L’Indonesia destinerà una struttura sanitaria edificata su un’isola disabitata per curare duemila palestinesi di Gaza bisognosi di assistenza. Lo ha dichiarato Hasan Nasb, portavoce del presidente indonesiano Prabowo Subianto, precisando che l’iniziativa si svolgerà “sull’isola di Pulau Galang”, già sede di un ex campo profughi per richiedenti asilo vietnamiti. Infine, la specifica più importante, e cioè che si tratterebbe di un “trasferimento temporaneo”. I palestinesi, una volta guariti, “sarebbero riportati a Gaza”. Non ha però chiarito in che modo tale ritorno sarebbe garantito, dal momento che le vie di accesso a Gaza sono sbarrate ed sembra altamente improbaible che Israele le riapra prima di averne scacciato gli abitanti.
Ma al di là di questo, l’iniziativa indonesiana sarebbe benvenuta, anche per il grande valore simbolico, perché garantirebbe cure indispensabili a 2.000 a persone che sopravvivonoin condizioni disumane, senza assistenza né cibo sufficiente.
L’Indonesia, Paese con il maggior numero di musulmani al mondo, non è nuova a iniziative a favore della causa palestinese. Ma questa, pur avendo un chiaro impatto simbolico, presenta rischi evidenti. Middle East Monitor fa notare che “il viaggio da Gaza a Batam [il distretto governativo in cui si trova Galang] è di oltre 8.000 chilometri: una distanza considerevole per evacuare in sicurezza i pazienti fragili”. “L’iniziativa, sebbene generosa, rischia di diventare una goccia ben pubblicizzata in un oceano umanitario, allontanando l’attenzione da azioni di maggior impatto”.
“I palestinesi sfollati raramente fanno ritorno”
La tempistica dell’annuncio merita una riflessione. Il 21 luglio scorso in un articolo di InsideOver, si leggeva: “Il capo del Mossad, David Barnea, si è recato negli Stati Uniti per chiedere aiuto per lo sfollamento dei palestinesi da Gaza, in particolare perché vengano dati incentivi ai Paesi che potrebbero ospitarli: Etiopia, Indonesia e Libia”. Così l’ombra di questo piano aleggia sull’iniziativa di Giacarta: “Il timore reale è che il trasferimento dei palestinesi fuori da Gaza non sia temporaneo”, ma al contrario permanente. Come ricorda ancora Middle East Monitor, “la storia mostra che, una volta sfollati, i palestinesi raramente fanno ritorno”.
Nei mesi scorsi il presidente indonesiano aveva già parlato della possibilità di offrire rifugio ai palestinesi, attirandosi però le critiche di autorevoli leader religiosi, timorosi che l’idea potesse ricalcare il piano del presidente americano Donald Trump per reinsediare in modo permanente i palestinesi al di fuori di Gaza.
Di interesse un articolo di Kompas, noto quotidiano indonesiano, che riporta i commenti di Smith Alhadar, analista politico del Medio Oriente. Secondo Alhadar, “l’Indonesia — consapevole o meno delle finalità dell’agenda israeliana — rischia di prestarsi a un’operazione che, dietro la facciata umanitaria, potrebbe servire a concretizzare il piano per lo spopolamento di Gaza”. Un’ipotesi che si intreccia con “la trattativa ancora in corso tra Giakarta e Washington sui dazi imposti dall’amministrazione Trump e che potrebbe trasformare il trasferimento in una sorta di “moneta di scambio geopolitica”, avverte Alhadar.
Ma il vero nodo sta nel fatto che i duemila palestinesi previsti all’inizio potrebbero non rimanere tali. L’isola di Galang, infatti, non è una destinazione di fortuna: è piuttosto grande, tanto da aver ospitato in passato 250.000 rifugiati vietnamiti (peraltro, perché mandare i 2mila afflitti a curarsi su un’isola deserta e non nelle strutture del Paese? Perché sono i primi di una moltitudine?).
Se l’operazione dovesse partire senza resistenze interne o internazionali, il numero di palestinesi trasferiti potrebbe quindi crescere, “creando un precedente per fare pressione su altri Paesi affinché seguano l’esempio indonesiano”. “Se lo facciamo – conclude l’analista geopolitico – non aiuteremo la Palestina, ma contribuiremo alla sua eliminazione. Significa essere parte della pulizia etnica gestita da Israele e Stati Uniti”.

