Il conflitto nel Golfo Persico è entrato nella sua seconda settimana: l’operazione militare israelo-statunitense che, inizialmente doveva durare tre o quattro giorni, si sta protraendo col rischio di vedere l’ingresso nelle ostilità di altri attori, che per il momento sono rimasti esclusivamente sulla difensiva.
L’Iran ha affidato la sua risposta all’operazione Epic Fury a una rappresaglia portata avanti attraverso i suoi strumenti a lungo raggio (missili balistici e drone one way), con poche o nulle azioni da parte dei suoi proxy regionali: Hezbollah e le milizie sciite in Iraq, come Kataib Hezbollah, hanno effettuato sporadici attacchi in confronto all’attività svolta prima del 2024. Anche i ribelli yemeniti Houthi, sostenuti da Teheran, non sono per il momento entrati in azione dalla “tregua” dello scorso novembre.
Questo fattore potrebbe facilmente indicare che l’Iran ha perso notevolmente la sua capacità di supporto alle milizie che controllava e che gli permettevano di avere una certa “profondità strategica” nella regione, soprattutto nel Levante: il piano Mezzaluna Sciita. A Teheran non resta quindi che utilizzare il suo strumento di deterrenza principale, ovvero i vettori balistici e i droni one way a lungo raggio, per portare l’offesa in modo tangibile a Israele, ai Paesi del Golfo e alle basi USA dell’area.
Si stima che l’Iran possedesse, prima dei due conflitti del 2025/2026, circa 2mila vettori balistici a raggio medio e intermedio, e forse altrettanti (alcune fonti parlano addirittura tra i 6 e gli 8mila) missili balistici a corto raggio (con gittata inferiore ai 1.000 km).
Dall’inizio della guerra sino al 9 marzo, si nota però chiaramente la tendenza alla riduzione nel numero dei lanci di vettori balistici e di droni da parte iraniana. Fonti ufficiali (IDF, Ministero della Difesa EAU, Kuwait, Bahrain, Arabia Saudita e USA) riportano che il primo giorno di guerra l’Iran ha lanciato 350 missili balistici e 800 droni, mentre il 9 marzo essi sono scesi a 25 e 55 rispettivamente. Il numero più basso da quando è iniziata la campagna. Se il numero dei vettori balistici è sceso costantemente, secondo questi dati, con solo un picco l’8 marzo (55 missili), quello dei droni mostra un andamento decrescente meno pronunciato, con una controtendenza tra il 5 e l’8 marzo (da 100 a 180 droni), per poi riscendere decisamente il 9. Questi sono dati presi da fonti ufficiali, quindi passibili di esagerazioni a rialzo in quanto funzionali alla celebrazione dell’efficacia delle difese aeree, che hanno comunque eliminato la maggior parte delle minacce ma sono state oltrepassate più volte, se pur con danni complessivamente poco estesi.
A tal proposito, giova ricordare che il radar da early warning missilistico AN/FPS-132 danneggiato in Qatar da quello che presumibilmente, per la portata dei danni, è stato un colpo di drone one way, in realtà non è statunitense ma appartiene alle forze armate qatariote: il nulla osta alla vendita da parte USA del radar risale infatti al luglio 2013, come si può leggere nel sito della DSCA (Defense Security Cooperation Agency). Chiaramente, il radar fa parte di una sovrastruttura di sorveglianza interregionale supervisionata dagli Stati Uniti, che fa parte di quella Middle East Air Defense Alliance lanciata a giugno 2022, e gli attacchi iraniani, in linea di massima, hanno colpito alcuni snodi di questa rete di sorveglianza – tra cui anche un radar a lungo raggio del THAAD presso la base aerea Mufak Salty in Giordania.
Altre fonti, di tipo OSINT, riportano numeri diversi, molto inferiori, per quanto riguarda i lanci dei vettori balistici iraniani, ma anche in questo caso la tendenza è evidente: si è passati dai 95 del 28 febbraio ai 10 del 9 marzo. Le fonti OSINT in questo caso sottostimano molto facilmente la realtà, in quanto non è possibile conteggiare ogni singolo lancio, e spesso la stima viene fatta sui filmati dei vettori in arrivo, che possono essere doppi, e sui detriti che lasciano sul terreno, che non sempre vengono ritrovati e fotografati.
In ogni caso, indipendentemente dalle fonti utilizzate, i numeri dicono la stessa cosa: la tendenza nel lancio dei vettori da parte dell’Iran è decrescente.
Cerchiamo ora di capire il perché di questa tendenza. La prima ipotesi è che gli attacchi statunitensi abbiano messo fuori uso un numero consistente di lanciatori: a ogni missile balistico iraniano prodotto, o drone, non corrisponde un veicolo di lancio. Il principio che regola questi sistemi è infatti un lanciatore per più missili, che vanno “ricaricati”. Quest’ultimo, un processo che può richiedere anche qualche ora di tempo. Anche in questo caso le stime dei lanciatori distrutti divergono: fonti OSINT più ottimiste riferiscono di soli 28 andati perduti, mentre stime di think tank ne riportano il 75% (su circa 400 iniziali) andato distrutto. La diminuzione del rateo dei lanci potrebbe trovare facilmente spiegazione con quest’ipotesi, ma non è l’unica plausibile.
Come detto in apertura, l’Iran ha messo in gioco il suo unico strumento di deterrenza (le armi a lungo raggio), in quanto ha perso la capacità di fare leva in modo decisivo coi suoi proxy regionali, pertanto non può permettersi di esaurire rapidamente il suo arsenale. Pena la perdita della capacità di deterrenza che metterebbe a rischio la sopravvivenza del regime. Sappiamo infatti che tra i circa 5mila obiettivi colpiti dall’operazione Epic Fury – come riportato dal CENTCOM – ci sono anche strutture legate alla produzione di missili, dei relativi carburanti, depositi logistici e centri di ricerca. La capacità iraniana a breve termine di ricostituire l’arsenale missilistico (e di droni) potrebbe risultare pertanto fortemente compromessa.