L’Iran conferma: Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica e uomo scelto da Ruhollah Khomeini, leader della Rivoluzione Islamica del 1979, per essere la figura di riferimento a Teheran nel nuovo regime, è stato ucciso dall’attacco americano e israeliano che ha inaugurato la nuova guerra che oggi sconvolge il Medio Oriente.
Ucciso Khamenei, Repubblica Islamica decapitata
Un colpo durissimo per la nazione centroasiatica, di cui Khamenei era l’uomo simbolo. Non solo per la leadership ideologica e morale che l’Ayatollah sapeva imporre, ma anche per la concretezza del proprio potere che esercitava concentrando per dettame costituzionale la capacità di governare forze armate, programma missilistico, controllo dei Pasdaran, nomine pubbliche, decidendo di fatto chi era e non era titolato a partecipare alle elezioni e vagliando le nomine chiave dei presidente, dal ministero degli Esteri a quello della Difesa. Khamenei ha guidato anche la risposta oltranzista alle proteste degli ultimi anni, ed è diventato un simbolo per le forze politiche di stampo islamista sciita in tutto il Medio Oriente.
Come per uno dei suoi più fedeli alleati, Hassan Nasrallah, capo della milizia libanese Hezbollah (ucciso nel settembre 2024), la morte arriva nelle prime battute di una grande e decisiva operazione militare. L’87enne Guida Suprema, nelle ultime settimane, si era convinto della possibilità di cercare un accordo con gli Stati Uniti sul nucleare compattando alle sue spalle i più conservatori dell’apparato. La sua uccisione, all’inizio della guerra, accelera un tema fondamentale di cui da tempo, sottovoce, si parla in Iran: il nuovo assetto politico della Repubblica Islamica. Lo si era capito in diverse fasi di crisi del Paese, non da ultime le proteste di inizio gennaio e la reazione repressiva durissima, a cui aveva fatto seguito l’esaltazione da parte di Khamenei di un Iran che non esisteva più e una negazione sostanziale delle cause profonde delle proteste. Ora, nel modo più traumatico, si apre la partita della successione.
Un percorso difficile per il post-Khamenei
Sarà difficilissimo per l’Iran concretizzarlo. Abbiamo sempre detto che la Repubblica Islamica avrebbe avuto, nell’assetto attuale, una “data di scadenza” coincidente con la fine della parabola dell’uomo che ne è stato il simbolo per 46 anni. Khamenei ha guidato l’Iran come presidente dal 1980 al 1989 e da quell’anno in avanti come Rahbar (nome farsi per la Guida Suprema). Ha iniziato la sua carriera di potere contro Saddam Hussein ed è morto nella guerra lanciata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu per abbattere il sistema al cui consolidamento dedicato la vita. Risulta impossibile non ritenere la sua scomparsa un trauma, anche se da tempo l’Iran vedeva uno Stato profondo attivo e dinamico muoversi. La prova della verità è arrivata.
La prospettiva di una lotta di potere non è da escludere, in prospettiva. Ma l’Iran ha spesso dimostrato in passato di potersi compattare di fronte alle grandi crisi. “Ci siamo preparati per questi momenti e abbiamo preso in considerazione tutti gli scenari”, ha affermato Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento.
Larijani prende le redini della transizione
La figura-chiave per la transizione sembra essere quella di Ali Larijani, Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che ha dettato la linea del post-Khamenei: “Presto verrà formato un consiglio direttivo ad interim. Il presidente, il capo della magistratura e un giurista del Consiglio dei Guardiani assumeranno la responsabilità fino all’elezione del prossimo leader”, ha detto lo stratega e stretto confidente del defunto ayatollah.
In campo dunque Masoud Pezeshkian, capo dello Stato, il giudice-capo Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e una figura che sarà scelta dall’assemblea elettiva che dovrà, per la prima volta dal 1989, eleggere una Guida per l’Iran. Ammesso che, ovviamente, l’assetto della Repubblica Islamica regga all’assalto israelo-americano. Ogni blocco di potere starà, ad oggi, ponderando le proprie scelte. I Pasdaran, da tempo, sono dati in predicato di assumere un ruolo dominante nel post-Khamenei, ma negli ultimi tempi hanno subito tanti e tali colpi da rendere difficile capire chi possa prender le redini del potere. Nel breve periodo, il motto del gruppo dirigente sarà l’unità. Ma dopo Khamenei appare fondamentale capire, prima ancora di chi sarà la figura del futuro per il ruolo di Guida Suprema, se la Repubblica Islamica avrà un futuro.
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