In Iraq è tempo di tornare alle urne; il clima nel paese, anche se non certo dei migliori per organizzare delle consultazioni, è comunque diverso rispetto a quello dell’aprile 2014, data delle precedenti elezioni: all’epoca, la frammentazione del quadro politico ed un settarismo sempre più marcato ed evidente, hanno fatto da sfondo alla prima avanzata dell’ISIS. Da lì a breve infatti, le bandiere nere del califfato avrebbero colto di sorpresa un impreparato esercito dilagando in tutto il nord dell’Iraq, fino ad occupare città importanti come Ramadi, Falluja e soprattutto Mosul; oggi lo Stato Islamico è stato sconfitto, la sua organizzazione destrutturalizzata nel paese e tutti i territori sono stati ripresi dalle forze governative: si respira quindi un’aria diversa, carica sì di tensione ma che non impedisce l’avvio a breve della campagna elettorale, la prima da quando l’Iraq è tornato ad avere il controllo di ogni lembo di terra del suo territorio.

La prima svolta: sempre meno partiti islamici registrati

Nei giorni scorsi il governo ha ufficialmente dichiarato la data delle elezioni: le urne nel paese torneranno ad aprirsi il 12 maggio, subito dopo si procederà allo spoglio delle schede ed alla proclamazione del nuovo parlamento, il quarto dalla caduta di Saddam Hussein avvenuta nel 2003. Si tratta quindi di un passaggio politico ed istituzionale importante, per un paese dove la guerra ufficialmente è finita, ma dove la pace ancora deve realmente iniziare; eppure, una prima importante novità in tal senso sembra registrarsi: le sigle islamiche ed i partiti che hanno come primario riferimento l’appartenenza alle rispettive fedi di cui è composto l’Iraq, sono in netta diminuzione sia a livello di numero che dal punto di vista della propria influenza nel panorama politico iracheno. Gli annunci fatti in queste ore, segnano in tal senso una decisa svolta: vengono registrate infatti alleanze tra partiti tradizionalmente legati ai valori islamici e sigle invece considerate ‘laiche’.

Il primo grande esempio è dato dall’alleanza annunciata tra i partiti legati a Moqtad Al Sadr, leader politico – religioso sciita tra i più influenti dalla caduta di Saddam Hussein, ed il Partito Comunista iracheno; la coalizione saadrista, radicata soprattutto nel sud del paese ed attualmente terza forza nel parlamento uscente, darà vita il prossimo 12 maggio all’Alleanza dei Rivoluzionari per le Riforme. Questo segna il passaggio degli sciiti – saadristi da una retorica islamica, ad una invece più laica e volta a creare alleanze su una base ideologica prima ancora che religiosa; un fatto inedito, che fino a pochi mesi fa sembrava inattuabile: sotto il profilo numerico, la nuova coalizione punta ad ottenere un numero di seggi tale da poter influenzare la formazione del prossimo esecutivo. Ma l’alleanza tra partiti religiosi e partiti laici non si esaurisce, al momento, soltanto sul fronte sciita: nelle scorse ore infatti, è arrivato un importante annuncio da parte del presidente del parlamento uscente, Saleem al Jabouri.

Leader del Partito Islamico, sunnita e vicino ai fratelli musulmani, il numero uno dell’assemblea irachena ha annunciato il via alla formazione di una coalizione con la lista di Ayad Allawi, sunnita anch’egli ma da sempre a capo di un fronte laico; anche in questo caso, dal simbolo e dal nome della lista scompariranno riferimenti all’Islam: sulle schede, gli elettori troveranno infatti la scritta ‘Alleanza Civica per le Riforme’ e si propone di portare avanti alcune norme sul lavoro e sulla società condivise con gli uomini più vicini ad Allawi. La strategia, che sta accomunando gran parte delle forze politiche irachene, appare dunque chiara: dopo il settarismo immediatamente successivo alla caduta di Saddam Hussein, è arrivato il tempo di proporre programmi e sigle su basi più ideologiche che religiose, ponendo dunque al primo posto anche richiami all’unità nazionale ed alla necessità di sicurezza e stabilità diffusa nel paese.

L’attuale premier, Haydar Al Abadi, è a capo di una coalizione sciita la quale sembrerebbe la favorita per l’ottenimento della maggioranza relativa; pur tuttavia, sia il suo operato di governo (il quale non ha approvato norme ispirate da dettami religiosi, quali il divieto della vendita di alcool), che i toni esposti dagli uomini del suo partito sembrano in qualche modo improntati verso una via più moderata. In generale, le sigle islamiste o richiamanti idee islamiche, sembrano adesso rappresentare istanze minoritarie nel panorama politico iracheno; più che al riferimento sull’etnia o sulla fede di appartenenza, sembra che la prossima campagna elettorale sia destinata a far parlare di lavoro, ricostruzione e sicurezza, temi molto più sentiti da una popolazione ridotta allo stremo da quasi 15 anni di guerra, considerando l’intervento USA del 2003, la guerra civile successiva e quella contro l’ISIS.

Sicurezza e ricostruzione: le sfide che dovrà affrontare il prossimo parlamento iracheno

Di problemi in Iraq certamente non ne mancano: il paese fino a pochi mesi fa ha visto intere fette di territorio fuori dal controllo governativo, oggi che le bandiere nazionali sono tornate a sventolare in tutte le città indubbiamente il primo tema è quello della sicurezza; l’ISIS è stato sconfitto, ma cellule terroriste ispirate o dipendenti direttamente dal califfato sono pronte a colpire ed a creare ulteriori disordini nel paese. Baghdad e tutte le altre principali città da anni vivono con l’incubo di attentati contro la popolazione civile, oramai il calcolo degli iracheni deceduti dal 2003 ad oggi, a seguito di azioni portate a termine da kamikaze o con le autobomba, è impossibile da verificare. Il rafforzamento della sicurezza è quindi il principale tema, con gli iracheni che chiedono prima di tutto il ritorno alla normalità ed alla possibilità di girare per le strade del paese senza dover temere l’azione dei terroristi.

In secondo luogo, è la ricostruzione delle città distrutte dalla guerra contro l’ISIS l’altro tema più spinoso: Mosul, specialmente nella parte antica e storica, è stata praticamente rasa al suolo, migliaia di famiglie sono rimaste senza casa e senza la possibilità di ricevere in città i servizi vitali ed essenziali per poter far ritorno; in tanti chiedono il ripristino della normalità ed un rapido avvio dei vari iter per rimettere in piedi sia il capoluogo della provincia di Ninive, che i tanti centri seriamente danneggiati dal conflitto e dai bombardamenti. A questo si aggiunge una situazione economica da rimettere in sesto; se nel sud del paese, area a maggioranza sciita più stabile rispetto alle regioni che hanno subito l’avanzata dell’ISIS, il contesto appare sensibilmente migliore, a Baghdad così come nelle province sunnite da poco riconquistate inflazione e disoccupazione creano diversi grattacapi alla popolazione.

Infine, un altro tema scottante è certamente il Kurdistan: il referendum sull’indipedenza, votato nello scorso settembre, ha creato molti più attriti con le istituzioni della regione autonoma; a Baghdad nessuno sembra avere dubbi: Erbil deve restare nel paese, le uniche concessioni di cui si può discutere possono riguardare al massimo ulteriori autonomie da accordare, per il resto però tutto deve essere sempre svolto dentro l’orbita dell’ordinamento iracheno. Il braccio di ferro potrebbe proseguire nei prossimi mesi, con il Kurdistan a sua volta indebolito da difficoltà interne sia politiche che soprattutto economiche.