Basta dare un’occhiata alla mappa dei combattimenti in Siria per rendersi conto che l’Isis ormai non esiste più. Certo, ci sono ancora piccole aree a ovest dell’Eufrate controllate dai jihadisti dello Stato islamico, ma il pericolo – soprattutto se confrontato al 2015 (anno di massima espansione del Califfato) – sembra esser svanito. Forse per sempre.

Missione compiuta

L’Isis è ormai sparito in quelle zone che sono sotto il controllo dei curdi, che in questi anni sono stati appoggiati dai caccia della coalizione a guida americana nella lotta contro le bandiere nere. La missione Usa, quindi, almeno sulla carta è compiuta. I tagliagole non sono più una minaccia. Ed è per questo che Donald Trump è pronto a lasciare il Paese mediorientale. Del resto, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, il presidente americano aveva detto: “Una grande nazione non dovrebbe fare guerre infinite”.

Poche parole, ma chiave per leggere la politica estera americana dall’11 settembre in poi. Con la lotta al terrore, infatti, gli Stati Uniti hanno aperto una stagione di guerre che, fino ad oggi, hanno portato a risultati nefasti. L’Afghanistan è ancora in mano ai talebani e l’Iraq è ormai inglobato nell’orbita iraniana. La Libia di Khalifa Haftar, il vero uomo forte nel Paese, flirta con la Russia e la Siria è praticamente tornata in mano a Bashar al Assad. 

Certo, abbandonare questi scacchieri significa lasciare un vuoto che, prima o poi, qualcun’altro colmerà. Per questo motivo il Pentagono chiede a Trump prudenza. Ma l’annuncio è stato dato e pare che la stessa Difesa americana sia ormai rassegnata ad abbandonare la Siria entro aprile

Per questo motivo, i curdi stanno dialogando con Assad. Perso il protettore americano, questa minoranza si troverebbe sola di fronte all’avanzata dei turchi e dell’Esercito siriano libero nel nord del Paese. Il che vanificherebbe otto anni di guerra in cui i curdi non solo hanno combattuto contro le bandiere nere, ma anche (e soprattutto) per chiedere una maggior autonomia a Damasco. 

Il nodo Idlib

A nord, non lontano da Manbij, c’è Idlib. Qui, nell’ultimo anno, sono arrivati i ribelli, in gran parte terroristi legati all’ex Al Nusra, che combattevano contro Assad. E questa provincia è tornata al centro delle discussioni tra Russia, Iran e Turchia, le tre parti che partecipano al vertice di Astana. 

Il ministro della Difesa turco Hulusi Akar ha fatto sapere, durante la Conferenza internazionale sulla sicurezza in corso a Monaco di Baviera, che ci sono “violazioni del cessate il fuoco, sia da parte delle forze del governo siriano che da parte dei gruppi radicali”. E, ha proseguito il ministro, “ricordatevi ciò che abbiamo fatto a Jarabulus, Afrin e nelle altre regioni: le abbiamo ripulite dai terroristi, non per noi, ma per il popolo siriano”.

Ieri, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è spinto ancora più in là, facendo sapere che Ankara e Mosca potrebbero presto condurre operazioni militari contro i “gruppi radicali jihadisti” presenti ad Idlib, come riporta Nova. “Le operazioni congiunte possono essere svolte in qualsiasi momento in linea con gli sviluppi. Non ci sono ostacoli di fronte a questo”, ha detto il presidente turco. 

La minaccia dei foreign fighter

La guerra in Siria non è mai stata una questione solamente mediorientale. Innanzitutto perché gli interessi delle potenze internazionali si sono riversati su questo Paese e poi perché qui sono arrivate migliaia di combattenti da tutto il mondo. 

Oggi, come abbiamo raccontato, Trump ha “minacciato” i Paesi europei: “Gli Stati Uniti stanno chiedendo a Gran Bretagna, Francia, Germania e altri alleati europei di prendersi gli 800 combattenti dell’Isis che abbiamo catturato in Siria e di processarli. Il Califfato è pronto a cadere. L’alternativa non è buona ed è che saremo costretti a rilasciarli”. E poi: “Non vogliono vedere questi combattenti penetrare  in Europa, dove si prevede che vadano. Noi abbiamo fatto e speso molto, ora tocca ad altri fare il lavoro che sanno fare”.

Il problema dei foreign fighter non va sottovalutato. Chi è stato in Siria ha assorbito non solo l’ideologia dello Stato islamico, ma anche tecniche di guerra e di guerriglia, che ora può applicare in qualsiasi momento. Per questo i Paesi occidentali sembrano disinteressarsi alle sorti di chi ora si trova nelle prigioni dei curdi. Ma si dovrebbe cominciare a ragionare davvero su cosa fare con chi ha sposato la causa jihadista. 

Eppure non è facile. Prendiamo per esempio la soluzione più semplice: il carcere. La storia insegna che un jihadista dietro alle sbarre può continuare a fare proselitismo e, di conseguenza, a plasmare nuovi terroristi. Per questo andrebbero pensate misure di sorveglianza o isolamento straordinarie oltre a un tentativo, per quanto quasi impossibile, di recupero. 

I foreign fighter rappresentano una sfida per i Paesi europei, oltre che una minaccia. Ma trovare soluzioni a questo annoso problema è molto difficile. E pare che nessuno voglia pensarci.