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Il 21 marzo del 2019, nell’annunciare la sconfitta dell’Isis quale entità statale, le forze curde del Rojava avevano avvertito che il gruppo terroristico non era stato del tutto debellato e che nel prossimo futuro avrebbe continuato a rappresentare una minaccia alla sicurezza del Paese. Il monito lanciato dalle Syrian defence force (Sdf) si è rivelato corretto: un anno dopo, lo Stato islamico è ancora attivo nel deserto siriano e i suoi attacchi contro militari e civili negli ultimi mesi si sono intensificati.

L’Isis torna a colpire

A lanciare l’allarme sul rafforzamento dell’Isis nella regione desertica della Siria sono sia l’Osservatorio siriano per i diritti umani (con base a Londra), sia la Russia presente attivamente sul territorio e direttamente coinvolta negli attacchi lanciati dal gruppo estremista. Le perdite militari russe sono infatti aumentate negli ultimi mesi, costringendo Mosca ad intensificare le operazioni nell’area meridionale e orientale del Paese. Nello specifico, l’area interessata dagli attacchi dell’Isis comprende la zona di al Shula e il deserto di Boukamal nella regione di Deir ez Zor, la strada di al Mayadin e quella per Palmira, l’area di Rusafa (Raqqa), quella di Ithira (est di Hama) e il deserto di Sweida. Si tratta di un’area che comprende buona parte del sud e dell’est della Siria, principalmente desertica e pertanto perfetta per le cellule dell’Isis ancora in vita e in cerca di un posto in cui trovare rifugio tra un attacco e l’altro.

Lo Stato islamico, per quanto non del tutto sconfitto, non può certo vantare i numeri e l’organizzazione di un tempo, ma riesce comunque a minare gli sforzi condotti da Damasco e dai suoi alleati per riprendere il controllo di tutta la Siria. Le aree in questione, in teoria, rispondono già alle forze governative, ma il presidente siriano Bashar al Assad non è ancora in grado di esercitare appieno il proprio potere. Damasco ha infatti riconquistato il 70 per cento del Paese, ma fatica a imporre la propria autorità sia a causa dell’Isis che di altri gruppi ribelli locali che si rifiutano di piegarsi nuovamente al presidente Assad.

Nel tentativo di riportare ordine nella zona desertica della Siria, la Russia ha condotto negli ultimi due mesi nuove operazioni militari, ma gli esiti non sono stati quelli sperati: le cellule dell’Isis continuano a minacciare la sicurezza delle forze russe e i soldati di Mosca hanno difficoltà a operare in un territorio come quello del deserto siriano.

Ad aumentare ulteriormente la tensione è stata inoltre la morte di un generale russo nella provincia di Deir ez Zor, che ha perso la vita a seguito dell’esplosione di un ordigno piazzato sulla strada percorsa dalle truppe di Mosca. La risposta della Russia non si è fatta attendere e pochi giorni dopo è stata lanciata l’operazione “White desert” contro le cellule dello Stato islamico.

A Damasco interessa Idlib

Il ritorno dell’Isis nel deserto siriano non è certo una notizia dell’ultima ora: già nella primavera del 2019 le forze russe, governative, iraniane e di Hezbollah avevano tenuto una riunione di emergenza dopo che un gruppo di miliziani era riuscito a catturare un convoglio con più di 70 soldati siriani. Nonostante il riconoscimento della minaccia jihadista alla stabilità del sud e dell’est della Siria, le priorità per Damasco e i suoi alleati si sono rivelate essere altre. Le truppe presenti nell’area sono state infatti spostate in buona parte nel nord ovest, nella regione di Idlib, area tuttora contesa tra il regime e la Turchia.

In assenza di un numero sufficiente di soldati, Mosca e Damasco hanno fatto affidamento sulle Forze di difesa nazionali (Fdn), una milizia pro-governativa nata nel 2012 e attiva nella regione desertica. Negli ultimi tempi però le Fdn si sono indebolite sempre di più, costringendo il regime e i russi a stringere una nuova alleanza con la milizia palestinese Brigata Gerusalemme, sorta nel 2013 e fedele a Damasco.

Ma l’intensificarsi degli attacchi dell’Isis ha avuto degli effetti anche sul rapporto tra Russia e Stati Uniti. Questi ultimi hanno ancora 600 soldati sul terreno a difesa dei giacimenti di petrolio presenti principalmente nell’est della Siria e secondo Mosca il presidente americano starebbe usando la presenza dell’Isis nell’area quale pretesto per non ritirare del tutto le proprie truppe. La zona in cui i miliziani sono ancora attivi è infatti ricca di risorse, per cui sia Russia che Usa hanno tutto da guadagnare nel riprenderne il controllo.

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