La fine dell’accordo sul grano ha implicazioni economiche e politiche molto importanti. E non solo per l’Ucraina. Sono tanti i Paesi, anche in Europa, costretti adesso a dover fare i conti con il mancato rinnovo dell’intesa volto dalla Russia. Una decisione che rischia di scatenare scenari da incubo, come ha sottolineato in una nota la nota la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni che ha descritto la decisione di Mosca come “un’altra offesa contro l’umanità. La decisione della Russia di interrompere l’accordo del grano è l’ulteriore prova su chi è amico e chi è nemico dei paesi più poveri. Riflettano i leader di quelle nazioni che non vogliono distinguere tra aggredito e aggressore. Usare la materia prima che sfama il mondo come un’arma è un’altra offesa contro l’umanità””, dichiara Meloni. (AGI) com/Cnt”. Una presa di posizione non fine a se stessa, ma ben piantata alla gravità del momento. Niente grano ucraino vuol dire niente nuove scorte e nuovi rifornimenti per milioni di persone in Africa e in Medio Oriente. Con conseguenti possibili nuove crisi sociali e nuove crisi migratorie.

Le conseguenze del mancato rinnovo dell’accordo

Le vicende belliche hanno forse fatto passare in secondo piano la valenza dell’accordo sul grano ucraino. Eppure lo scorso anno l’intesa, mediata dalla Turchia, ha avuto risvolti politici non certamente secondari: si è trattato del primo accordo mediato tra Mosca e Kiev dall’inizio delle operazioni militari. Sotto il profilo pratico poi, ha significato l’alleviamento della crisi alimentare in Medio Oriente e in Nord Africa. Il perché è presto detto: l’Ucraina è uno dei principali Paesi produttori di grano, frumento e prodotti agrari. Con l’accordo, si è garantita la navigazione sul Mar Nero per le navi con a bordo tutto il materiale coltivato dalle campagne ucraine, specialmente quelle dove la guerra ha colpito di meno. I più importanti consumatori di prodotti ucraini, hanno così potuto continuare le loro importazioni.

L’addio all’accordo, stabilito nelle scorse ore da Mosca, fa quindi tornare le lancette indietro di un anno. Le navi container rischiano di rimanere per lungo tempo ferme nel porto di Odessa, senza possibilità di rifornire i propri clienti. L’esportazione via treno è possibile dalla Polonia e dalla Romania, ma può bastare solo per quantitativi di grano ben inferiori a quelli commercializzabili via mare. Il rapporto è impari: come spiegato lo scorso anno dal ministro dell’agricoltura ucraino, Roman Leshchenko, via treno al massimo possono essere esportate 500mila tonnellate di grano al mese, con le navi invece ben cinque tonnellate.

I Paesi più esposti a possibili nuove crisi

Lo stop all’export del grano ucraino ovviamente crea in primo luogo problemi a Kiev. Senza poter vendere uno dei propri principali prodotti, alle casse ucraine verranno a mancare molti essenziali introiti. Poi ci sono quei Paesi europei verso cui è diretta l’esportazione delle derrate agricole ucraine. L’Italia non ha un legame di dipendenza dal grano di Kiev, ma sarebbe esposta alle oscillazioni dei prezzi nel Vecchio Continente previste al rialzo per via della mancanza dei prodotti esportati dal Mar Nero. Circostanza che, in una fase dove si preme per abbassare l’inflazione, potrebbe portare a non pochi squilibri.

Ma ovviamente le conseguenze maggiori sono previste per quei Paesi che dipendono quasi integralmente dal grano ucraino. In primis l’Egitto, importatore di grandi quantità dei prodotti delle campagne delle “terre nere”. Qui la guerra in Ucraina ha fatto sentire i suoi effetti nonostante l’applicazione dell’accordo dello scorso anno. I prezzi sono aumentati e molte famiglie non hanno un facile accesso ai prodotti di base per l’alimentazione. Nell’area del Magreb, anche Algeria e Tunisia potrebbero subire gli effetti della fine dell’intesa. La situazione nell’intero continente africano potrebbe presto diventare poco sostenibile: ci sono Paesi come l’Etiopia ad esempio, alle prese già da diversi mesi con gravi carestie, così come la Somalia. Lo spettro della fame potrebbe quindi attanagliare intere aree fragili del pianeta.

Il rischio di crisi migratorie dall’Egitto e dal Corno d’Africa

Quando si parla di indebolimento delle economie del nord Africa o del Medio Oriente, impossibile non fare riferimento anche a possibili nuove crisi migratorie. Non è un caso se nell’ultimo anno dall’Egitto siano andate via sempre più persone, tanto da rendere il confine con la Libia uno dei passaggi più sfruttati dai trafficanti di esseri umani. Con una nuova crisi legata al grano alle porte, il rischio è quello di assistere a un aumento della pressione migratoria sulle coste della Cirenaica, da cui nel 2022 sono partiti verso l’Italia oltre 15mila migranti.

A preoccupare è anche il Corno d’Africa: dall’Eritrea e dalla Somalia in molti potrebbero provare ad arrivare in Libia tramite il Sudan. Il tutto sfruttando anche l’instabilità di Khartoum, alle prese da aprile con un drammatico conflitto civile. Anche da quest’area dell’Africa è da mesi che vengono registrati aumenti dei transiti diretti alle coste libiche e quindi all’Italia.

Lo scenario relativo a un ulteriore aumento della crisi migratoria non è quindi così lontano. Anche se potrebbe non essere automatico. A una maggiore penuria di cibo, non corrisponde subito un aumento dei flussi verso l’Europa. Il pericolo riguarda il medio e lungo periodo ed è legato soprattutto alla possibile destabilizzazione del quadro politico e sociale dei Paesi più esposti alla crisi del grano.