C’è aria di terza Intifada tra israeliani e palestinesi in seguito all’ondata di incendi che ha colpito Israele nell’ultima settimana. L’allarme è stato lanciato mercoledì sera a Neve Shalom, quartiere di Gerusalemme est, dove è divampato un primo incendio. L’ondata di fiamme si è poi propagata verso Beit Meir, sempre vicino a Gerusalemme, Sajur e Nahf, zone della Galilea. Ad Haifa, una delle città più colpite dalla violenza piromane, sono state bruciate 700 case ed evacuate 80mila persone. Senza contare i roghi che stanno devastando le foreste ad ovest di Gerusalemme.Il governo israeliano non ha usato mezzi termini nel descrivere la situazione, il Primo Ministro Netanyahu si è espresso così: “Siamo davanti a un’ondata di terrorismo incendiario. Ogni incendio doloso è una forma di terrorismo, chiunque intenda bruciare parti dello Stato di Israele sarà castigato”. Mentre il Ministro dell’Istruzione israeliano Naftali Bennett ha così twittato: “Solo coloro ai quali lo Stato non appartiene sono capaci di bruciarlo”.Media israeliani come Haaretz stanno usando il termine “intifada degli incendi” per descrivere lo strano fenomeno. Definizione che è subito stata ripresa negli ambienti politici israeliani. Intifada e terrorismo sono due termini che nel contesto israelo-palestinese richiamano nello specifico ad una matrice palestinese. Finora però non vi è certezza sull’origine di tali atti, né su una presunta organizzazione centralizzata degli stessi.Il Ministro della Sicurezza Gilad Erdan e il capo della polizia israeliana Roni Alsheich come riportato da Repubblica, hanno dichiarato che il 50% degli incendi può essere giudicato doloso, dell’altra metà non vi sono ancora prove. Secondo i portali Quds Press e InfoPal, confermato da Repubblica, la polizia israeliana avrebbe sinora fermato 12 persone, tra queste ci sarebbero probabilmente 3 lavoratori palestinesi, arrestati nel distretto di Haifa, entrati in Israele senza i permessi.Come riportato ancora da Quds Press e InfoPal, portali d’informazione palestinesi, il capo della polizia israeliana ha dichiarato che: “È probabile che ci sia un motivo nazionalista dietro a questi casi”.C’è da chiedersi ora l’origine di questa escalation di tensione, che sembrerebbe concretizzarsi, in maniera non propriamente organizzata, in un attacco “alternativo” ad Israele. È sufficiente effettuare un leggero passo indietro nel tempo per comprendere che il conflitto israelo-palestinese, pur non essendo sfociato nell’ultimo anno in effettivi scontri armati, ha avuto un climax ascendente specialmente negli ultimi 5 mesi.Nel giugno 2016 c’è stato infatti un attentato al Sarona Market di Tel Aviv: due palestinesi aprirono il fuoco sulla folla uccidendo 4 israeliani. Il Governo Netanyahu rispose all’attentato con il ritiro di ben 83mila visti a cittadini palestinesi. Questi visti sono necessari per quei palestinesi che vivono nella West Bank (zona che secondo il diritto internazionale è sotto il controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese), ma hanno bisogno di transitare in Israele per motivi lavorati, famigliari o altro. Tale provvedimento israeliano, per quanto possa essere giustificato per motivi di sicurezza, non ha fatto altro che alimentare la tensione, considerata la situazione economica della West Bank, dove il tasso di disoccupazione arriva oggi al 27%.In seguito, lo scorso ottobre, Israele è stata condannata da una risoluzione Unesco per 12 specifiche violazioni poste in atto dal governo Netanyahu nella zona di Gerusalemme est. Il Primo Ministro israeliano invece che difendere il suo operato punto su punto, ha scelto di alzare i toni contribuendo così ad un aumento della tensione. Netanyahu ha definito l’UNESCO “teatro dell’assurdo…che sostiene l’assenza di connessioni tra Israele, il Monte del Tempio e il Muro Occidentale”. Nel testo della risoluzione in realtà non si ravvisa una simile tesi.Per comprendere ancor meglio come i toni si siano esageratamente alzati basta ricordare le parole usate da Ayooub Kara, Viceministro della Cooperazione regionale di Israele, che durante una missione in Vaticano a fine ottobre 2016, disse che “il terremoto (quello che colpì il Centro Italia) è una punizione per l’astensione dell’Italia sulla risoluzione UNESCO”.

A tutto questo dobbiamo aggiungere che la Banca Mondiale la scorsa settimana ha divulgato un comunicato in cui descrive la situazione idrica di Gaza come “allarmante”, mentre il Centro palestinese per i diritti umani ha dichiarato che Israele ha, nell’ultimo mese, intensificato il blocco sulla Striscia di Gaza. Le importazioni si sono quasi dimezzate rispetto al mese di agosto, mentre il numero di malati e feriti cui viene concessa l’autorizzazione a uscire da Gaza è sceso del 33.9% rispetto al mese precedente.

I dati che emergono dunque negli ultimi mesi descrivono una bomba sociale pronta a esplodere da un momento all’altro e “l’intifada degli incendi” potrebbe essere solo l’inizio di un conflitto su più larga scala.

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