Pensare agli arsenali occidentali come a un Pozzo di San Patrizio, perennemente autoalimentato, è stato forse il più grande errore degli ultimi quattro mesi.
Le aziende della Difesa in crisi
Ne sa qualcosa la Raytheon Technologies, azienda americana leader nel settore della Difesa, produttrice soprattutto di missili. Nel mese di maggio, quando Washington ordinava 1300 Stinger per rimpiazzare quelli inviati a Kiev, l’azienda di Waltham ha chiesto tempo. A peggiorare le cose, secondo Raytheon, il fatto che alcuni dei componenti elettronici dei missili Stinger, prodotti per l’ultima volta su larga scala venti anni fa, non sono più disponibili in commercio. Non è da meno l’Europa: Parigi, ad esempio, aveva inviato 18 obici Caesar all’Ucraina (un quarto del suo stock di artiglieria high tech) senza veder rimpinguato il suo arsenale a stretto giro. La francese Nexter, ex Giat Industries, ha chiesto a Parigi almeno diciotto mesi per produrne altrettanti. Nel Regno Unito, le scorte esigue si sono tradotte nel dovere acquistare obici per l’Ucraina da una terza parte: riscattando obici semoventi M109 belgi da una compagnia privata. Il CEO di Thales UK, che produce i missili anticarro NLAW, ha affermato che “il Regno Unito ha esaurito le scorte ma non ha investito abbastanza per evitare l’obsolescenza”.
I problemi dell’artiglieria
A scoperchiare il vaso di Pandora è il Financial Times, che passa in rassegna quelle che al momento sembrano essere le carenze attuali: in primis, i proiettili d’artiglieria, che scontano una catena di produzione infinitamente lenta, la mancanza di manodopera e una serie di malfunzionamenti nelle catene di approvvigionamento soprattutto per via dei famigerati chip. Un’ingenuità forse, quella di aver pensato che, dopo la fine della Guerra Fredda, il warfare contemporaneo si sarebbe convertito esclusivamente alle armi ad alta tecnologia, asciugando la produzione tradizionale. Quest’ultima, sebbene non faccia onore agli Stati pacifici e sedicenti liberali, è diventata, tuttavia, cruciale nella battaglia per l’Ucraina. Gli avvenimenti, dal 24 febbraio in poi, hanno infatti mostrato che i combattimenti sul campo si stanno svolgendo in puro vecchio stile: artiglieria, truppe di terra, occupazione del territorio.
Siamo alle prese con una crisi delle granate in stile 1915? I tempi lunghi denunciati da compagnie come Raytheon o Nexter, non solo sollevano il velo di Maya sulla reale capacità di difesa dei Paesi occidentali in caso di reale pericolo, ma mettono in forse la capacità di sostenere militarmente Kiev nel lungo periodo. E c’è anche chi, per sottolineare la gravità della situazione, si è messo perfino a fare i conti della serva: ad esempio, la produzione statunitense totale dei proietti di artiglieria da 155mm (prodotti prevalentemente dalla General Dynamics Ordnance and Tactical Systems) coprirebbe meno di due settimane di combattimento in Ucraina (la stima è di 7.176 colpi di artiglieria al giorno, in assenza di stime ufficiali).
Il ritorno dell’industria di guerra?
Alex Vershinin, esperto USA di Defence Acquisition e Industrial Strategy in ambito NATO, sostiene che la modalità di combattimento tra Ucraini e Russi richiede uno sforzo di produttivo di munizioni ed equipaggiamento monumentale, necessitando un ritorno del warfare industriale. Una costatazione difficile da mandar giù, soprattutto in tempi di crisi economica e dopo settant’anni di pace europea. Per Vershinin questi numeri dovrebbero essere un monito per i Paesi occidentali, che hanno ridimensionato la capacità industriale militare influenzata sia dalla cultura burocratica che dall’eredità dei conflitti a bassa intensità. Attualmente, infatti, l’Occidente potrebbe non avere la capacità industriale per combattere una guerra su larga scala se mai questo dovesse accadere. E l’aggressione di Mosca all’Ucraina mostra che può accedere eccome.
Nessuno crede che l’Occidente stia per esaurire le sue armi di base rifornendo l’Ucraina: il messaggio di fondo non è questo. Ma occorre una riflessione: gran parte della spesa della NATO, ad esempio, è stata destinata a sistemi avanzati, come i caccia, che non sono stati schierati in questo conflitto. Checché se ne dica gli Stati Uniti sono stati i primi ad invertire la rotta. Attualmente, Washington sta riducendo le scorte di munizioni di artiglieria. Nel 2020, gli acquisti sono diminuiti del 36% a 425 milioni di dollari. Nel 2022, il piano è di ridurre la spesa per i colpi di artiglieria da 155 mm a 174 milioni di dollari. In breve, la produzione annuale di artiglieria degli Stati Uniti durerebbe nella migliore delle ipotesi solo da dieci giorni a due settimane di combattimento in Ucraina. Se la stima iniziale dei proiettili russi sparati fosse superiore del 50%, si estenderebbe l’artiglieria fornita solo per tre settimane. Gli Stati Uniti non sono l’unico Paese ad affrontare questa sfida: in una recente simulazione di guerra che ha coinvolto le forze statunitensi, britanniche e francesi, Londra ha esaurito le scorte nazionali di munizioni critiche dopo soli otto giorni.
Questo non è solo il caso dell’artiglieria. Gli Stati Uniti hanno spedito 7.000 missili Javelin in Ucraina – circa un terzo delle scorte – e altre spedizioni sono in arrivo. La Lockheed Martin produce circa 2.100 missili all’anno, anche se questo numero potrebbe aumentare fino a 4.000 in pochi anni: l’Ucraina afferma di utilizzare 500 missili Javelin ogni giorno. Altrettanto ingente è la spesa per missili da crociera e missili balistici di teatro. I russi hanno sparato tra 1.100 e 2.100 missili. Gli Stati Uniti acquistano attualmente 110 missili da crociera PRISM, 500 JASSM e 60 Tomahawk all’anno, il che significa che in tre mesi di combattimento, la Russia ha bruciato quattro volte la produzione annuale di missili degli Stati Uniti.
Cosa potrebbe accadere
L’ipotesi di Vershinin, tuttavia, sembra poco praticabile. La ragione è innanzitutto etica: quale Paese occidentale se la sentirebbe di tornare alla pura industria di guerra? L’unico sforzo sostenibile sarebbe quello di puntare su quelle compagnie che producono tecnologie sia per scopi civili che militari: ma si tratterebbe comunque di high tech e non di artiglieria. Al netto dei problemi etici, l’industria di guerra pone il problema della riconversione: che fine farebbero migliaia di aziende (ammesso che si possa rintracciare la manodopera necessaria) quando la necessità di armi e munizioni va giù? Ma soprattutto, bisogna fare i conti con l’interdipendenza globale: con le catene di approvvigionamento bloccate e la crisi dei chip perfino gli Stati Uniti producono stime di produzione che addirittura arrivano al 2026.
La Russia, dal canto suo, ha un sistema differente, ma non se la passa bene. Le sanzioni stanno funzionando e continueranno a funzionare, ma ovviamente tutto dipende dal fattore tempo. L’industria pesante russa è in difficoltà. Si, i Russi possiedono riserve ma al momento non saranno in grado di riparare i loro carri armati o di produrne di nuovi. Lo stesso vale per l’industria aeronautica e le automobili. Oggi in Russia si riparano gli aerei spostando i pezzi di ricambio tra velivoli. Solo pochi giorni fa, PJSC Sberbank, ha dichiarato di aver iniziato a rimuovere i piccoli chip di metallo dalle carte bancarie non attivate per superare la carenza causata dalle sanzioni occidentali. Un sistema del genere non può reggere a lungo: per Pechino sarà presto il momento di decidere se far perdere a Mosca questa guerra oppure no.
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