La scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato l’intenzione di includere il Corpo iraniano delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) nella lista nera dei terroristi.

Non si è fatta attendere la risposta di Teheran, il cui Supremo consiglio per la sicurezza nazionale ha a sua volta definito le forze militari Usa una “organizzazione terroristica”.

Una linea dura, quella intrapresa dal presidente americano contro il Paese sciita – iniziata già con il ritiro dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) -, che sta causando una escalation di tensione tra Stati Uniti e Iran.

Tra i due non ci sono solo scambi di accuse. Da sempre Usa e Iran si confrontano, direttamente o indirettamente, anche all’interno di Paesi terzi. Un esempio lampante è costituito dalla Siria, dove la presenza di truppe iraniane e statunitensi mirava a un duplice scopo: sostenere gli alleati regionali, realizzando gli obiettivi prefissati a livello locale, e rafforzare la propria presenza nel territorio, a scapito del “nemico”.

Ora che il presidente siriano, Bashar al Assad, sostenuto in particolare da Iran e Russia, si sta ergendo come vincitore del conflitto nazionale, sorge il timore che il nuovo teatro di scontro tra Teheran e Washington possa diventare il vicino Iraq.

Un importante alleato regionale

Baghdad è un importante alleato regionale di entrambi i Paesi. Già al centro degli interessi internazionali per la posizione strategica e le sue risorse energetiche, a partire dal 2003 – anno della caduta del governo dell’ex presidente iracheno, Saddam Hussein – diviene il teatro di una corsa tra Usa e Iran, mirata a colmare il vuoto lasciato dal governo nazionale.

La successiva nascita dello Stato islamico, nel 2014, ha fornito a entrambi i Paesi l’alibi per poter intervenire direttamente all’interno del territorio nazionale iracheno, dove hanno cercato di rendersi indispensabili agli occhi di Baghdad.

Oggi che l’Isis è stato sconfitto a livello territoriale, Iran e Usa intendono mantenere solida la loro presenza nel Paese arabo, facendo leva sulle necessità di stabilizzazione e ricostruzione cui l’Iraq è particolarmente sensibile.

Stretto tra due fuochi, il governo iracheno cerca in tutti i modi di mantenere salde le relazioni con entrambe le parti, evitando di trovarsi al centro di uno scontro tra Iran e Stati Uniti.

La strategia iraniana

L’Iran ha rappresentato per molti anni un rifugio sicuro per gli sciiti perseguitati dal governo di Saddam Hussein. I rapporti tra Iran e Iraq sono migliorati solo a partire dal 2003 e, in particolare, in seguito all’instaurazione di un governo sciita nel Paese arabo.

L’ascesa dello Stato islamico in Iraq, a partire dal 2014, ha costituito una preziosa occasione per Teheran per espandere la sua influenza all’interno dello Stato vicino, cui ha fornito aiuti militari e consulenti tecnici e, seppure in maniera non ufficiale, truppe combattenti.

Assodate le relazioni bilaterali negli ambiti militare e della difesa, Teheran ha iniziato recentemente a concentrarsi sui rapporti economici e commerciali. Nel mese di marzo, l’ambasciatore iraniano in Iraq, Iraj Masjedi, ha ufficializzato le intenzioni di Teheran, affermando che il suo Paese “considera l’Iraq la prima destinazione per i beni iraniani” e auspicando di divenirne “uno dei principali partner, sorpassando anche Turchia e Cina”.

La presenza militare americana

È dunque chiaro che l’Iran stia ormai consolidando la sua influenza in Iraq. Tutto ciò potrebbe rappresentare un problema per gli Stati Uniti, che starebbero assistendo impotenti alla nascita di un nuovo asse mediorientale.

In Iraq, gli Stati Uniti possono contare su circa 5.200 uomini di stanza nel Paese con l’obiettivo di impedire la rinascita dello Stato islamico e consentire un eventuale intervento nella vicina Siria, qualora si rendesse necessario.

La presenza americana nel Paese arabo costituisce una questione molto delicata. Non hanno aiutato a chiarirla le recenti dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump, che, nel mese di febbraio, ha fatto trapelare l’intenzione di mantenere le truppe Usa in Iraq per “controllare l’Iran”.

Una possibilità che è stata immediatamente rifiutata dalle più alte cariche irachene – il presidente Barham Salih e il primo ministro Adel Abdul Mahdi -, i quali hanno dichiarato con fermezza che non permetteranno all’Iraq di diventare “una pedina nei conflitti tra vari Paesi”, ribadendo che la presenza militare statunitense in Iraq è consentita al solo scopo di combattere il terrorismo.

La posizione dell’Iraq è avvalorata dal fatto che Washington e Baghdad non avrebbero firmato un nuovo Accordo sullo Status delle Forze Armate – un’intesa giuridica che fissa i termini in base ai quali le truppe straniere di stanza in un Paese possono intervenire al suo interno -. Un chiaro segnale del fatto che le truppe statunitensi si trovano in Iraq soltanto su richiesta di Baghdad.

L’Iraq sospeso tra Iran e Usa

Le affermazioni di Trump hanno causato un’alzata di scudi generale da parte dei leader iracheni, i quali avrebbero subito proposto una legge allo scopo di limitare le attività e gli spostamenti delle truppe americane nel territorio dell’Iraq.

Non solo: le due principali coalizioni politiche irachene stanno premendo affinché tutte le forze militari straniere abbandonino il Paese il prima possibile. Direzione verso la quale sta spingendo anche Teheran. Non più tardi della scorsa settimana, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha chiesto apertamente al primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, di insistere affinché le truppe americane vengano espulse dal Paese.

Questa, dunque, la sorte che potrebbe toccare agli Stati Uniti, ben diversa da quella riservata all’ Unità di mobilitazione popolare iraniana – protagonista della guerra contro lo Stato islamico in Iraq,  finanziata e addestrata da Teheran -, che è stata ufficialmente inclusa all’interno delle forze di sicurezza dell’Iraq, acquisendo gli stessi diritti dell’esercito nazionale.

Proprio l’aver incluso il Corpo delle guardie della rivoluzione iraniano nella lista nera dei terroristi potrebbe rivelarsi un passo falso per gli Stati Uniti, accentuando quelle spinte che in Iraq ne vogliono il ritiro in tempi brevi.