La recente pubblicazione del rapporto dello Iai, l’Istituto per gli Affari Internazionali sul futuro velivolo da combattimento europeo ci permette di fare il punto della situazione sui due programmi attualmente in essere in Europa per il nuovo caccia multiruolo di prossima generazione.

La maggior parte degli Stati del Vecchio Continente, tra cui anche l’Italia, deve cominciare ad attivarsi per la sostituzione dei velivoli di quarta generazione (o 4+) che sono attualmente in linea nel ruolo primario di intercettore (e secondariamente cacciabombardiere) come il Typhoon, il Gripen o il Rafale.

Data la continua evoluzione del contesto della sicurezza internazionale – con passate e nuove minacce che si ripropongono – data la caduta del mondo bipolare che ha aperto maggiormente la concorrenza industriale e la conseguente nascita di nuovi poli di attrazione anche di alto livello – come quello cinese – e soprattutto date le tempistiche per avere un velivolo in servizio, è oltremodo urgente, per l’Europa, che si definiscano i programmi per i nuovi velivoli ed in particolare l’Italia deve scegliere se schierarsi dal lato britannico o da quello francese.

I requisiti comuni del nuovo caccia

Che si tratti del Regno Unito, dell’Italia, della Francia o della Germania, esistono dei requisiti comuni per il nuovo velivolo. Tutti hanno ben presente che il nuovo caccia dovrà essere un “sistema di sistemi” intendendo con questo termine la necessità che l’aereo di nuova concezione dovrà essere il terminale principale di tutta una serie di sottosistemi in grado di gestire una moltitudine di operazioni e asset sul campo di battaglia: droni, raccolta informazioni e condivisione in tempo reale, connettività cyber ecc.

Il velivolo dovrà, inoltre, essere in grado di stabilire la superiorità aerea – o mantenerla – e di penetrare le difese avversarie eliminando tutte le minacce rilevanti, siano esse rappresentate dalla caccia avversaria o dai sistemi missilistici antiaerei.

Viene anche richiesto, soprattutto da alcuni attori come Francia e Germania, un elevato grado di interoperabilità con i velivoli delle altre Forze Aree ed un certo grado di condivisione con quelli legacy durante la fase di transizione tra una generazione ed un’altra.

Tutti gli attori principali hanno espresso la volontà di mantenere la propria indipendenza strategica per quanto riguarda le costruzioni aeronautiche sia per una questione di prestigio ma soprattutto per l’importantissima ricaduta industriale che ne consegue: la progettazione di un caccia permette alle industrie di mantenersi all’avanguardia nel settore aeronautico globale e contemporaneamente assicura importantissime ricadute su tutta la filiera industriale ed economica di un Paese facendo da volano per la ricerca aerospaziale e non solo.

Ogni Paese poi, ha espresso le sue peculiarità che hanno portato alla nascita di due progetti distinti: il Tempest, britannico, e il Système de Combat Aérien du Futur (Scaf o Fcas nel suo acronimo inglese) a guida francese ma con partecipazione tedesca.

I due progetti in competizione

Entrambi i progetti sono allo stadio larvale, potremmo dire, anche se quello franco-tedesco già ha beneficiato dei primi accordi finanziari: a febbraio del 2019 Parigi e Berlino hanno siglato un contratto biennale del valore di 65 milioni di euro a favore di Dassault e Airbus per la definizione dell’architettura generale e dell’organizzazione industriale del Fcas.

Da parte britannica invece, si è andati poco oltre la presentazione del primo mock up del Tempest a Farnborough del 2018. Il progetto del Tempest, nato dalla Combat Air Strategy dello scorso anno, è previsto che sia finanziato per un totale di due miliardi di sterline fino al 2025 e Londra morde il freno per poter individuare preliminarmente, entro la metà di quest’anno, i partner europei (e non essendo ventilata anche una partecipazione nipponica). La decisione finale in questo senso sarà nel 2020 mentre nel 2025 verranno prese le decisioni finali sul livello di investimento avendo come obiettivo la capacità operativa iniziale nel 2035, cioè proprio quando i Typhoon saranno in via di radiazione.

Abbiamo già avuto modo di discutere delle caratteristiche tecniche preliminari e del design iniziale dei due velivoli, che saranno sicuramente dotati di un qualche grado di invisibilità radar rientrando quest’ultima sempre tra i requisiti fondamentali per il caccia di nuova generazione, ma quello che ci preme sottolineare in questa sede è l’analisi della maggiore o minore convenienza, per l’Italia, di adesione ad uno o all’altro progetto.

Fcas o Tempest. Cosa è meglio per l’Italia?

All’Italia, stante la propria tradizione aeronautica, stante l’attuale struttura della linea di volo e stante l’attuale politica, sarebbe più conveniente partecipare al progetto inglese.

Il nostro Paese ha una tradizione aeronautica di partnership con l’Inghilterra che passa dal Tornado al Typhoon senza dimenticare tutta la grande famiglia dell’industria elicotteristica. Sebbene entrambi i velivoli citati siano stati prodotti da un consorzio che ha visto partecipare anche la Germania e la Spagna (quest’ultima entrata nel progetto franco-tedesco Fcas), a queste due nazioni – così come alla Francia – manca una chiave fondamentale per sviluppare un velivolo di nuova generazione dalla caratteristiche stealth, netcentriche e quindi dotato di elevate possibilità di penetrazione in ambiente ostile: non partecipano al programma F-35.

Oltre a partecipare attivamente alla produzione del velivolo della Lockheed-Martin, l’Italia – così come il Regno Unito – ha acquisito una certa “familiarità” nell’utilizzo di un velivolo avanzato di quinta generazione essendo in servizio attivo nella nostra Aeronautica Militare, al pari di quanto sta sperimentando Londra con le prime consegne dei velivoli della flotta di F-35. Un’esperienza militare/industriale di questo tipo è da tenere presente se si vuole progettare un velivolo dotato di caratteristiche, se non pari, migliori di quelle del Lightning II. Esperienza che manca sia a Germania sia a Francia.

Il progetto del Tempest ha poi, rispetto a quello del Fcas, un valore aggiunto non secondario: vi è già coinvolta Leonardo MW che potrebbe quindi fungere da “testa di ponte”, qualora l’Italia decidesse per questa strada, per le altre aziende italiane aumentando così la nostra partecipazione industriale allo sviluppo del progetto.

Sviluppo che verrebbe gestito in modo diverso rispetto al progetto franco-tedesco. Parigi e Berlino (ma soprattutto Parigi) hanno definito dei paletti inderogabili per quanto riguarda l’architettura del velivolo e pertanto se si decidesse di entrare in questo consorzio a tre bisognerebbe solo accodarsi come ha fatto la Spagna. Quindi la proposta di Roma – come riportato dallo Iai – “sarebbe con molta probabilità considerata solo dopo la definizione dei requisiti militari e la scelta dell’architettura industriale, con poco margine di manovra per andare incontro alle richieste italiane”. Da questo punto di vista Londra risulta essere molto più malleabile  proprio perché alla ricerca di un partner che possa lanciare il progetto definitivamente e quindi lascia ancora aperte le porte ad interventi per stabilire compiti e ruoli della macchina, fondamentali affinché risulti efficace per l’Italia.

In ottica export – argomento non trattato dallo Iai nel suo rapporto – però, la nostra considerazione è che il partenariato con l’asse franco tedesco risulterebbe più remunerativo: i velivoli “inglesi”, come anche il nostro Tornado ed Eurofighter, non hanno mai avuto molto appeal al di fuori dell’Europa mentre la Francia dispone di un mercato globale molto più vasto ed è sicuramente molto più aggressiva rispetto a Londra in questo senso.

Uno degli ostacoli per la collaborazione italiana al progetto Tempest potrebbe essere Brexit, o meglio, il modo in cui il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea. Un’uscita “brusca”, senza accordi, potrebbe infatti precludere a Londra l’accesso ai fondi europei sulla difesa – siano essi l’Edf o Pesco – che comunque prevedono la possibilità di partecipazione di Paesi terzi extra Ue. La stessa Brexit ha accelerato, come abbiamo più volte avuto modo di dire, la cooperazione militare all’interno dell’Europa ed il Trattato di Aquisgrana, siglato da Parigi a Berlino a gennaio di quest’anno, sta avendo l’effetto di catalizzare gli altri Paesi europei legandoli all’asse franco-tedesco. Il nostro problema, però, è che da questo asse siamo esclusi e né Francia né Germania sembrano intenzionate a farlo diventare un “Patto Tripartito”, perdonateci l’analogia.

Brexit, d’altro canto, potrebbe anche essere usata dalla stessa Francia – l’attore principale del programma Fcas – per mettere sotto scacco proprio Londra ed in questo modo costringere l’Italia ad accodarsi al suo progetto. Parigi, premendo per un’uscita “violenta” del Regno Unito, senza quindi gli accordi che consentirebbero un qualche accesso di Londra ai progetti militari europei, metterebbe Roma davanti alla possibilità di non effettuare nessun tipo di scelta, o meglio, di scegliere se partecipare al progetto Fcas oppure di essere tagliata fuori da un programma di caccia di nuova generazione e così facendoci fare un salto indietro tecnologico di almeno 20 anni costringendoci a “comprare” all’estero invece di produrre in consorzio.

Fatte tutte queste considerazioni auspichiamo, pertanto, che il Governo si attivi presto per trovare una linea di intesa con Londra, sperando che la Difesa, non propriamente al centro dell’agenda del Presidente Conte, torni ad essere vista come un’opportunità per il rilancio del Paese e non solo come un serbatoio di risorse finanziarie a cui attingere.