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Il caso della fallita invasione intrapresa da una sessantina di ribelli anti-Maduro sulle coste del Venezuela e neutralizzata sul nascere dalle forze di sicurezza bolivariane continua a far emergere nuovi elementi e altrettanti misteri su cosa vi sia realmente dietro. Un intrecciarsi di strani rapporti tra contractors che si improvvisano specialisti in “black ops” (operazioni clandestine generalmente gestite da governi) ed ex militari dell’esercito venezuelano, a loro volta molto plausibilmente infiltrati da agenti di Maduro. In tutto ciò subentrano poi anche relazioni con elementi legati all’entourage del leader dell’opposizione venezuelana, Juan Guaidò che però, a sua volta, nega qualsiasi tipo di coinvolgimento. Nel contempo il regime di Maduro sfrutta la situazione a proprio favore esibendo come trofeo i due contractors statunitensi arrestati, moltiplicando gli arresti e accusando gli Stati Uniti e la Colombia di essere i registi del piano che doveva portare all’arresto del rais venezuelano, sulla cui cattura pende una taglia di 15 milioni di dollari e al suo trasferimento in Usa.

Altri arresti e strani motoscafi oltre-confine

Tra domenica e lunedì le autorità venezuelane hanno annunciato l’arresto di altri undici ribelli collegati ai gruppi ribelli, effettuati nella regioni di Vargas e Aragua, tra cui a Colonia Tovar, cittadina di discendenti tedeschi dalla tipica architettura germanica. In totale sarebbero una quarantina gli arrestati, ma i rastrellamenti sono ancora in corso ed è dunque plausibile che il numero incrementi nei prossimi giorni.

Nel frattempo la Guardia Nazionale Bolivariana annunciava il sequestro di tre lance da combattimento della Marina Colombiana prive di uomini ma con armi e munizioni a bordo, sul fiume Orinoco. Il ritrovamento è avvenuto nel settore Chorro El Mono, comune di Cedeño, nello stato di Bolívar. Secondo le dichiarazioni del quartier generale delle Forze Armate venezuelane si tratta di imbarcazioni da combattimento modello Boston Wheeler, con tanto di insegne della Marina della Repubblica di Colombia.

Le Forze Armate colombiane hanno successivamente reso noto che le imbarcazioni risultavano impiegate per il controllo fluviale nei pressi della frontiera ed erano state trascinate via dalla corrente del fiume, finendo così in territorio venezuelano; a quel punto per i colombiani non era stato più possibile recuperarle perchè sarebbero dovuti sconfinare. Da Caracas fanno però sapere che la versione fornita non ha senso in quanto a bordo delle imbarcazioni c’erano armi e munizioni; a rigor di logica l’esercito colombiano avrebbe dunque dovuto avvisare il Venezuela dell’accaduto, cosa che però non è avvenuta. Il 13 maggio le Forze Armate colombiane annunciavano la rimozione dai loro incarichi  di tre sottufficiali e nove fanti della Marina accusati di essere all’origine del presunto errore.

La figura di Goudreau al centro di tutto

Intanto la moglie di Airan Berry, uno dei due contractors catturati a Chuao, ha rilasciato un’intervista al sito di news tedesco T-Online dove ha spiegato come l’ex Berretto Verde Goudreau, ex commilitone di Berry in Germania e Iraq, sia comparso dal nulla per offrire un lavoro al marito.

Berry risiedeva con la famiglia in Germania dopo aver servito per 17 anni nell’esercito statunitense e lavorava come artigiano; nel mese di dicembre 2019 lui e Denman venivano avvicinati da Goudreau che offriva loro la possibilità, tramite la sua nuova società di sicurezza “Silvercorp”, di recarsi in Colombia per addestrare un gruppo di ribelli. I due contractors volavano così in Colombia in data 16 gennaio 2020. Le famiglie di Berry e Denman non erano al corrente della missione e sono venuti a conoscenza di tutto dopo la cattura dei gruppi armati, avvenuta domenica 3 maggio. Jordan Goudreau non era però con loro in quanto “la sua barca si era rotta a marzo ed era stato costretto a tornare in Florida dove erano in vigore le norme anti-Covid che gli avevano impedito di raggiungere i gruppi di assalto pronti all’invasione”.

Ora i due statunitensi arrestati rischiano di dover scontare dai 25 ai 30 anni di reclusione in un carcere venezuelano mentre Goudreau risulta indagato per traffico di armi ed anche per aver architettato la missione, come ammesso del resto da lui stesso in un video nel quale, assieme all’ex ufficiale venezuelano Javier Nieto Quintero, rivendicava la regia dell’operazione, denominata “Gideon“, con l’obiettivo di “rovesciare il regime di narcotrafficanti” e “liberare i prigionieri politici detenuti nelle carceri venezuelane”. In seguito però uno dei due contractors detenuti dichiarava alle autorità venezuelane che l’obiettivo principale doveva essere quello di arrestare il Presidente venezuelano Nicolas Maduro per poi trasferirlo all’aeroporto di Caracas e metterlo su un aereo diretto negli Stati Uniti.

Resta poi il mistero sul ruolo svolto da Juan Jose Rendon e Sergio Vergara, due consiglieri di Juan Guaidò che hanno rassegnato le dimissione in seguito all’emergere di un contratto siglato con Goudreau e mai portato a termine. Un contratto che secondo Rendon aveva obiettivi prettamente esplorativi e che era stato interrotto in seguito a problemi tra le due parti. Sempre secondo il consigliere di Guaidò, a Goudreau sarebbero stati pagati soltanto $50 mila per le spese iniziali. Goudreau dal canto suo ha accusato l’opposizione politica venezuelana di aver causato più problemi che vantaggi ed ha reclamato il pagamento di $1,5 milioni, minacciando di rendere pubblico il contratto.

L’infiltrazione dell’intelligence venezuelana

La figura forse più ambigua di tutta la vicenda è però quella di Cliver Alcalà Cordones, ex ufficiale dell’esercito venezuelano e considerato il leader dei militari d’opposizione fuggiti in Colombia; il soggetto in questione nel 2011 veniva accusato dagli Stati Uniti di aver venduto missili terra-aria alle Farc in cambio di cocaina, nonchè di far parte del “Cartel de los Soles“, organizzazione dedita al traffico internazionale di droga formata da alti membri dello Stato e delle Forze Armate venezuelane.

Fu proprio Alcalà ad entrare in contatto con Goudreau durante un meeting di due giorni tenutosi al JW Marriott di Bogotà e al quale parteciparono numerosi membri di varie aree dell’opposizione a Maduro. In quell’occasione Alcalà disse all’ex Berretto Verde di aver selezionato 300 uomini tra i ranghi degli ex soldati venezuelani fuggiti in Colombia e di averne già piazzato qualche dozzina in tre campi di addestramento nella penisola di La Guajira, in prossimità del confine col Venezuela, pronti per un’invasione. Goudreau dal canto suo confermò ad Alcalà di poter addestrare i volontari,  aggiungendo di essere in contatto con esponenti di alto livello dell’amministrazione Trump disposti a fornire supporto, senza però dare ulteriori dettagli.

A quel punto però succedono una serie di cose alquanto strane. Alcalà va infatti a spifferare in giro per ambienti dell’intelligence e governativi di Bogotà il piano per un’invasione con tanto di supporto di “un agente della Cia ed ex guardia del corpo di Trump che ha il sostegno di Washington”. Mossa insolita per un ex ufficiale bolivariano ben inserito negli alti ranghi del regime e con un fratello ambasciatore di Maduro in Iran.

Il 24 marzo una Renault “Duster” carica di armi, munizioni ed equipaggiamento militare veniva fermata dalla polizia colombiana sulla Troncal del Caribe, strada che porta da Barranquilla a Santa Marta. Emergeva così che il carico di armi era destinato a un campo di addestramento dei ribelli anti-Maduro nella zona di La Guajira, a ridosso del confine venezuelano e doveva essere utilizzato per un’invasione da lanciare a fine marzo.

Con una mossa a sorpresa, Alcalà dichiarava che le armi erano dirette a lui, di proprietà del popolo venezuelano e si consegnava alle autorità colombiane e poi alla Dea per farsi estradare negli Stati Uniti e ciò nonostante che non vi fosse in quel momento alcuna richiesta di estradizione da parte degli Usa nei suoi confronti. L’ex ufficiale bolivariano accusava poi Guaidò di “non aver rispettato i patti”.

L’avvocatessa penalista venezuelana Tamara Suju, già rappresentante dell’opposizione venezuelana in Repubblica Ceca dal marzo al luglio del 2019, indicava durante una trasmissione in streaming la plausibile responsabilità di Alcalà che potrebbe aver agito da infiltrato a favore del regime di Maduro. La Suju metteva in evidenza come vi siano molti giovani venezuelani che vengono addestrati dai servizi segreti cubani per poi essere infiltrati negli ambienti dell’opposizione venezuelana, aggiungendo che una presenza di agenti infiltrati tra gli ex membri delle forze armate bolivariane fuoriusciti dal Paese è estremamente probabile e il comportamento di Alcalà è una cosiddetta “red flag”.

Alcune considerazioni

Cercare di mettere ordine a un pasticcio del genere non è semplice, ma ci sono alcuni indicatori che possono essere di aiuto. In primis appare evidente che rapporti tra l’entourage di Guaidò e Goudreau ci sono stati. Ciò che non risulta ancora chiaro è il tipo di accordo effettivamente stretto tra le parti, cosa che potrà essere chiarita soltanto dai documenti. Si trattava di un incarico per analisi d’intelligence esplorativa? Oppure qualcosa di più invasivo? In caso di prima ipotesi, perchè mai affidare l’incarico a un contractor che avrà anche esperienza sul campo di battaglia (e anche lì, la cosa è discutibile visto il risultato dell’operazione) ma certamente non poteva averne in ambito di “intel analysis”.

In secondo luogo emerge con forza il ruolo della Colombia, con una serie di elementi che non sono prove, ma indizi sì: la riunione tra opposizione, contractors e ribelli è avvenuta all’Hotel Marriott di Bogotà; i campi di addestramento erano in territorio colombiano; le due lance con gli assalitori sono partite dalla costa colombiana; i tre motoscafi della Marina colombiana carichi di armi sono stati rinvenuti sul fiume Orinoco, in territorio venezuelano.

In terzo luogo è lecito chiedersi cosa può aver spinto Alcalà a rivendicare il possesso del carico di armi per poi consegnarsi in fretta e furia alle autorità colombiane e statunitensi. E’ evidente che i servizi segreti di Caracas erano da tempo al corrente del piano, al punto che il 28 marzo, in concomitanza con la resa di Alcalà, la televisione venezuelana aveva anche mostrato la foto di Goudreau, indicando come l’intelligence bolivariana avesse da tempo infiltrato “la rete di mercenari”. Nonostante ciò Goudreau faceva partire l’operazione mandando incontro al disastro due suoi ex commilitoni e gruppi di uomini male armati e senza il necessario addestramento.

In quarto luogo è lecita una critica nei confronti di certe compagnie di contractors che dovrebbero limitarsi a fornire servizi relativi alla sicurezza e alla protezione, ma che in alcuni casi si spingono ben oltre certi limiti, sconfinando in campi nei quali non hanno alcuna competenza, per arrivare a intraprendere azioni insensate rischiando di causare soltanto danni.

In ultimo, è plausibile che i servizi segreti di Maduro abbiano infiltrato gli ambienti dissidenti e abbiano accompagnato l’operazione per trarne poi vantaggio sul piano politico mostrando i muscoli, compromettendo l’immagine di Guaidò ed accusando Usa e Colombia di interferire nelle faccende interne del Venezuela.

 

 

 

 

 

 

 

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