Durissimo attacco di Mosca contro Kiev: 20 le vittime. Attacco annunciato da tempo come rappresaglia per gli attacchi ucraini nel profondo del territorio russo. Infatti, all’indomani dell’attacco di maggio al pensionato studentesco di Starobilsk, nel Donbass (21 le vittime), Putin, sull’onda dell’indignazione popolare, aveva avvertito della rappresaglia contro Kiev, rimandata fino a stanotte.
Mosca ha dichiarato di aver preso di mira obiettivi militari ed energetici, dettagliandoli nello specifico, ma ovviamente ciò che riecheggia sui media occidentali è la parola strage, come se si trattasse di un attentato e non di una guerra che fa morti, militari e civili, da ambo le parti (peraltro, se si voleva un eccidio di civili, l’attacco, massivo e durato tutta la notte, avrebbe prodotto centinaia di vittime, come visto nei bombardamenti contro l’Iran).
Il fatto è che dei civili russi uccisi negli attacchi ucraini normalmente non si fa menzione, derubricando le informazioni russe a fake news (nonostante spesso siano accompagnate da filmati inequivocabili). I media occidentali si limitano a riportare gli obiettivi degli attacchi di Kiev, che sia Mosca, una raffineria o altro.
Un escamotage mediatico che abbiamo visto applicato in maniera massiva già nella guerra siriana, altra guerra per procura dell’Occidente contro un antagonista di minor calibro nella quale fu utilizzata come ariete sacrificale non una nazione, come nel caso ucraino, ma i tagliagole di al Qaeda. Anche allora si enfatizzavano le vittime degli attacchi delle forze siriane, ignorando quelle causate dagli ascari del Terrore dell’Occidente.
Al di là della digressione e dell’attacco a Kiev, che dovrebbe indurre la autorità ucraine a smettere di alimentare illusioni di vittoria per decidersi a chiudere il conflitto, la guerra prosegue sui binari pregressi, con i russi che continuano ad avanzare lentamente, ma inesorabilmente.
Focus dello scontro attualmente è la città di Kostyantynivka, che in questi anni è stata resa un baluardo quasi inespugnabile, con quel quasi che descrive quanto vi sta accadendo, con le forze russe ormai entrate in città, la quale, a meno di eventi imponderabili, è condannata a cadere.
Dopo la sua caduta, ai russi si aprirebbe la strada per le ultime due cittadine del Donetsk, Kamatorsk e Sloviansk, per ora meno fortificate di Kostyantynivka. Se cadono, come plausibile, Mosca controllerebbe tutta la regione del Donetsk, obiettivo prefissato della campagna militare.
Dopodiché l’attuale richiesta ucraina di un cessate il fuoco lungo le linee del fronte riecheggerebbe più realistica. Inutile aggiungere che se Kiev avesse accolto la richiesta di Putin di ritirare le proprie truppe dal Donbass, avanzata a fine marzo, tutto questo sarebbe stato risparmiato.
Putin aveva dato due mesi di tempo per il ritiro, ma Zelensky, spinto dai suoi sponsor internazionali, non solo ha respinto la proposta, ma ha alzato il tiro intensificando gli attacchi a lungo raggio. Così, scaduti i due mesi di attesa, le forze russe hanno ripreso a muoversi. E, come annotava un sito di analisi ucraino, “il ritmo dell’offensiva russa a giugno è aumentato di sei volte rispetto a maggio“.
Il fatto che Putin abbia aspettato tanto a dare concretezza alla minaccia di attaccare Kiev probabilmente dipende dall’attesa di un cenno statunitense sui negoziati, che in realtà si era avuto quando, recandosi al G-7 di Évian, Trump aveva dichiarato di volerli rilanciare.
Non è andata così. E lo si è visto già all’inizio dei lavori quando Trump, entrando nella sala riunioni, ha ignorato Zelensky. Decisione che probabilmente discendeva da informazioni ricevute sulle reazioni della leadership ucraina alla sua apertura. Né hanno aiutato i leader europei convenuti al G-7, nessuno dei quali ha offerto sponde a Trump.
Interessante sul punto, anche se tutto da chiarire, il retroscena raccontato da The American Conservative sulla querelle Trump – Meloni che ha innescato una tempesta diplomatica tra l’Italia e l’amminisrazione Trump, nata a seguito della famosa quanto irrispettosa battuta del presidente sul Primo ministro italiano, che l’avrebbe implorato di ottenere una photo opportunity.
Secondo il media americano l’irritazione di Trump potrebbe essere stata innescata dal fatto “che la Meloni abbia cercato di recitare la parte della ‘donna in carriera indignata‘ con Trump nella speranza che questi si impegnasse nuovamente nella fallimentare guerra dell’Europa in Ucraina”.
Ci sembra una ricostruzione semplicistica, nondimeno potrebbe contenere un fondo di verità, dati gli esiti, sulle difficoltà incontrate da Trump con i leader europei, e più con altri che con la Meloni (basta vedere nel filmato citato l’eccitazione infantile della Von der Leyen mentre dialogava con Zelensky), sulla ripresa dei negoziati con Mosca.
Una freddezza che ha spinto nuovamente Trump a ritirarsi dall’agone ucraino, lasciando che l’Europa, i cui leader continuano a fantasticare di improbabili vittorie, se la sbrighi da sola.
Peraltro, troppi gli interessi in gioco, essendo l’Ucraina diventata un hub delle nefandezze internazionali, dal traffico di armi a quello della tratta degli esseri umani (come annotava lo screening del Dipartimento di Stato Usa del 2025), anche bambini, e tanto altro, come disvelato anche dal recente attentato all’oligarca ucraino Vadim Yermolayev nel Principato di Monaco ad opera di suoi compatrioti.
Resta la narrativa sulla vittoria ucraina assicurata dalla prosecuzione degli attacchi a lungo raggio. Ricorda le illusioni dei nazisti, tanto cari alla leadership ucraina (che li onora più pubblicamente di prima), i quali speravano di vincere bombardando la Gran Bretagna con le V2 mentre il fronte crollava.
In realtà, l’unico modo per vincere, meglio per non perdere, è minacciare di scatenare una guerra termonucleare. In questa direzione va la revoca da parte della Finlandia del divieto di possedere armi nucleari e la decisione analoga dei leader della Lituania. L’idea è minacciare la Russia di un apocalisse atomico per procura. Non funzionerebbe come deterrenza, ché Mosca alzerebbe ovviamente il tiro sugli Stati sponsor dei Paesi incaricati di brandire tale minaccia. Tale la follia dilagante nella Ue e a Londra.