Lo strano filo rosso che collega la Wagner alla guerriglia anti Putin

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Le domande che l’ammutinamento della Wagner ha generato in queste ore sono tante. Ma un dettaglio notevole aggiunge un’altra ipotesi alle tante paventate nelle ultime ventiquattro ore. I miliziani anti-Putin si trovano, da tempo, più o meno nelle stesse aree del gruppo di mercenari: è possibile che queste due forze siano entrate in contatto con il fine di destabilizzare Mosca?

La comparsa della Wagner nello scenario ucraino

Non si tratterebbe di un’ipotesi così peregrina: tempi, luoghi e mosse sono spesso avvenute in contemporanea, anticipandosi gli uni con gli altri. Le ultime ore, infatti, ci insegnano che nulla è impossibile nello scenario del conflitto in Ucraina. Sebbene abbiano avuto un ruolo fondamentale nel primo conflitto in Donbass, le forze della Wagner compaiono ufficialmente nel teatro ucraino nell’aprile del 2022: l’invasione è iniziata da circa un mese e mezzo, quando le forze ucraine dichiarano la presenza dei mercenari russi nell’attacco a Popasna, importante snodo viario all’interno della nuova battaglia per il Donbass. Da quel momento, iniziano a moltiplicarsi sui social dei milblogger, una serie di foto che ritraggono Evgeny Prigozhin nell’area, presumibilmente impegnato in operazioni di reclutamento tra la popolazione rurale e carceraria dell’area. Poche settimane dopo, il gruppo dei mercenari diventa protagonista della presa di Svitlodarsk, poco più a sud. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, ritroviamo la Wagner in quel di Sievierodonetsk come principale forza d’assalto russa, ma anche nella presa di Lysychansk.

L’emergere della guerriglia anti-Putin

Giunge il pieno dell’estate 2022 e la relativa speranza di una svolta nel conflitto. Il 15 agosto la brigata Wagner viene colpita pesantemente a Popasna, in quello che viene ancora considerato il suo quartier generale: l’attacco è talmente grave da far ipotizzare addirittura la morte di Prigozhin, prontamente smentita. Nel frattempo, alla fine di agosto, il panorama delle forze in campo muta repentinamente con l’attentato a Darya Dugina: a fornire un’altra pista possibile, a sole 24 ore dall’attentato, Ilya Ponomarev, ex membro della Duma russa, in esilio in Ucraina dal 2014 (l’unico che votò contro l’annessione della Crimea). A compiere l’attentato sarebbe stato il sedicente Esercito nazionale repubblicano (Nra), formazione di cui non si ha alcuna notizia se non per uno scarno comunicato di oppositori di Putin, letto dallo stesso Ponomarev, pronto a giurare che i nuovi partigiani non si fermeranno qui, e che sono pronti a condurre ulteriori attacchi contro pezzi da novanta collegati al Cremlino. Nelle ore successive all’attentato, apprendiamo che l’Nra, su Telegram, l’app preferita dal mondo russo, i partigiani del sedicente esercito possiedono un canale con continui aggiornamenti chiamato Роспартизан, ovvero Rospartizan, che da quel momento scoperchia il mondo della guerriglia anti-Putin.

La battaglia “esistenziale” di Bakhmut

Ma alla fine di settembre entra nel vivo anche la battaglia “esistenziale” e militare di Bakhmut. L’attacco via aerea alla città è cominciato mesi prima, ma l’assalto principale nell’area urbana ha inizio solo al principio dell’agosto scorso. Tra forze regolari e separatiste, il gruppo Wagner fa di questa area la “propria” battaglia. A settembre, poi, un annuncio atteso da anni: Prigozhin finalmente ammette urbi et orbi di essere il fondatore della Wagner: una paternità che aveva spesso negato, rimanendo nell’ombra, fino all’uscita allo scoperto; il gruppo di mercenari, dichiara, è stato da lui fondato il 1 maggio 2014 con il compito di agire da “patrioti”. Nel frattempo, il 21 settembre, Putin annuncia la mobilitazione parziale: una chiamata alle armi per circa 300mila russi riservisti. Andranno al fronte solo quello in possesso di una già solida esperienza militare: il Cremlino non vuole scatenare il panico o dare l’idea di stare perdendo la guerra. Il panorama delle resistenza anti-Putin si arricchisce di una nuova formazione, che questa volta fonde in sé l’odio per Mosca con le rivendicazioni etniche: sono i nazionalisti baschiri.

La guerriglia anti-Putin tra sabotaggi e attentati

Nella fase che va dal gennaio scorso a circa un mese fa, il diorama delle forze in campo si complica. Mentre continua l’assedio di Bakhmut, agli inizi di marzo spunta il Corpo dei volontari russi, una nuova formazione anti-Putin che si fregia di due operazioni: l’attentato fallito al magnate televisivo Konstantin Malofeev e l’incursione nella regione di Bryansk. La formazione, di evidente matrice neonazista, afferma di combattere per “un’Ucraina indipendente e per una Russia libera”. I suoi rapporti con Kiev, che il gruppo rimarca più volte, non vengono però mai chiariti, sebbene la bandiera della formazione abbia sventolato perfino sull’Isola dei Serpenti e i suoi miliziani sia stati ritratti mentre maneggiano degli Himars. A loro si aggiungeranno, l’8 maggio scorso, i miliziani di Atesh (partigiani di Crimea) che attentano alla vita di Zakhar Prilepin, controverso scrittore e giornalista nazionalista russo, senza riuscirci. Ma le strade della Wagner con la presunta guerriglia anti-Putin sembrano incontrarsi agli inizi di aprile, quando muore in un attentato a San Pietroburgo Vladlen Tatarsky, il milblogger filoputiniano rimasto ucciso in un bar della rete di Prigozhin.

La caduta di Bakhmut e l’incursione a Belgorod

Il 20 maggio scorso Bakhmut cade. Solo pochi giorni prima si era reso protagonista del video di sei minuti nel quale, al buio e tra un ammasso di cadaveri, lanciava la sua rampogna contro la Difesa russa.

Simbolo per la guerra in sé e per il Donbass, Bakhmut è l’occasione per Prigozhin per elogiare le sue forze, polemizzando contro gli alti vertici dell’esercito russo e annunciando a breve il ritiro della Wagner. Un avvicendamento molto strano in presenza di un avversario che sta continuando ad attaccare e che Prigozhin addirittura elogia per il modo in cui sta portando avanti l’offensiva. Appena due giorno dopo, la notte del 22 maggio, a 300 km più a nord, la sedicente guerriglia anti-Putin sfonda il confine entrando in territorio russo a Belgorod. Se Mosca è certa dell’inizio di una contro-invasione, Kiev cita “miliziani russi anti-Putin” e in particolare due forze paramilitari: la Legione Libertà per la Russia e la formazione del Corpo dei volontari russi, a loro volta legate all’universo mediatico di Ponomarev, chaperon dell’Esercito nazionale repubblicano. Quest’ultimo, ancora una volta megafono delle milizie anti-Putin, annuncia che l’offensiva non si fermerà a Belgorod, ma è pronta a procedere verso Gravyoron, Churovichi e Bezlyudovka. Ma soprattutto, lancia l’allarme sulle prossime missioni: Bryansk, Kursk e Voronezh, nelle sue parole, non devono star tranquille, perché costituiranno il prossimo tassello.

La crociata di Prigozhin “mutilata”

Nel frattempo, ed arriviamo alle ultime ore, i rapporti tra Prigozhin e Mosca vanno esacerbandosi. Dalle minacce si passa alla presa di Rostov sul Don, poi al passaggio su Voronezh, a circa 600 km di distanza. I fatti testimoniano che le forze della Wagner non hanno coperto la lunga distanza in così poche ore, ma che sulla famigerata autostrada M4 si siano adunati via via sul percorso forze e mezzi della brigata di mercenari. Proprio Voronezh, che avrebbe dovuto costituire per la guerriglia anti-Putin il prossimo passo dopo Belgorod, diventa teatro dell’offensiva della Wagner.

Nella “V” immaginaria che descrivono i tre punti costituiti da Belgorod (volendo anche Curovichi), Rostov e Voronezh, da almeno un anno le forze della Wagner, la guerriglia anti-Putin e le forze regolari si incontrano e si scontrano. Nulla vieta di ipotizzare che le prime due abbiano attinto dagli stessi bacini di banditaglia locale. L’ipotesi di contatto e collaborazione fra queste due spinte prende forma ancor più alla luce delle ultime ore: la guerriglia e la brigata di Prigozhin ora hanno un obiettivo comune, sebbene al soldo di committenti differenti. Il progetto di una Russia libera appartiene a entrambe e ne permea il linguaggio a suon di “patrioti”, “partigiani”, “traditori”. Perfino l’obiettivo ultimo è lo stesso: come ha affermato più volte Ponomarev “questa guerra finisce a Mosca”. Ed è proprio a Mosca che voleva giungere Prigozhin.