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L’Iran è colpito da uno dei programmi di sanzioni più estesi al mondo. I flussi di denaro dalla maggior parte dei Paesi sviluppati verso il Governo sono stati bloccati, il commercio complicato da mille ostacoli, i ricavi dalle esportazioni prosciugati, il bilancio governativo svuotato. Nonostante questo, l’esperienza iraniana è un esempio abbastanza lampante su come la strategia occidentale non abbia funzionato: le sanzioni, pensate per colpire l’élite del Paese, hanno fatto prosperare i ricchi e soffrire i poveri. Favorendo i ricchi e aumentando le disuguaglianze, hanno fatto stringere gli ultimi della società ancora di più ai loro leader autoritari.

Lo spiega nei suoi articoli e tweet divulgativi Esfandyar Batmanghelidj, esperto di economia e politica internazionale, convinto che bisogna smetterla di guardare le sanzioni come un sistema statico, come un rubinetto da chiudere o da aprire, bensì come un fattore che modifica le relazioni tra gli attori del sistema economico, cambiando equilibri di potere all’interno del Paese colpito in modi a volte paradossali.

Un rapido salto indietro nella storia. Gli Stati Uniti impongono le prime sanzioni contro l’Iran nel 1979, in risposta alla Rivoluzione islamica e alla crisi degli ostaggi. Queste sanzioni vengono ampliate nel 1996 dall’amministrazione Clinton per bloccare la maggior parte delle aziende statunitensi dal mercato iraniano. Nel frattempo, negli anni Ottanta, l’Iran passa da un movimento di resistenza anti-coloniale a un progetto statale islamista, perdendo il pluralismo ideologico che aveva caratterizzato la rivoluzione. Tra i fattori che contribuiscono al cambiamento c’è la costante presenza americana nel Golfo Persico, il sostegno occidentale al vicino e nemico Saddam Hussein e la repressione interna. Il conflitto con Israele, iniziato dopo la rivoluzione del 1979, vede per lo più una serie di attacchi indiretti tra i due Paesi, che inseguiranno a lungo “regole non scritte” nel loro conflitto.

Nonostante l’embargo, l’economia iraniana continua per molto tempo a beneficiare degli investimenti esteri, principalmente europei. L’invasione irachena del 2003 porta l’Iran a sviluppare una strategia asimmetrica, concentrandosi su alleanze con gruppi come Hezbollah in Libano, che si oppongono con un’agenda politica radicale a Israele e Stati Uniti fin dai primi anni Ottanta. Nasce un’alleanza regionale con gruppi militanti, chiamata “Asse della Resistenza”, sfruttando vuoti politici e collaborando con attori che condividevano obiettivi comuni.

Alla fine degli anni Duemila arriva, benedetto da Teheran, il boom petrolifero. Boom che però crea problemi ai produttori iraniani: l’aumento delle esportazioni di petrolio fece apprezzare la valuta locale, aumentando i salari reali e facendo affluire beni esteri in Iran. Le famiglie della classe media preferivano beni importati, indebolendo l’industria manifatturiera nazionale, un fenomeno noto come “malattia olandese”. Ci penseranno le preoccupazioni del Pentagono, dell’Arabia Saudita e di Israele sul programma nucleare dell’Iran a suggerire ulteriori restrizioni. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2012 con Barack Obama sono durissime e mettono in ginocchio l’industria, in particolare il settore automobilistico.

Ma altre aziende iraniane, come quelle di elettrodomestici, approfittano della svalutazione del rial per aumentare la produzione, sfruttando la sostituzione delle importazioni con marchi cinesi, e riconquistare quote di mercato dopo l’uscita dei marchi stranieri, approfittando di una maggiore competitività delle esportazioni. Ad andarci peggio sono i lavoratori semplici, che vedono ridotti i propri salari, mentre i margini di profitto delle aziende più importanti aumentano. Dal 2018, con il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano e un ulteriore giro di vite delle sanzioni, si crea un eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda interna.

Questa crisi ancora una volta favorisce gli ayatollah: porta, da un lato, molte aziende locali a essere contrarie alla liberalizzazione del mercato e al ritorno delle marche estere, dall’altro i lavoratori e la borghesia impoverita a diventare un soggetto politico sempre più irrilevante, spesso stretto agli ayatollah nel suo patriottismo quando non occupato a sopravvivere.

Secondo Batmanghelidj, le sanzioni imposte all’Iran hanno sì fatto male al Paese, ma hanno rafforzato il regime senza determinare un cambiamento significativo né tra il popolo né nella classe politica. Israele, sotto la guida di Netanyahu, ha cercato di provocare una reazione iraniana per dipingerlo come una minaccia globale e giustificare le sue azioni a Gaza. Teheran è consapevole di questa strategia e ha evitato una guerra regionale più ampia, sapendo che il vero comando è nelle mani degli Stati Uniti. Dimostrando, nel frattempo, di sapersi adattare alle misure punitive, mantenendo il controllo sull’economia regionale, favorendo settori specifici dell’economia e aziende amiche, il tutto mentre le proteste di piazza femminili sono state riassorbite.

Con l’omicidio del leader di Hezbollah, Sayyid Hassan Nasrallah, Israele ha sperato di indebolire l’Asse della resistenza, che però nonostante i rovesci evidenti è ancora solido. Isolato dal sistema finanziario globale e con disuguaglianze crescenti, a rischio perenne di recessione, l’Iran resta la prova di come le sanzioni possono avere effetti sorprendenti, senza raggiungere gli obiettivi politici desiderati.

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