Inizia l’invasione su larga scala di Gaza City, centinaia di carri armati, bombardamenti, ordigni incendiari sui civili, tanti dei quali bambini. “Gaza brucia”, ha esultato il ministro della Difesa Israel Katz, riecheggiando la fine di Apocalipse now, quando un suo quasi omonimo, il colonnello Kurtz, ripete: “L’orrore… l’orrore”. Un orrore subito come destino ineluttabile per Kurtz, che Katz declina come ineluttabile destino inflitto ad altri.
L’attacco è stato preceduto dalla visita di Marco Rubio, Capo del Dipartimento di Stato e Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa (ad interim), che aveva il compito di dimostrare al mondo il sostegno dell’amministrazione americana al genocidio in corso a Gaza e a quello futuro in Cisgiordania.
Per inviare questo messaggio Trump ha scelto Rubio e non il suo fedele Witkoff, che ha gestito in precedenza il dossier israelo-palestinese: un modo per dimostrare distanza dall’operato di Tel Aviv, ma anche che ha ceduto su tutte le richieste di Netanyahu. L’assassinio di Charlie Kirk ha destabilizzato nel profondo il presidente americano, tanto da ridurlo alla totale inermità nei confronti di Netanyahu, che ormai lo bullizza.
Trump ha scelto Rubio perchè, ben prima di essere chiamato nella sua amministrazione, era uno strenuo sostenitore della destra israeliana e si era già esibito nel bacio della pantofola di Netanyahu.

E ieri si è esibito in un’altro esercizio di sottomissione accompagnando il premier israeliano all’inaugurazione della cosiddetta “Via del pellegrinaggio”, un tunnel scavato sotto le case palestinesi (alcune abbattute allo scopo) nei pressi della Città Vecchia di Gerusalemme e che termina presso le fondamenta del Muro Occidentale, parte della struttura di contenimento del complesso che ospita la moschea di al-Aqsa.
Come ha spiegato Peace now, la presenza di Rubio all’inaugurazione del tunnel non è “altro che il riconoscimento americano della sovranità israeliana sull’area più sensibile e sacra di Gerusalemme. L’apertura [del tunnel] cela la volontà di calpestare l’idea di Gerusalemme come città sacra a tutte le fedi e appartenente a tutti i suoi residenti” (BBC).

In concomitanza con Rubio sono sbarcati in Israele circa 250 politici eletti nelle sedi di rappresentanza degli Stati Uniti, tra esponenti dei parlamenti dei singoli Stati e del Congresso, la “più ampia delegazione bipartisan di legislatori americani che abbia mai visitato Israele”, come esulta il Jerusalem Post, i quali resteranno nel Paese mediorientale alcuni giorni, il tempo necessario a finalizzare un legame alquanto irrevocabile con Tel Aviv.

A questi si è rivolto Netanyahu nel discorso di benvenuto, spiegando che la causa dell’allontanamento dell’Europa da Israele sarebbe l’immigrazione islamica, capace di “piegare” i governi (sic), ma soprattutto accusando Qatar e Cina di realizzare campagne negative contro il suo Paese.
E senza nominarla, ha ammonito i presenti a far fronte all’asserita minaccia cinese: “Quando si abbatte una grande potenza [la Russia dopo il crollo del Muro ndr], emergono altre forze. Da qui mi rivolgo al ministro degli Esteri… non farò nomi. Riflettete sui pericoli. I pericoli non scompaiono, cambiano soltanto”.
In tal modo, Netanyahu si è messo alla testa della crociata anti-cinese, che al tempo Rubio aveva sposato aderendo al verbo di liberal e neocon americani, sulla quale però convergono anche gli ambiti più realisti della comunità della politica estera Usa (ad esempio Elbridge Colby, attuale sottosegretario per la politica del Pentagono).

Una mossa più che abile quella di Netanyahu, perché questi ultimi, che hanno certa influenza tra i Maga, propugnano l’abbandono del Medio oriente per riorientare la potenza statunitense verso Pechino. Netanyahu offre invece il sostegno israeliano a tale confronto, che però non deve necessariamente comportare l’abbandono della causa di Tel Aviv, evolutasi nella spinta alla Grande Israele, anzi.
La Grande Israele darà il suo apporto, un apporto decisivo secondo Netanyahu che si è imposto come guida della crociata contro Pechino. Da questo punto di vista il riferimento a Sparta, anzi alla Super-Sparta, brandito nel discorso di Netanyahu e ripreso da tutti i media, non era soltanto la presa d’atto che Israele, a causa della sua bellicosità, si sta isolando dal mondo, da cui la necessità di certa “autarchia”.
In realtà, Netanyahu, come da cenno pregresso, sembrava far riferimento alla guerra del Peloponneso, che vide scattare la cosiddetta trappola di Tucidide secondo la quale quando una potenza in ascesa si confronta con una potenza pregressa, la guerra è inevitabile.
Una prospettiva che aveva già manifestato in modalità allusiva quando, nel giugno del 2024, si era presentato alla Knesset brandendo il libro The Rise and Fall of Athens (L’ascesa e la caduta di Atene), una riproposizione di scritti di Plutarco a cura di Ian Scott-Kilvert sulla guerra del Peloponneso, vinta alla fine da Sparta, potenza consolidata, contro Atene, in ascesa.

Probabile che questa inusuale fiammata anti-cinese di Netanyahu sia dovuta allo sviluppo della partnership economico–militare tra Pechino e Teheran, contro la quale nel suo discorso ha riservato le solite minacce.
E nella sua lucida quanto incendiaria follia ha collegato il genocidio palestinese, necessario alla Grande Israele, e l’incenerimento dell’Iran, necessario all’egemonia israeliana sul Medio oriente, alla crociata anti-cinese made in Usa, Golem necessario alla riuscita della prospettiva ultima. Al di là se gli sarà possibile realizzare o meno tali allucinate ambizioni, resta che, se non viene fermato, ne vedremo delle brutte. L’orrore di oggi è funesto presagio.
Nella nota pregressa avevamo accennato a come l’attacco al Qatar e l’assassinio di Kirk potrebbero essere l’11 settembre di Trump, quando la rotta della nave americana fu deviata verso il tempestoso mare delle guerre infinite. La Super Sparta sembra confermare la prospettiva.
Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, a sostenerlo tramite abbonamento.

