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L’Italia ha siglato accordo per la costruzione del nuovo cacciabombardiere di ultima generazione, il Tempest. La firma è avvenuta il 21 dicembre scorso, ma la notizia è stata divulgata solo recentemente, il 3 gennaio. Il nuovo velivolo, o per meglio dire sistema aeronautico, verrà prodotto da un consorzio trinazionale in cui sono presenti, oltre al nostro Paese, il Regno Unito e la Svezia.

Il Tempest vede infatti la partecipazione delle maggiori industrie operanti nel campo della Difesa dei tre Paesi firmatari: per il Regno Unito Bae Systems, Leonardo Uk, Rolls Royce e Mbda Uk, per l’Italia Leonardo, Elettronica, Avio Aero e Mbda Italia e per la Svezia Saab e Gkn Aerospace Sweden.

A sottoscrivere gli impegni per l’Italia è stato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, mentre per il Regno Unito il segretario di Stato per la Difesa Ben Wallace e per la Svezia Peter Hultkvist, che regge il medesimo dicastero.

Come si legge nel comunicato stampa di Palazzo Baracchini, “l’accordo, denominato Future Combat Air System Cooperation Mou (Memorandum of Understanding), disciplina i principi generali per una collaborazione paritaria tra i tre Paesi e riguarda tutte le attività comprese la ricerca, lo sviluppo e il joint concepting necessarie ai governi per operare la scelta dell’acquisizione di un sistema aereo avanzato in sostituzione dell’Eurofighter. All’accordo seguiranno i Project Arrangement e la fase di Full Development, attualmente prevista a partire dal 2025”.

Il programma per il nuovo velivolo è stato definito “determinante per gli equilibri delle capacità militari e industriali a livello europeo e globale” e “tra i programmi prioritari della Difesa”.

Leggiamo anche che “nel Documento Programmatico Pluriennale (Dpp), recentemente presentato al Parlamento, una prima importante linea di finanziamento per la partecipazione italiana a Tempest é stata chiaramente individuata nell’ambito del programma Eurofighter, per consentire il concreto avvio delle attività., attraverso la cosiddetta transizione Typhoon to Tempest”.

Lo scorso novembre, infatti, avevamo già fatto notare come i primi fondi per il programma Tempest erano stati messi a bilancio all’interno di quelli destinati all’Eurofighter Typhoon. Nelle pieghe del Dpp 2020-2022, alla voce F-2000 (Typhoon) dei programmi operanti, leggiamo che “il programma garantisce anche lo sviluppo di sensori di nuova generazione ad avanzatissima tecnologia atti a promuovere il miglior posizionamento dell’industria nazionale aeronautica nell’ambito della cooperazione internazionale intorno al futuro programma per un caccia di sesta generazione (Tempest)”. Il documento prosegue anche indicando gli stanziamenti di massima. Viene affermato che “i volumi del programma F-2000 utili a detto strategico scopo sono stimati in circa 742 milioni di euro, ai quali si aggiungeranno quote per ulteriori 760 milioni di euro – da ricercare nell’ambito di consolidate sinergie a livello intergovernativo ed in stretta collaborazione con l’industria – garantendo il pieno soddisfacimento del fabbisogno esigenziale di competenza nazionale per la fase di R&D (Research & Development n.d.r.), condotta congiuntamente a Uk e Svezia”.

Sempre da Palazzo Baracchini apprendiamo che “il Fcasc Mou, sottoscritto tra le uniche nazioni europee che conoscono, producono e giá utilizzano tecnologie aeronautiche di quinta generazione, base necessaria per la costruzione dei futuri velivoli, consentirà di valorizzare l’ industria nazionale, garantendo l’accrescimento del know-how in un settore pregiato come quello delle tecnologie abilitanti ai velivoli di sesta generazione”. Italia e Regno Unito fanno già parte, infatti, del programma Jsf, che ha dato i natali al celeberrimo F-35 Lightning II, e la loro industria aeronautica è attivamente impegnata nello sviluppo della macchina di quinta generazione, venendo in possesso, così, di nuove competenze in grado di essere ulteriormente sviluppate e messe in atto nel nuovo caccia Tempest.

Il velivolo, a quanto sembra, sarà dotato di particolari tecnologie e soluzioni costruttive, oltre ad avere la ben nota capacità stealth, che ne faranno una macchina rivoluzionaria: armi a energia diretta, motori a ciclo variabile, possibilità di volare senza pilota e controllare sciami di droni, o Uav (Unmanned Air Vehicle) “gregari” (definiti nel mondo anglosassone come loyal wingman), senza dimenticare l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale (Ia).

La parte più interessante del comunicato stampa del ministero della Difesa, però, e quella dove viene affermato che “sempre nell’ambito della realizzazione dei velivoli di sesta generazione l’Italia ritiene auspicabile, come pure altri Paesi partecipanti sia a Tempest sia al progetto Scaf (Système de combat Aérien du Futur n.d.r.) trilaterale (Francia, Germania e Spagna) l’opportunitá di valutare nel tempo una possibile convergenza dei due programmi, per rendere il prodotto europeo ulteriormente competitivo su scala globale, anche per non rischiare l’avvio di una concorrenza tra gruppi europei, non facilmente sostenibile e che rischierebbe probabilmente di andare a beneficio di altri attori regionali con capacità globali, che stanno sviluppando analoghe tecnologie”.

Da mesi si parla della possibilità di far confluire i due programmi per sistemi aeronautici di sesta generazione in un unico grande progetto europeo, ma, secondo chi scrive, sarà molto difficile che si avveri questa eventualità.

Innanzitutto le redini dello Scaf sono saldamente tenute dalla Francia, che ne ha plasmato i requisiti operativi secondo le sue necessità e lascia poco margine d’azione agli altri partecipanti in merito a una loro possibile modifica: Parigi ha le idee chiare su cosa vuole e non intende dare troppo spazio alle necessità degli altri partner, soprattutto se si tratta di grosse modifiche.

Uno degli scogli su cui quasi sicuramente naufragherà la possibilità di veder convergere i due progetti aeronautici sarà sicuramente la questione “navale”: la Francia ha bisogno di una versione navalizzata del nuovo caccia, per andare a sostituire i Dassault Rafale che utilizza a bordo della sua portaerei, la Charles de Gaulle, che sarà sostituita, nel 2038, da una nuova unità a propulsione atomica. Un programma aeronautico, se deve comprendere due versioni dello stesso velivolo, vede consequenzialmente la lievitazione dei costi: fu così per il Tfx, il progetto statunitense del 1961 che diede alla luce l’F-111, di cui, originariamente, era prevista una versione imbarcata per la U.S. Navy, poi abbandonata.

Parigi già ora dovrà faticare non poco a convincere Berlino e Madrid a stanziare fondi per la versione navale dello Scaf: la Germania non dispone di portaerei, e la Spagna ha un’unità (la Juan Carlos I) che è in grado di operare esclusivamente con velivoli di tipo Stovl (Short Take Off and Vertical Landing), nella fattispecie gli AV-8B Harrier II. Immaginiamo quindi che troverebbe ulteriori difficoltà a convincere Italia e Regno Unito per quanto riguarda la medesima tematica: sia Londra sia Roma hanno già scelto l’F-35 nella sua versione B per le proprie portaerei.

Questo problema si può far rientrare in quello più grande rappresentato dalla formulazione dei requisiti operativi per la macchina: se ora Parigi può gestire quasi del tutto autonomamente il programma Scaf, così non sarà nell’eventualità di un unico caccia europeo in quanto il Regno Unito, e speriamo anche l’Italia, difficilmente asseconderanno i desiderata francesi.

Un’altra incognita – e ostacolo – è rappresentata dal ruolo del velivolo: proprio perché Londra e Roma hanno già in servizio gli F-35, a cui è delegato il ruolo principale di interdizione anche con armamento nucleare tattico, molto probabilmente imposteranno il Tempest come un caccia più specializzato nella superiorità aerea, stante il fatto che, sulla scorta dell’esperienza fatta col programma Jsf, ideare un velivolo multiruolo “spinto” comporterebbe difficoltà di progettazione (e relative spese esorbitanti) che difficilmente potrebbero volersi sobbarcare. Certo, una conversione nel ruolo da attacco al suolo (in inglese strike) è sempre possibile ex post, come avvenuto per altri velivoli come ad esempio il Typhoon, ma Parigi vuole un velivolo in grado di sostituire la sua linea da attacco (anche nucleare) e da intercettazione. Un fattore di cui bisognerà tener conto se si cercherà questa confluenza europea.

Riteniamo quindi che sarà molto difficile vedere un unico grande programma europeo per un caccia di sesta generazione, e forse non sarebbe nemmeno un’eventualità negativa: la concorrenza ha sempre fatto bene all’industria, anche nel settore militare, e storicamente Parigi, soprattutto nel campo aeronautico, ha sempre dimostrato di preferire smarcarsi dai progetti multinazionali optando per costruzioni totalmente casalinghe; pertanto la sua presenza, invece di essere un valore aggiunto, potrebbe rivelarsi solo una zavorra.