Intervistato dalla radio pubblica Kan, il leader del partito democratico israeliano Yair Golan ha affermato che Israele “sta per diventare uno Stato paria, come un tempo lo era il Sudafrica, se non torna a comportarsi come un paese sano di mente”. E Ha aggiunto: “Uno stato sano di mente non muove guerra ai civili, non uccide i bambini per hobby e non si pone obiettivi come l’espulsione di un’intera popolazione“.

Inutile dire che le sue dichiarazioni hanno suscitato sdegno in Israele. Unanime la condanna del governo e degli altri partiti di opposizione (particolare molto significativo), con Netanyahu che si è affrettato a condannare “la selvaggia istigazione di Yair Golan contro i nostri eroici soldati e contro lo Stato di Israele”, specificando che in una nota che “l’IDF è l’esercito più morale del mondo e i nostri soldati stanno combattendo una guerra per la nostra esistenza”.
A commento di questa reazione riportiamo la nota frase di Dietrich Bonhoeffer: “Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini”. Il senso morale di un esercito, si potrebbe parafrasare, si misura su come tratta i bambini dei nemici ai quali muove guerra. E la strage, la fame e gli stenti dei bambini di Gaza gridano al cielo un’altra verità.
Una citazione doppiamente incisiva perché Bonhoeffer, pastore e teologo protestante, fu ucciso, insieme all’ammiraglio Wilhelm Canaris, nel campo di concentramento di Flossenbürg il 9 aprile 1945 su diretto ordine di Hitler, contro il quale avevano ordito un complotto.
Al di là del particolare, resta che le parole di Golan pesano come macigni, anche perché egli è stato vice capo di Stato Maggiore dell’IDF. E il fatto che abbia parlato, dopo lungo mutismo, segnala che qualcosa si sta muovendo.
Non è un caso che Netanyahu abbia “capitolato” sugli aiuti a Gaza, anche se le IDF ne stanno facendo entrare una quantità “ridicolmente inadeguata“, come da denuncia di Medici senza frontiere, e solo per tentare di placare lo sdegno internazionale (e altro, vedi sotto). E ciò nonostante il fatto che addirittura i funzionari della Difesa israeliani abbiano allarmato sul fatto che tra “10 giorni alcune zone della Striscia saranno preda della carestia” (in realtà, già adesso questa morde le carni: le immagini dei bambini ridotti a pelle e ossa stanno inondando il web).

A far capitolare Netanyahu, come ha rivelato lui stesso, la pressione dei “senatori statunitensi filo-israeliani” (Haaretz), il che fa capire la portata di quanto sta accadendo: se anche gli ambiti che finora hanno sostenuto il genocidio iniziano a porsi domande…

Che il vento sia cambiato lo denota anche la presa di posizione di Gran Bretagna, Francia e Canada, che hanno finalmente rotto le righe e dichiarato che quanto sta accadendo è insostenibile, minacciando misure “concrete” contro Tel Aviv. Primo passo simbolico quello della Gran Bretagna, che ha sospeso i colloqui per la stipula di un accordo di libero scambio con Israele.
Netanyahu ha scelto di rispondere a questa presa di posizione per bocca del ministro delle Finanza Bezalel Smotrich, il quale ha dichiarato che i tre Paesi si sono “allineati moralmente con un’organizzazione terroristica“. Inutile sottolineare la follia di queste parole.
La presa di posizione dei tre Paesi è stata preceduta dal comunicato della Casa Bianca, che segnalava come il presidente Trump vuole che la guerra a Gaza finisca, indiscrezione ribadita da Axios. Purtroppo, però, non si segnalano iniziative o prese di posizione eclatanti di Trump contro Israele, anzi. Nota solo l’indiscrezione anonima ricevuta dal Washington Post, secondo la quale avrebbe fatto sapere alle autorità israeliane che “se non porranno fine a questa guerra vi abbandoneremo”. Indiscrezione ovviamente smentita dagli Usa e che vale quel che vale, forse nulla.
E però la contrarietà di Trump è percepita anche in ambito israeliano, come segnala Aluf Benn, capo redattore di Haaretz, in un articolo pubblicato sul Guardian, con gli oppositori di Bibi che hanno trovato un “nuovo e sorprendente amico”, un “pacificatore”. Non si tratta di essere irenici su Trump, solo di segnalare che tale percezione può infondere agli oppositori di Bibi e della sua guerra senza fine quel coraggio finora mancato.

Lo evidenzia, ad esempio, l’editoriale odierno di Haaretz, che rilancia le dichiarazioni di Golan: “Yair Golan ha detto una verità, scomoda alle orecchie israeliane […] Proprio perché Golan ha detto la verità, l’attacco [contro di lui] è stato così ad ampio spettro”.
“[…] I pochi che lottano per porre fine alla guerra – prosegue Haaretz – vengono messi a tacere e perseguitati. Nove attivisti sono stati arrestati questa settimana mentre marciavano da Sderot al confine con Gaza per protestare contro l’espansione dell’attacco […] sono stati arrestati perché stavano ostacolando la vera missione: distruggere ciò che resta della Striscia, sfruttando al contempo gli aiuti umanitari per costringere la popolazione ad andarsene. Non si tratta di speculazioni, ma di politica”.
“[…] Smotrich lo ha detto chiaramente: l’operazione in corso viene condotta ‘con un’intensità mai vista dall’inizio della guerra’, distruggendo ‘ciò che resta della Striscia’ e ‘dislocando la popolazione’, finché non se ne andrà ‘con l’aiuto di Dio verso paesi terzi nel quadro del piano Trump’. I detenuti devono essere liberati immediatamente. L’unico modo per difendere la verità è unirsi a quanti osano dirla. Urge unirsi alla protesta, chiedere la fine dei combattimenti e delle uccisioni e il rilascio degli ostaggi”.
Detto questo, la follia di Netanyahu e dei suoi complici resta: ieri Israele è riuscito a sabotare un’altra volta i negoziati con Hamas. Ma la reazione del mondo, seppur tardiva, suscita timidi “barlumi di speranza”, come annota Aluf Benn.

