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La guerra in Siria dura ormai da nove anni, ma i teatri di scontro tra le diverse parti in causa continuano ad aumentare. Uno dei fronti più caldi è senza dubbio quello della provincia di Idlib, ancora in mano alle milizie jihadiste cooptate almeno in parte dalla Turchia e su cui il presidente Bashar al Assad sta cercando da tempo di riprendere il controllo. Negli ultimi giorni però lo scontro si è spostato nella zona nord-est della Siria e più precisamente sui giacimenti petroliferi che sorgono nell’area: gli Usa vogliono mettere le mani sull’oro nero siriano, ma devono fare i conti non solo con Damasco, ma anche con le mire turche.

L’accordo con il Rojava

Che gli Stati Uniti avessero delle mire sul petrolio presente nell’area di Qamishlo e di Deir ez Zor non è certo una novità, ma la notizia della firma di un accordo tra l’Amministrazione autonoma del Rojava e una compagnia americana ha preso molti di sprovvista e ha scatenato dure reazioni da parte di Damasco. Vale la pena ricordare che a ottobre del 2019 gli Stati Uniti annunciarono il ritiro delle proprie forze dalla Siria avendo ormai considerato lo Stato islamico “sconfitto al 100%”, come scrisse lo stesso Donald Trump su Twitter a marzo dello stesso anno. La mossa fu condanna a livello internazionale, creò una spaccatura all’interno della stessa Amministrazione americana e permise alla Turchia di avviare l’operazione Sorgente di pace contro il nord-est della Siria per la creazione di una safe zone lungo il confine. Il presidente Usa fu a quel punto costretto a rivedere le proprie decisioni e il capo del Pentagono Mark Esper annunciò l’invio di circa 500 soldati americani nel Rojava a difesa dei giacimenti petroliferi, i cui proventi sarebbero andati unicamente ai curdi del nord-est. Quasi un anno dopo, l’Amministrazione Usa sembra aver mantenuto la parola data: a fine luglio la senatrice Lindsey Graham, in una seduta al Senato, ha parlato di un accordo che sarebbe stato siglato tra il comandante delle Syrian Democratic Forces (Sdf) Mazloum Abi e una compagnia americana per “la modernizzazione dei giacimenti petroliferi del nord-est della Siria”. A confermare la notizia è stato poi il Segretario di Stato Mike Pompeo: “L’accordo ha richiesto più tempo del previsto, ma lo stiamo finalmente implementando”.

Lo scontro sul petrolio

La firma di un accordo tra Usa e curdi ha ovviamente scatenato le ire di Damasco, che ha tutte le intenzioni di rimettere mano sul nord-est della Siria controllato attualmente dai curdi e sui giacimenti petroliferi dell’area. Prima della guerra il Paese produceva 380mila barili di petrolio al giorno, per cui riprendere possesso di questa risorsa è fondamentale per migliorare l’economia siriana – sanzioni permettendo – e trovare i fondi per la ricostruzione post-bellica. La condanna di Damasco è arrivata tramite il ministro degli Esteri, che in un comunicato ha accusato la compagnia petrolifera coinvolta di voler “rubare il petrolio siriano con il supporto dell’Amministrazione americana (…). L’accordo è nullo e non ha alcuna base legale”.

Ad essere interessato al petrolio siriano non è solo il presidente Bashar al Assad, ma anche Turchia e Russia. A marzo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva proposto al suo omologo russo di prendere il controllo dei giacimenti di Qamishlo e Deir ez Zor e spartirsene i proventi, il tutto a discapito dei curdi. Le due aree a cui Erdogan faceva riferimento erano e sono tuttora parte del Rojava, ma il presidente turco mira da tempo ad espandere il più possibile la zona cuscinetto da lui creata a seguito dell’operazione Sorgente di pace. La proposta sembrava più una provocazione che una reale minaccia, considerando le conseguenze che una nuova offensiva turca avrebbe avuto anche per la stessa Ankara, ma aveva comunque messo in luce quanto forti fossero le mire di Erdogan sul Rojava. La Russia non aveva tra l’altro commentato la notizia – almeno non per vie ufficiali – e un avvicinamento alla Turchia in chiave anti-curda sembra un’ipotesi alquanto azzardata. Mosca sta cercando da tempo una soluzione politica alle rivalità tra Damasco e il Rojava, con l’obiettivo ultimo di riportare i curdi sotto il controllo di Assad e poter quindi tornare a sfruttare i giacimenti petroliferi del nord-est. L’accordo tra Usa e Sdf cambia però gli equilibri dell’area: il rafforzamento della presenza e degli interessi americani nel nord-est rende più solidi i rapporti tra Washington e i curdi, con conseguenze negative per Damasco, Mosca e Ankara che vorrebbero invece gli Usa fuori dalla Siria.