Fa piuttosto impressione notare che, nonostante i progetti di pulizia etnica ai danni dei palestinesi abbiano fatto precipitare la simpatia per Israele e la stima per chi lo governa, l’Iran è rimasto completamente solo all’arrivo dei bombardamenti dello Stato ebraico. Proviamo a fare il conto. Silenzio assoluto da parte della Russia, che nel 2015 aveva mediato l’accordo sul nucleare stretto da Barack Obama con gli ayatollah e in tutti questi anni ha mantenuto una collaborazione militare ed economica di assoluto rilievo. Il 17 gennaio del 2025, poi, Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian hanno firmato un Accordo di partenariato strategico in 47 articoli (ma senza obbligo di sostegno militare reciproco) che avrebbe dovuto rendere ancor più vincolante la relazione tra i due Paesi. A quanto pare, la relazione speciale tra Russia e Israele (ora più fredda ma non estinta: gli S-400 russi ai tempi di Assad dispiegati in Siria non sono mai internati per frenare i bombardamenti israeliani) pesa ancora molto.
Non interviene nemmeno la Cina, che nel 2021 ha firmato con l’Iran il cosiddetto Patto dei 25 anni, un accordo per sviluppare la cooperazione nei settori decisivi dell’energia, della tecnologia e della sicurezza. La Cina, inoltre, aveva mediato uno storico tentativo di conciliazione tra Iran e Arabia Saudita, che sembrava poter aprire a Teheran le porte di un nuovo rapporto con il mondo arabo. In queste ore Pechino comunque tace, nonostante gli interessi economici: l’Iran è il terzo (dopo Angola e Arabia Saudita) esportatore di petrolio verso la Cina, per una quota che sta più o meno tra il 10 e il 15% delle importazioni cinesi totali.
Gioia in Siria, e non solo
Se questi sono i due casi clamorosi, non meno significativi sono gli atteggiamenti registrati in altri Paesi. In Iraq, il leader sciita Moqtada al-Sadr, una delle figure più influenti sia dal punto di vista politica sia da quello religioso, ha subito invitato il Governo di Baghdad “a tenersi fuori dallo scontro tra Israele e l’Iran e pensare solo alla ricostruzione dell’Iraq”. Governo che peraltro, nonostante l’elemento sciita sia dominante nel Paese e le relazioni tra i due Paesi profonde, si è ben guardato dall’esprimere solidarietà all’Iran.
La Siria è andata oltre. Lì si è gioito per l’attacco israeliano, visto che i nuovi padroni del Paese, gli ex terroristi di Hayat Tahrir al-Sham agli ordini di Ahmad al-Sharaa ex Al-Jolani, che sono pure sunniti di orientamento salafita, da sempre considerano l’Iran un nemico, visto l’appoggio fornito negli anni da Teheran all’ex presidente Bashar al-Assad. E per quanto riguarda il resto del Medio Oriente, la morale è chiara: i Paesi del Golfo Persico e i moderati come la Giordania hanno spalancato il proprio spazio aereo ai caccia di Israele e hanno poi anche contribuito, in varia misura, ad abbattere i droni che le forze armate iraniane hanno lanciato in un vano tentativo di risposta. Prima ancora, in Libano, il Governo aveva diffidato gli uomini di Hezbollah dall’immischiarsi in qualunque modo nello scontro tra Israele e Iran che già si profilava.
Il che da un lato ridimensiona la portata del successo israeliano e delle capacità militari dello Stato ebraico, perché non è difficile prevalere su un nemico già in partenza più debole e quando tutti di fatto ti aiutano. Ma soprattutto dovrebbe spingere il regime di Teheran a una profonda riflessione sulla politica condotta in questi decenni e sulla fondamentale incapacità di costruire relazioni sia nell’estero vicino (a nulla servono le intemerate senza conseguenze della Turchia contro Israele) sia in quello più lontano.
