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Dall’inferno del totalitarismo eritreo alle persecuzioni del regime islamico in Sudan. Quella dei rifugiati cristiani in fuga dalla dittatura di Isaias Afewerki è una vera e propria Via Crucis.

Sono decine di migliaia i cristiani che scappano dall’Eritrea, dove dal 1993 non esiste libertà politica, di espressione, di stampa o religiosa, sborsando migliaia di dollari per arrivare in Sudan e proseguire da qui il loro viaggio verso le sponde del Mediterraneo. Negli accampamenti alla periferia di Karthoum sono moltissime le famiglie cristiane che hanno scelto di intraprendere il viaggio verso una vita migliore.





Ad Asmara, infatti, chi non appartiene alle quattro comunità religiose ufficialmente riconosciute dal regime rischia di essere arrestato. E anche i membri delle comunità registrate subiscono forti limitazioni nella libertà di culto. Secondo la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre sono almeno 3mila i cristiani imprigionati in Eritrea a causa della loro fede. Uno dei principali motivi che spinge decine di migliaia di cittadini ad emigrare da uno degli Stati più militarizzati al mondo, inoltre, è l’obbligo di prestare servizio militare a tempo indeterminato imposto dal governo.

Ma le difficoltà, per i cristiani, non si esauriscono una volta oltrepassato il confine che separa Eritrea e Sudan. Dopo aver pagato 1500 dollari circa per raggiungere i campi profughi della capitale Karthoum, i rifugiati sono costretti a trattenersi nel Paese anche anni prima di riuscire a guadagnare il denaro necessario, più o meno la stessa cifra, per continuare il loro viaggio verso l’Europa o gli Stati Uniti. E se sono tutti i rifugiati a vivere in condizioni disastrose, è contro i profughi cristiani che le autorità islamiche sudanesi si accaniscono in modo particolare.

Da tempo, infatti, vengono denunciati i gravi abusi che i rifugiati subiscono nei campi profughi allestiti nel Paese. Stando ad alcune indiscrezioni pubblicate di recente sul quotidiano Al Arab al jadeed, moltissime autorità di frontiera sarebbero colluse con i trafficanti di uomini, “che si rendono protagonisti di rapimenti e torture ai danni di rifugiati eritrei”. Secondo una serie di documenti di fonti governative britanniche, citati dallo stesso quotidiano, in Sudan sarebbero presenti “veri e propri centri di tortura, dove i dissidenti e gli attivisti politici spariscono o vengono uccisi”. L’ultimo episodio di violenza, secondo la stessa fonte, risale a qualche settimana fa, quando cinque manifestanti sono stati uccisi dalle forze armate sudanesi in un campo per sfollati interni.

I rifugiati cristiani, conferma ad Aiuto alla Chiesa che Soffre un volontario che lavora in un campo profughi, “sono completamente alla mercé della polizia”. “Gli agenti arrivano fino ad arrestarli per poi chiedere un riscatto alle famiglie”, prosegue. “I cristiani affrontano prove durissime sorretti soltanto dalla loro fede e non possono neanche scappare, perché se tornassero in Eritrea sarebbero incarcerati o uccisi”, afferma il volontario. La stessa fondazione pontificia, per questo, sostiene un progetto scolastico dedicato a 1200 piccoli rifugiati eritrei. “Così non rischieranno di perdere le proprie radici cristiane in un Paese quasi completamente islamico come il Sudan”, spiega Christine du Coudray-Wiehe, responsabile dei progetti nel Paese.

Il mese scorso, infatti, la stessa organizzazione aveva denunciato le violenze che avvenivano nei campi profughi gestiti dal governo islamico di Omar al Bashir, contro i piccoli profughi, in maggioranza cristiani, in fuga dalla guerra civile nel vicino Sud Sudan, costretti a recitare i versi del Corano per ottenere la loro razione di cibo. Nonostante in Sudan sia in vigore la sharia e nonostante il suo controverso presidente, Omar al Bashir, sia accusato dal 2008 di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio dalla Corte Penale Internazionale per il conflitto in Darfur, molti Paesi europei, compresa la Gran Bretagna, secondo il quotidiano Al Arab al jadeed, continuano ad elargire fondi al governo sudanese per il rafforzamento dei confini, la lotta al traffico di esseri umani e il rallentamento del flusso migratorio verso l’Europa. Con buona pace delle violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità di Karthoum.

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