Israele è stata colta di sorpresa e questa, di per sé, è già una notizia. Lo si è visto nelle fasi precedenti all’attacco iraniano, con Tel Aviv avvisata due ore prima dagli Stati Uniti, e nelle fasi in cui i cieli delle principali città dello Stato ebraico erano illuminati dai bagliori dei missili scagliati da Teheran. Molti ordigni, a differenza dell’attacco iraniano di aprile, sono arrivati a terra e hanno bucato i sistemi difensivi. Un segnale di allarme da non sottovalutare per le forze israeliane che, nel frattempo, preparano il contrattacco.
Un allarme arrivato tardi
Nella notte tra lunedì e martedì l’attenzione è stata calamitata dal fronte libanese, lì dove per diverse ore si è discusso del possibile ingresso di soldati israeliani nel Paese dei Cedri. Nessuno pensava alla possibilità che, poche ore dopo, sarebbe stato il territorio israeliano a diventare bersaglio di un raid avversario. Dopo i colpi durissimi inflitti da Israele a Hezbollah con l’esplosione dei cercapersone e con l’uccisione di Nasrallah, sembrava difficile presagire un’immediata risposta da parte di Teheran.
Tutto è cambiato nel pomeriggio di martedì, nel più classico dei rovesciamenti di fronte a cui il Medio Oriente ha spesso abituato. Da Washington, sono stati i funzionari del Dipartimento di Stato Usa ad avvertire Israele: “Un attacco iraniano è imminente”, è stato scritto nella nota emanata per avvisare delle intenzioni dell’Iran. Solo a quel punto le forze israeliane hanno iniziato a prendere le contromisure.
Poi, poco prima delle 20:00, è scattato l’allarme vero e proprio con la popolazione intimata a recarsi nei rifugi. Ma gli israeliani in quel momento erano in fila a fare la spesa o in macchina per tornare a casa, nessuno cioè aveva realmente avvertito il sentore di un attacco imminente. E gli stessi statunitensi, prima ancora di far entrare in gioco la propria intelligence, hanno saputo del raid iraniano solo grazie agli avvisi dati, tramite Paesi terzi, direttamente da Teheran.
Molti i missili caduti a terra
Ad aprile il sentore che la difesa aerea israeliana potesse essere “bucata” lo si era avuto con la caduta, a due passi dalla pista, di almeno tre missili iraniani nella base di Navantem. Non tutto cioè era stato abbattuto anche se si trattava in gran parte di droni. Peraltro, molti mezzi senza pilota erano stati intercettati con l’aiuto di Usa, Regno Unito e alcuni Paesi vicini. Dunque, quando è arrivata la notizia del lancio di almeno cento missili balistici dall’Iran, si è capito che questa volta lo schermo protettivo su Israele non sarebbe stato impenetrabile.
E infatti, durante le fasi del raid, sui social sono stati pubblicati diversi video dove si attesta la caduta di ordigni o di schegge all’interno delle principali città israeliane. A partire da Tel Aviv, dove i bagliori dei missili sono stati visti anche dal quartier generale del Mossad. L’impressione è che il vero obiettivo di Teheran fosse proprio questo: dimostrare di poter aggirare lo scudo israeliano e poter colpire il territorio avversario. Anche se questo, in termini di reazioni, potrebbe costar caro alla Repubblica Islamica.

