Skip to content
Guerra

Lo studio contro la cancellazione: il professor Simonetta e il progetto per i ragazzi di Gaza

Una serie di borse di studio per i ragazzi di Gaza. Un professore, l'Università di Milano e il coraggio di crederci.
Gaza

Quando il professor Stefano Simonetta parla, la sua voce non cerca mai l’enfasi. Non ne ha bisogno. È una voce che si è fatta carico dell’attesa, della responsabilità, del peso di decisioni che raramente spettano a chi insegna Filosofia medievale. Una voce che parla del valore del lavoro di squadra, dei colleghi che hanno lottato con lui, delle persone che hanno creduto in un progetto arduo e dall’esito incerto. Ed è proprio dalla sua voce che parte questa storia: da un professore, da un’Università pubblica, da una squadra di persone che hanno lavorato assieme, dal diritto allo studio come ultimo argine contro la distruzione.

Ci incontriamo online. Non per scelta, ma per necessità. Il professor Simonetta è in costante movimento: tra riunioni istituzionali, viaggi ad Amman, telefonate quotidiane con ragazzi e ragazze che fino a poche settimane fa vivevano sotto i droni. Gaza non è sullo sfondo di questa conversazione: è dentro ogni frase, anche quando non viene nominata. Stefano Simonetta è prorettore al Diritto allo studio all’Università degli Studi di Milano. Ma prima ancora – e forse soprattutto – è qualcuno che da oltre dieci anni lavora con studenti detenuti, costruendo percorsi di formazione dentro il carcere. È lì che matura una convinzione semplice e radicale: l’istruzione non è un privilegio, ma una forma di giustizia.

660 candidati per dieci borse di studio

Quando, nella primavera del 2025, nasce il bando per le borse di studio destinate a studenti e studentesse palestinesi, Simonetta capisce immediatamente che non si tratta di un’iniziativa simbolica. O almeno, non deve esserlo. Più di cinquemila domande arrivano dai territori palestinesi, la stragrande maggioranza da Gaza. Cinquemila richieste di futuro. Alla Statale arrivano seicentosessanta candidature per dieci borse iniziali. Leggere quei dossier non è come valutare un curriculum accademico. È un esercizio di responsabilità morale.

«Avremmo voluto prenderli tutti», dice. Invece bisogna scegliere. I migliori, i più giovani, chi viene da Gaza, cercando una parità di genere possibile dentro una tragedia che non conosce equilibrio. Le borse diventano ventuno, poi trentuno. Ogni borsa costa dodicimila euro l’anno. Molti di quei ragazzi studieranno Medicina: sei anni di investimento, di fiducia, di tempo lungo. Altri invece scelgono Farmacia, Scienze Infermieristiche, Odontoiatria. Tutto ciò che può “riempire i vuoti lasciati da chi è stato ucciso a Gaza nel tentativo di aiutare”. Non sono fondi ministeriali. Sono soldi messi dagli atenei. Scelte politiche, nel senso più pieno del termine.

Ma assegnare una borsa non significa salvare qualcuno. Il vero nodo è farli arrivare. Ed è qui che il racconto si fa più fragile, più teso. Perché uscire da Gaza non è un atto amministrativo: è una trattativa permanente con l’imprevedibile. Le autorità italiane lavorano, ma lentamente e non potrebbe essere altrimenti. Non per mancanza di volontà, ma per via della burocrazia Israeliana. Le risposte spesso sono evasive, l’attesa estenuante. L’estate passa così, tra rinvii, promesse, silenzi.

“Quando sarà vero ve lo dirò”

In quei mesi Simonetta scrive ai ragazzi ogni giorno. Messaggi brevi, sobri. Non promette ciò che non può mantenere. «Quando sarà vero, ve lo dirò». Sa che una parola sbagliata può far crollare tutto. “Durante i mesi di attesa avevo appeso in studio una mappa di Gaza: mi facevo dire dai ragazzi dove si trovavano e segnavo il punto dove erano le loro tende. Era un modo per sentirli più vicini, per seguire i loro movimenti, per capire da dove sarebbero potuti uscire. Anche ora che sono arrivati, la mappa è ancora al suo posto”.

Simonetta mi racconta di una studentessa che, durante i mesi di attesa, gli aveva chiesto cosa significasse davvero la parola “hope”. Non voleva una traduzione ma un senso: “Ci ho pensato per ore, non volevo dirle qualcosa di stupido o scontato”. Alla fine le aveva risposto parlando di colori, di una speranza che può tornare verde, come un semaforo che dia il via libera. Non è retorica ma un linguaggio minimo per un dolore massimo.

Quando il via libera per l’uscita da Gaza arriva, è il momento del viaggio. Simonetta vorrebbe andare a Gaza, compiere il viaggio con i “suoi ragazzi” ma è impossibile. Ma ha promesso loro che sarebbe andato a prenderli e dunque parte per il solo luogo che può raggiungere: la Giordania. L’esercito israeliano intanto ha convocato i ragazzi e le ragazze: devono presentarsi alle due di notte con uno zaino, un telefono, un caricatore. Nessun accompagnatore. Lasciare Gaza significa lasciare la famiglia senza sapere quando – e se – ci si rivedrà. E affrontare anche il terrore di
essere costretti a tornare indietro a metà strada.

I viaggi verso il confine durano venti, ventidue, ventisette ore. Un tempo infinito per coprire un tratto di strada che in condizioni normali non richiederebbe più di quattro o cinque ore. Gli autobus dove viaggiano i ragazzi sono scortati da Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ma anche questo non è garanzia di sicurezza: vengono colpiti infatti e si corre il serio rischio di doversi fermare, di dover tornare indietro.
Simonetta attende ad Amman: vuole essere la prima persona che vedono fuori dalla Striscia. Quando i ragazzi e le ragazze scendono dall’autobus sono stremati. Piangono. Lui piange. «È stato come il giorno in cui è nato mio figlio», racconta. Non ha salvato delle vite, dice. Ma non ha mai lasciato loro la mano.

La conquista del tempo

Oggi quei ragazzi vivono a Milano, in una residenza vicino all’università. Hanno stanze, buoni pasto, assistenza sanitaria, corsi di italiano, supporto psicologico. Ma soprattutto hanno tempo. Tempo per studiare. Tempo per respirare. Tempo per non essere un simbolo. «Non vogliamo essere eroi», gli hanno detto. E lui li ha protetti. Dalla stampa, dagli eventi, dalle bandiere sotto le finestre, “ho fatto da padre, ho fatto da madre”, dice. Li ha accompagnati in silenzio nelle aule, nei corridoi, nella normalità. Qualcuno ha già dato tre esami in due mesi.

Parla di questi ragazzi con orgoglio, si commuove. Mi racconta però che anche una volta arrivati a Milano non tutto è stato facile. C’è stato aiuto concreto, molti studenti hanno organizzato una vera e propria “catena di aiuti” e hanno procurato
ai ragazzi e alla ragazze ciò che poteva servire loro: abiti, oggetti personali. Però c’è stata anche indifferenza, a volte vero e proprio fastidio persino da parte di chi parlava di Palestina ogni giorno. La dissonanza tra l’attivismo e la realtà concreta dell’accoglienza è emersa con forza. Ma Simonetta non polemizza. Registra. Continua. Dialoga.

Se c’è un appello, dice, non è ideologico. È semplice: investire in scuole, università, formazione. Perché lo Stato di Palestina esiste già, ed è in questi ragazzi. La scuola è ciò che spaventa davvero i fanatici. Perché è un luogo di mescolanza, di pensiero critico, di futuro. Quando parliamo di cosa serve ancora, la risposta non è materiale. Serve tempo condiviso. Una “banca del tempo”. Persone che offrano competenze, passeggiate, conversazioni, saperi. Senza tornaconto personale. E poi anche fondi che garantiscano all’Università la possibilità di continuare questo progetto.

La guerra a Gaza ha distrutto quasi tutto ma non il coraggio, non la speranza di questi ragazzi. Garantire loro l’istruzione però è una forma di disobbedienza radicale alla logica della cancellazione. Certo, non risolve il conflitto e non cancella il dolore ma fornisce una possibilità concreta di ritorno, di ricostruzione. E mentre Stefano Simonetta parla, è chiaro che questa non è una storia conclusa. È un processo. Un’arca fragile ma reale che naviga in mezzo a una tempesta, carica però di ciò che conta davvero: persone, studio, futuro.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.