, al punto che Erdogan si era mostrato restio al “lock-down”, nelle ultime settimane la situazione è cambiata, con un aumento delle infezioni e del numero di morti e con i medici delle strutture sanitarie turche costretti ad operare senza le necessarie protezioni, mentre tra la popolazione è subentrato il panico. In tutto ciò, il governo a guida Akp sta preparando una bozza di legge per far approvare un provvedimento che mira a restringere ulteriormente il controllo sui social network, ufficialmente per frenare le fake-news sul Covid-19, ma sono in molti a credere che le motivazioni siano ben altre e riguardano tutte la tenuta del governo e il contenimento del malcontento sociale. Del resto l’emergenza da Covid-19 rischia di aggravare ulteriormente la situazione economica del Paese, con tutte le relative conseguenze, anche sul fronte libico.