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Il sentiero della pace si è chiuso con le parole di Vladimir Putin alla nazione nella giornata del 21 settembre? Ad oggi sembrerebbe di sì. Smentite sul campo le dichiarazioni del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, rubricate a wishful thinking le parole del Sultano di Ankara che aveva parlato di un Putin desideroso di una via d’uscita dalla guerra in Ucraina, chiuse le porte di un nuovo dialogo tra Mosca e l’Occidente dopo le parole del Ministro della Difesa Sergey Shoigu, la via della diplomazia perde una possibilità proprio quando l’imminenza di uno stallo bellico dovuto all’autunno esteuropeo lasciava aprire uno spiraglio.

La controffensiva ucraina ha riequilibrato in parte sul campo le prospettive del conflitto e in Russia la necessità di una via d’uscita è iniziata a farsi sentire più impellente. Putin, nella retorica, ha giocato al rialzo. Lo ha fatto a pochi giorni dal summit di Samarcanda in cui Xi Jinping e Narendra Modi lo hanno rimbottato per la difficile situazione scatenata da Mosca su scala globale con l’attacco a Kiev. Nei giorni in cui escono i dati sulle prospettive incerte dell’economia russa e si rincorrono le voci sul futuro del sistema di potere in Russia. A poca distanza dal rilancio degli aiuti militari all’Ucraina e della rivendicazione dei successi di Kiev anche da parte di chi, come il cancelliere tedesco Olaf Scholz, era stato titubante su un appoggio più duro all’Ucraina.

Putin, l’Ucraina e l’Occidente hanno provato a dialogare una prima volta di fronte all’impegno di Naftali Bennett, tra marzo e aprile, mediazione israeliana affondata dai fatti di Bucha. La seconda mediazione turca ha prodotto il risultato positivo dell’accordo sul grano, non una distensione del conflitto. Da Nur Sultan, capitale del Kazakistan, alla vigilia del summit Sco di Shanghai sono arrivate invece le parole tuonanti di papa Francesco che ha perorato il ritorno allo spirito di Helsinki in Europa, a quel tentativo di dialogo tra parti in causa che Putin e Joe Biden avevano accarezzato a giugno 2021 nel loro summit bilaterale, salvo poi irrigidirsi sulle proprie posizioni. Il ramoscello d’ulivo allungato dal Pontefice rappresenta il più deciso e concreto gesto per la pace, per una pace vera e non solo retorica, promosso dall’inizio della seconda fase del conflitto, quella dell’offensiva violenta nel Donbass.

“Mano tesa, sempre” e necessità di “alta politica” sono state le richieste del Pontefice, così distanti dai fautori del partito della guerra in campo russo tra cui, velatamente, è stato annoverato anche il patriarca di Mosca, Kiril. L’arretramento russo, l’esaurirsi della controffensiva ucraina in un contesto di guerra di posizione, la fatica e il fiato corto di Mosca e Kiev e la minaccia incombente dello tsunami energetico avrebbero fatto pensare che, al netto dei toni bellicisti, l’autunno e l’inverno avrebbero potuto contribuire a un dialogo fattivo per la pace complici gli scarsi margini di manovra sul campo di battaglia. Putin ha ributtato con il suo discorso la palla in tribuna. Non conta quanto ci sia di fattivo nelle minacce, nel richiamo alla possibilità dell’uso dell’atomica, nella possibilità di cambiare con la mobilitazione di 300mila riservisti il corso del conflitto. Conta, in questa fase, il dato politico.

E il dato politico è che l’Europa vivrà un inverno di guerra. Guerra, congelata, nei fronti del trinceramento russo-ucraino. Guerra politica e diplomatica dopo la provocatoria mossa dei referendum per l’annessione dei territori occupati che amplifica il caos scatenato dal pur diverso caso della Crimea del 2014 e sembra mirata a escludere ogni dialogo con Kiev. Guerra di nervi sulle forniture d’armi e la dialettica tra i “pistoleri” con le dita sul grilletto atomico. Guerra economica per il braccio di ferro sulle sanzioni da un lato e la tempesta energetica alimentata dalla Russia dall’altro. Guerra per procura, con l’Ucraina prima linea militare e l’Europa travolta dall’inflazione importata da oltre Atlantico antemurali del contenimento asimmetrico degli Usa e del Regno Unito contro Mosca. Vladimir Putin ha scelto, contro le richieste di Bennett prima, Erdogan poi e il Papa in ultima istanza, di chiudere sempre le porte al dialogo. E ora il gioco dell’escalation chiama alla necessità di muoversi in un territorio inesplorato. In cui i grandi assenti sembrano essere i ragionamenti fattivi capaci di trovare una via d’uscita a una crisi che sta, su tutti i fronti, lacerando sia l’Europa che la Russia. Senza speranza di via d’uscita a breve.

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