Tra le fratture ideologiche più gravi che attraversano l’Unione Europea, sempre più impotente di fronte al piano di Washington per chiudere il conflitto in Ucraina, c’è quella causata dal liberal-nazionalismo baltico: focalizzato ossessivamente sulla Russia, venato di risentimento etnico e disinteressato a tutto ciò che tocca il Mediterranea, inclusa – e non potrebbe essere altrimenti – la mattanza di Gaza.
Un esempio? Negli ultimi mesi Estonia, Lettonia e Lituania, in barba a qualunque richiamo delle società europee sulla questione diritti umani, hanno accolto con grande cordialità il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar. Proprio mentre Israele è sotto indagine alla Corte internazionale di giustizia per possibili atti di genocidio e la Corte penale internazionale ha chiesto un mandato di arresto per Benjamin Netanyahu. I principi di diritto internazionale e di sovranità dei popoli, che i governi baltici rivendicano quando si parla di Russia e Ucraina, improvvisamente spariscono quando si riceve Israele.
Non è un segreto che i tre Paesi abbiano costruito storicamente la loro identità post-sovietica su un’ostilità assoluta verso Mosca: sostegno senza riserve all’Ucraina, sanzioni, niente dialogo, e la proposta di restringere i visti per tutti i cittadini russi. Una politica che si espande nella memoria, rifiutando tutto ciò che era compreso nel posizionamento geopolitico della vecchia Urss: questione palestinese inclusa. Così, mentre varie capitali europee – da Madrid a Dublino a Bruxelles – chiedono che l’Ue pretenda responsabilità da parte del governo israeliano, i Baltici offrono una normalizzazione diplomatica che ignora del tutto i bombardamenti in Libano e Siria, le violazioni del cessate il fuoco imposto dal piano Trump e le violenze dei coloni in Cisgiordania.
Tutto questo non può che aumentare la percezione che il famoso “ordine basato sulle regole” sia una formula vuota, invocata a seconda della convenienza geografica e politica. Ed è un problema soprattutto per i Baltici stessi, che dipendono più di chiunque altro dalla solidarietà europea e Nato per la loro sicurezza, in un momento in cui gli Stati Uniti stanno facendo capire che il loro impegno a lungo termine non sarà così scontato.
Ma Israele tiene di più alla Russia
Se le memorie del periodo sovietico – deportazioni, repressione politica, russizzazione forzata – sono ancora molto vive, e sondaggi recenti mostrano che per oltre due terzi della popolazione baltica la Russia è considerata una minaccia diretta, alcune delle misure più dure e provocatorie messe in campo da Tallinn, Riga e Vilnius potrebbero essere controproducenti. Vedi il blocco delle merci dirette all’enclave russa di Kaliningrad, oppure la proposta di sequestrare i beni russi congelati in Europa o l’insistenza su un ingresso accelerato dell’Ucraina nella Nato.
Si tratta di mosse che potrebbero mettere gli alleati euro-atlantici in una posizione complicata. Perché è sempre meno certo, in caso di risposta russa, che la Nato egemonizzata da Trump accetterebbe automaticamente di essere coinvolta in un conflitto diretto. E meno che mai lo accetterebbero quei Paesi del Sud Europa meno propensi all’escalation come Spagna, Francia o Italia.
A questo si aggiunge una miopia strategica: Israele, nel calcolo delle proprie priorità, dà un valore immensamente maggiore alla relazione con la Russia che a qualunque legame con i baltici. La sua principale preoccupazione è impedire che Mosca rafforzi l’Iran dopo la guerra di giugno, non sostenere l’Ucraina. L’ex capo del Mossad, Yossi Cohen, ha descritto Putin come un interlocutore fondamentale per garantire i margini di manovra militari di Israele in Medio Oriente. Nulla di ciò lascia pensare che Israele possa diventare un partner significativo per i Baltici nella loro sicurezza.
Sul piano interno europeo, questa postura si intreccia con un altro nodo: l’etno-nazionalismo di alcune élite baltiche, spesso venato di razzismo contro tutto ciò che è “orientale”, rappresentato in modo paradigmatico dall’Alto rappresentante Kaja Kallas, durissima con Hamas ma sempre cauta nel criticare Netanyahu. Oppure dall’ex presidente dell’Estonia, Toomas Hendrik Ilves, che usa “asiatico” come dispregiativo riferendosi alla Russia (aggiungendo anche un “orchi”, per non farsi mancare nulla, come uno shitposter qualsiasi.
Oppure dalla ministra della Difesa lituana che su X elogia un immigrato filippino, ma solo per fare il gioco del buon immigrato/cattivo immigrato. I “buoni” sarebbero gli asiatici laboriosi, cattolici e utili come manodopera servile; i “cattivi” gli immigrati post-sovietici, “pericolosi” perché parlano russo (nonostante l’enormità della minoranza russofona)
È il problema dell’europeismo inteso come purezza. Perché rischia di indebolire ulteriormente l’UE? Perché tra sensibilità e priorità diverse si deve mediare: inutile insultare italiani e greci che non vogliono il riarmo antirusso nei modi caotici e ipocriti con cui è stato pensato. In questo quadro, anche le retoriche baltiche sulla “minaccia russa” rischiano di perdere presa, soprattutto tra giovani e opinioni pubbliche del Sud Europa, sempre più ostili all’alleato israeliano, visto da molti come un cane pazzo e sconsiderato. La stessa immagine di sé che forse vogliono dare i Baltici.
Ma quanto durerà questo volersi mostrare come paladini della legalità internazionale a senso unico? Inseguendo il favore di Israele questa parte d’Europa sta rischiando di logorare proprio quella credibilità che permette alla loro voce, oggi centrale nel dibattito euro-atlantico, di avere peso.

