Soltanto il futuro dirà se la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” sarà stata effettivamente tale. Oppure se, nel breve o nel medio periodo, ci saranno ulteriori puntate dello scontro ultraquarantennale tra Israele e Iran. A bocce ferme e con le armi provvisoriamente in silenzio, è possibile tracciare un bilancio di quanto accaduto e osservare, soprattutto, le dinamiche interne all’Iran. Lì dove, per adesso, la teocrazia nata con la Repubblica Islamica sembra reggere. Questo nonostante la presenza di molti elementi che sembravano dovessero far vacillare l’attuale sistema di potere.
Un regime change che non passa dalle minoranze
Ci sono però alcune variabili che occorre tenere in considerazione per spiegare come mai un vero regime change non è avvenuto. La prima ha a che fare con la dinamica dell’intervento israeliano. Tel Aviv si è “limitata” a bombardare, sperando così di destabilizzare dall’interno la teocrazia iraniana. Una strategia diversa da quella attuata dagli Usa nel 2003 in Iraq, quando invece i marines hanno messo piede in territorio iracheno e hanno abbattuto il regime di Saddam Hussein dopo averne causato la sconfitta militoare. Ma la vera differenza sta soprattutto nella storia. L’Iran, al contrario di molti Paesi del Medio riente, non si è formato con le righe tirate su una mappa dalle vecchie potenze coloniali. Al contrario, l’attuale Stato è diretta emanazione degli antichi imperi persiani. L’identità nazionale poggia quindi su una precisa tradizione, tanto politica quanto culturale.
Una circostanza che ha consentito, nel corso dei secoli, di “assorbire” anche le minoranze presenti al suo interno. Non parlare il farsi, lingua discendente dal persiano, non vuol dire non sentirsi iraniani. Anche se azeri, curdi e belochi da tempo lamentano discriminazioni, si tratta comunque di comunità inserite nel tessuto sociale iraniano. Lo dimostra il fatto che la stessa Guida Suprema, l’ayatollah Khamanei, ha origini azere. Impossibile quindi aspettarsi, in un simile contesto, uno scollamento del Paese che abbia epicentro nelle periferie o che parta dalle minoranze.
Il peso del clero sciita
L’altro elemento riguarda l’influenza della religione sciita in Iran, la quale paradossalmente agli occhi occidentali è stata messa in secondo piano proprio dalla presenza della teocrazia sciita al potere. Spesso infatti si parla della Repubblica Islamica come di un fenomeno minoritario, non includente l’intera società e che però, con modi autoritari, riesce a dominare sul Paese. Affermazioni che poggiano su un fondo di verità, ma che tendono a sottovalutare un altro aspetto: se è vero che l’attuale nazione iraniana ha origini ben più antiche di quelle dei Paesi vicini, è altrettanto vero che tali origini vanno ricercate proprio nella formazione di uno Stato sciita nell’era della dinastia safavide.
Quando cioè, nel corso del XVI secolo, si è assistito a un forzato processo di conversione delle tribù persiane all’Islam sciita. Anche se imposto dall’alto, lo sciismo ha poi rappresentante il vero elemento di unità delle popolazioni persiane, ancora più importante della stessa lingua farsi: “Non è stata la lingua persiana, ma lo sciismo a cristallizzare l’unità dello Stato moderno”, ha scritto nel 2011 l’ex presidente della scuola francese in Iran, Bernard Hourcade. Ad oggi dunque, appare piuttosto difficile immaginare un Iran privato drasticamente e improvvisamente dell’influenza del clero sciita.
Cosa aspettarsi in futuro
Del resto, l’ultimo Scià di Persia, Reza Palhavi, ha in comune con i suoi oppositori laici la sottovalutazione dell’elemento sciita. L’ultimo monarca, soprattutto con la rivoluzione bianca del 1963, ha provato una forzata occidentalizzazione che ha avuto come risultato la sollevazione delle istanze sciite più conservatrici. Allo stesso modo, comunisti e socialisti hanno pensato erroneamente di poter controllare i gruppi filo religiosi una volta invitati all’interno delle proteste contro Reza Palhavi del 1978. Errori di valutazione che hanno portato, appena un anno dopo, a veder sventolare su Teheran la bandiera della Repubblica Islamica.
Un eventuale nuovo regime in Iran dovrà quindi comunque tenere conto dell’elemento sciita. Un cambio di governo potrà cioè avvenire quando prevarrà, all’interno della nomenclatura sciita, una linea più realista e in grado di accettare anche un parziale discostamento dalla rivoluzione del 1979. Oppure quando, in caso di nuova rivoluzione, chi arriverà al potere metterà in conto di non poter escludere del tutto l’influenza religiosa nell’eventuale nuovo sistema. Si tratta però di dinamiche tutte interne, per l’appunto. Lontane dai regime change introdotti dall’esterno visti in altri Paesi.
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