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Con questo intervento chiudiamo il dibattito a più voci sulle recenti affermazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto (“Non siamo pronti né a un attacco russo né a un attacco di un’altra nazione”). L’Italia sarebbe pronta a combattere? Ma soprattutto: gli italiani sarebbero pronti a combattere se attaccati? E se no, perché? Dopo gli interventi di Paolo Mauridell’ammiraglio Roberto Domini e di Andrea Muratore, ecco quello di Fulvio Scaglione.

Il ministro Crosetto, quando ha parlato della non prontezza dell’Italia a reggere un attacco armato, forse non è stato molto “politico” ma ha messo il dito in una piaga evidente. Una piaga con due diramazioni. La prima è più tecnica: abbiamo i mezzi, le strutture e gli uomini per combattere, se chiamati a farlo? La seconda è più culturale e sociologica: gli italiani avrebbero la volontà di combattere? Perché la capacità di resistere a un attacco (situazione ipotetica un po’ pretestuosa, e vedremo poi perché) è fatta dell’una come dell’altra cosa: avere tante armi e pochi disposte a impugnarle non funziona proprio come avere tanti ardimentosi disarmati.

Vediamo il primo punto. È dato da molti (per esempio dal nostro Paolo Mauri) per acquisito il dato che occorra riarmare. La domanda da incompetente di chi qui scrive è: per che cosa? Pare piuttosto chiaro che comprare o costruire un carro armato presupponga un progetto diverso da comprare o costruire un sommergibile. E quindi un’idea diversa di quale possa essere il “nemico”. Piacerebbe sapere, dunque, rispetto a quale nemico intendiamo preparare l’eventuale difesa. Di fatto, al di là di tante disquisizioni e filosofie, l’unico nemico finora precisamente identificato è la Russia, cui infatti si è riferito anche il ministro Crosetto. Però nessuno spiega a noi italiani perché la Russia dovrebbe attaccare l’Italia. Perché?

Se si tratta dell’Italia contro la Russia (o, meglio, della Russia contro l’Italia), perché non ci tranquillizzano le decine di bombe atomiche (tra 70 e 90; ed è tra l’altro in corso lo schieramento delle nuove bombe B61-12, per sostituire quelle “vecchie”) sistemate nelle basi di Aviano e di Ghedi in base al programma di nuclear sharing (condivisione nucleare) della Nato? Al programma hanno aderito Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia e prevede, tra le altre cose, di mantenere le attrezzature (aerei, sommergibili e quant’altro) necessarie a impiegarle. Sempre parlando della Russia: se non ci basta l’ombrello nucleare della Nato, alimentato dagli Usa, che cosa potrebbe farci sentire più al sicuro di così? E perché Francia e Regno Unito, ora, farebbero tutta quella gran pubblicità al loro armamento nucleare, se a noi le bombe atomiche non bastano? Perché poi, se dovessimo invece difenderci nell’ambito di un conflitto non tra la Russia e noi ma tra la Russia e la Nato (non diciamo Europa perché l’Europa ormai è dentro la Nato e non viceversa), riesce difficile credere che non finirebbe a schiaffoni nucleari, ahimè. E siamo punto e a capo.

Se invece il “nemico” non è la Russia ma la minaccia arriva da altre parti, sarebbe utile sapere di chi e di che cosa stiamo parlando. Andrea Muratore, nel suo articolo, ci ha ricordato che siamo un Paese del Mediterraneo, con le sfide che arrivano dal Medio Oriente e dall’Africa. Molto ragionevole, anche geograficamente parlando. E come Paese marittimo, una Marina più moderna e attrezzata potrebbe indubbiamente tornare utile al Paese, come ha ben spiegato l’ammiraglio Domini. E allora ditelo, spiegateci, fateci capire. Qual è la potenziale minaccia che arriva dal mare? Farci tagliare l’assistenza sanitaria e le pensioni per comprare armi, come teorizza Mark Rutte, quel pagliaccio del segretario generale della Nato, impone che ne valga la pena e, anche, che convenga (pure dal punto di vista dell’economia) al Paese. Servono più mezzi e più uomini? Ok. Ma cambiali in bianco non se ne firmano, nemmeno sotto il ricatto di un pericolo incombente che non si sa nemmeno da dove dovrebbe arrivare.

E poi ci sono, ovviamente gli italiani. Paolo Mauri ci ha ricordato che “secondo dati CENSIS diffusi a luglio 2025solo il 16% degli italiani tra i 18 e i 45 anni (ovvero quelli passibili di chiamata alle armi in caso di guerra) si dichiara pronto a combattere (tra gli uomini la percentuale sale al 21% e tra le donne scende al 12%). Il 39% invece protesterebbe, in quanto pacifista. Il 26% preferirebbe appaltare le operazioni militari e la difesa del territorio a soldati di professione e a contingenti di mercenari stranieri, da reclutare e stipendiare. Il 19% diserterebbe“. Insomma, non sarebbe proprio una corsa ai distretti militari. Ma è così in tutta Europa, anche in Paesi con una notevole tradizione belligerante. In Germania il 59% degli interrogati in un recente sondaggio si è detto indisponibile a prendere le armi per difendere la Patria. I britannici? Solo il 33% andrebbe a combattere. E se andiamo a vedere dove si combatte davvero, vediamo che in Ucraina il 69% degli interpellati in una recente ricerca Gallup chiede di mettere fine alla guerra il più presto possibile, anche rimettendoci dei territori.

Lasciamo da parte il caso particolare degli ucraini. Ma non è che gli altri europei siano tutti vigliacchi o incoscienti, il classico popolo bue che non capisce. Per gli altri il problema si rivela adesso ma viene da lontano. Da una crisi di fiducia in questo modello politico e sociale che ha mandato innumerevoli segnali anche in passato. Per esempio con il calo progressivo dell’affluenza elettorale che in Italia, alle ultime elezioni per il rimuovo del Parlamento, ha raggiunto il minimo storico: 63,9%. Per non parlare dell’affluenza elle elezioni per il Parlamento europeo, anch’esse ai minimi storici: quella generale poco sopra il 51%, quella italiana sotto il 50%. Un declino non improvviso ma diluito nel tempo, a conferma dell’incapacità della classe politica di analizzare la delusione e porvi rimedio.

Potremmo dilungarci sulle cause vere o presunte, ma restiamo a livello strada. Chi può sentirsi davvero rappresentato da una Ursula von der Leyen scelta dalle cancellerie e mai passata da un voto popolare? Dovremmo combattere perché ce lo chiede Mario Draghi, che un giorno ci rimprovera perché preferiamo i condizionatori alla libertà e l’altro si straccia le vesti perché l’energia costa troppo, a causa delle scelte politiche fatte da lui e da quelli come lui? Per un’Europa che si sente in pericolo e vuole metterci l’uniforme per mandarci a difendere i “valori” e i “diritti” ma non riesce a spendere una parola sul genocidio di Gaza?

E appunto parlando di Europa. Quanto abbiamo creduto nell’ideale europeista? L’abbiamo abbracciato con tutte le nostre forze. E abbiamo attraversato lunghi anni in cui parlare di Italia sembrava stonato, l’interesse nazionale una bestemmia, tutto doveva convergere nel grande ideale sovranazionale. E adesso… contrordine compagni, le sacre sponde e via dicendo. Perché l’esercito europeo non l’abbiamo fatto, l’armonizzazione fiscale nemmeno, se gli ucraini fanno saltare i gasdotti i bravi polacchi li aiutano a scappare, ma dovremmo imbracciare volentieri il fucile per difendere tutto questo? Non vi pare un po’ troppo?

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