Più, tra Siria ed Iraq, si avanza contro il califfato e più emergono dettagli e segreti sulla composizione dello Stato Islamico e dei suoi seguaci che dal luglio 2014 controllano vaste aree del deserto mesopotamico; fino ad oggi è ben risaputo come l’ ISIS, il gruppo che ha poi proclamato la nascita del cosiddetto ‘Stato Islamico’, è punto di riferimento della galassia jiahdista ed ha al suo interno una variegata ed eterogenea composizione proveniente in gran parte da miliziani non siriani od iracheni, pur tuttavia il ‘peso’ della differenza dei singoli gruppi divisi tra gli stati o le regioni di appartenenza inizia ad essere maggiormente conosciuto e questo, in futuro, avrà importanti conseguenze nelle azioni di contrasto al terrorismo.I gruppi uzbeki ed il terrorismo della ‘via della Seta’Ben nota in occidente è la cosiddetta ‘autostrada della jihad’, ossia l’arteria anatolica che dall’Europa ha permesso a numerosi foreign fighters di raggiungere Gaziantemp e, da lì, oltrepassare gli oramai demoliti confini siriani per ingrassare le fila tanto in Siria quanto in Iraq dell’ISIS e delle galassie jihadiste; il problema dei terroristi fatti passare, in funzione anti Assad, dalla Turchia è molto avvertito in occidente per via dell’effetto boomerang creato dal ritorno nel vecchio continente di numerosi salafiti giunti in Mesopotamia ed adesso in procinto di rientrare, una tematica questa sorta e cresciuta per via della complicità di tante cancellerie del vecchio continente che hanno chiuso più di un occhio verso questo fenomeno.Pur tuttavia, l’universo jihadista dell’ISIS  non è composto soltanto da gruppi locali e di foreign fighters; lo Stato Islamico è possibile dividerlo in due gruppi, a sua volta poi scomponibili in altri sottogruppi: in primo luogo, specie negli ultimi mesi anche grazie all’offensiva su Mosul che ha tagliato le vie di rifornimento tra il deserto siriano ed iracheno, appare ad oggi netta la separazione tra l’ISIS siriano e quello iracheno. Quest’ultimo trae maggiormente origine dalle esperienze delle brigate sunnite di Al Zarqawi, attive subito dopo la caduta di Saddam Hussein a cui poi si sono aggiunti i reparti smantellati del partito Baath e dell’ex esercito del rais, i quali hanno cavalcato il terrorismo jihadista per contrastare l’occupazione USA; l’ISIS iracheno quindi, per tal motivo ha un maggiore radicamento territoriale ed una maggiore capacità di reclutamento tra gli strati più vulnerabili della società irachena.Da quando poi l’avanzata dell’esercito di Baghdad si è fatta importante sia a Mosul che nell’Al Anbar, ex feudo del terrorismo jihadista, vi sono meno opportunità di comunicazione con l’ISIS siriano con cui comunque in gran parte si condividono ideali e la comune fedeltà ad Al Baghdadi. In Siria invece, l’ISIS si è formato grazie all’apporto di numerosi combattenti stranieri, ma non è stata soltanto ‘l’autostrada turca’ della jihad a far ottenere questo grave e pericoloso risultato: emerge infatti che, all’interno della galassia salafita presente in Siria, crescono a livello d’importanza i jihadisti provenienti dalla ‘via della Seta’, da quel centro Asia che si riscopre sempre di più come vera e propria palestra per tanti aspiranti terroristi. In particolar modo, cresce l’influenza dei gruppi uzbeki: nella provincia di Aleppo, così come nell’est di Homs, le brigate uzbeke sono ritenute fondamentali tanto in fase di battaglia quanto in fase di coordinamento.Non solo ceceni e caucasici, i terroristi jihadisti provenienti dall’Asia hanno sempre più nazionalità legate agli Stati ed alle regioni centrali; per tal motivo, all’interno dei gruppi asiatici emergono anche gli uiguri, ossia i cinesi dello Xinjang di lingua turcofona e di religione islamica, i quali stanno a Pechino come i fondamentalisti ceceni sono stati (ed in parte ancora stanno) a Mosca. Ma, per l’appunto, le ultime rilevazioni fanno emergere in primo luogo la grande presenza di cittadini uzbeki: organizzati in brigate, i terroristi provenienti dall’Uzbekistan sarebbero entrati in Siria in gran parte nel 2012, quando cioè il conflitto siriano è entrato nella fase di massima violenza trasformandosi da guerriglia interna a vera e propria guerra tra eserciti e fazioni contrapposte.L’influenza dello jihadismo in UzbekistanIl paese ex sovietico, spesso quello più identificato con la ‘via della Seta’ per la presenza al suo interno della città di Samarcanda, vive oggi una fase cruciale importante: a settembre è morto il presidente Karimov, vero ‘padre – padrone’ della vita politica ed economica uzbeka, la sua successione è stata delicata con il timore di uno smembramento dello Stato per via di intestine lotte per il potere, pur tuttavia la situazione sembra essere stata stabilizzata con la vittoria alle recenti elezioni (con l’86% dei consensi) dell’ex primo ministro Shavkat Mirziyoyev. Ma ad ogni modo, le radici dello jihadismo nel paese hanno origini più remote e risalgono a fine anni 90, quando nelle remote lande uzbeke confinanti con l’Afghanistan alcuni gruppi hanno saputo sfruttare l’insofferenza della popolazione per povertà e corruzione facendo attecchire la propaganda della Guerra Santa.L’influenza dei talebani in tal senso, è stata molto forte: non a caso, risale al 1998 la fondazione del Movimento Islamico dell’Uzbekistan (MIU), ad opera di Tahir Yuldashev e Juma Namangani, quest’ultimo ex paracadutista dell’armata rossa all’epoca dell’URSS. E’ da questa esperienza jihadista che si sono formati in tanti che oggi combattono in Siria in funzione anti Assad, è da questo momento che l’Uzbekistan diventa uno dei paesi a più alto rischio di terrorismo; oggi il gruppo del MIU è ancora attiva e nel 2014 ha giurato fedeltà ad Al Baghdadi ed è quindi parte integrante dell’ISIS. Molti di questi combattenti uzbeki hanno appreso le tattiche di battaglia in Afghanistan durante la guerra degli anni 2000, anche perché dal loro paese sono stati via via espulsi grazie ad una repressione che il governo di Karimov ha iniziato ad operare dopo che il MIU ha minacciato la stabilità del paese a fine anni 90.Molti jihadisti sono scappati dall’Uzbekistan ed hanno trovato rifugio in diversi paesi limitrofi, Afghanistan in primis ovviamente; lo scoppio della guerra in Siria, porta quindi le brigate uzbeke al centro della scena mediorientale: il MIU è organico all’ISIS ed è una delle sue parti più importanti tanto per l’apporto numerico di militanti, quanto per la capacità tattica e militare di operare in contesti difficili, quali quelli del deserto siriano. Il MIU negli anni ha subito colpi importanti, lo stesso Namangani sarebbe stato ucciso (pur se mai in tal senso sono arrivate conferme) durante un raid USA in Afghanistan, pur tuttavia il suo raggio d’operazione è molto esteso e va anche oltre la Siria.Il ruolo dei jihadisti uzbeki nei recenti attentati in TurchiaL’importanza dei ‘battaglioni uzbeki’ all’interno dell’ISIS, è emersa anche all’interno delle indagini sui recenti attentati compiuti ad Istanbul: è uzbeko il killer di Capodanno in fuga, così come vi era almeno un uzbeko nel commando che nel giugno scorso ha compiuto la strage presso il più grande aeroporto della metropoli turca. Il terrorismo della via della Seta, dimostra di essere sempre più pericoloso ed oggi viene impiegato per compiere azioni di guerra e di morte in molti scenari caldi del medio oriente: in futuro quindi, il pericolo nella lotta allo jihadismo internazionale, potrebbe arrivare non soltanto dai foreign fighters dei canali più ‘classici’ dell’ISIS, ma anche e soprattutto dal centro Asia, lì dove tutto è iniziato ‘in sordina’ all’ombra dell’Afghanistan subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

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