C’è un incubo ricorrente che tormenta i sogni dei diplomatici della Nato: uno stupido incidente navale tra Paesi alleati nel Mediterraneo orientale risveglia un conflitto congelato e scatena una crisi regionale che sgretola l’alleanza dal suo interno. Questa possibilità è sempre meno remota a causa della sempre maggiore aggressività della Turchia. Infischiandosene degli accordi stretti da Cipro con le aziende petrolifere europee, tra cui Eni e Total, il “Sultano” Recep Tayyip Erdogan ha inviato la nave Yavuz – probabilmente scortata da sottomarini e fregate – per trivellare idrocarburi nel Blocco 7 nelle acque della zona economica esclusiva di Cipro, sostenendo di proteggere i propri interessi e quelli dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta però solo da Ankara. Così facendo, Erdogan ha messo un piede nel Mediterraneo orientale, ma ha anche compattato un fronte anti-turco sempre più vasto e agguerrito.

Egitto, Grecia e Cipro contro “il Sultano”

A contrastare le mire turche in questo quadrante del “Mare Nostrum” è soprattutto il “Faraone” egiziano, Abdel Fatah Al Sisi. Il Cairo ha ospitato lo scorso 8 ottobre il vertice trilaterale tra Egitto, Cipro e Grecia che ha visto – oltre ad Al Sisi – la presenza del capo dello Stato cipriota, Nicos Anastasiades e del primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis. Tutti hanno condannato “l’illegale e inaccettabile” comportamento della Turchia nelle acque cipriote. “Le pratiche e le trivellazioni inaccettabili della Turchia (…) sono un palese attacco ai diritti della Repubblica cipriota e al diritto internazionale”, ha dichiarato Anastasiades in una conferenza stampa congiunta, aggiungendo che Cipro utilizzerà “tutti i mezzi diplomatici disponibili per fermare l’aggressione della Turchia”. Al Sisi ha affermato che le pratiche unilaterali della Turchia rischiano di destabilizzare l’intero Mediterraneo orientale e di “danneggiare gli interessi” dei Paesi della regione. Non solo. I tre leader hanno anche:

  • condannato l’offensiva militare della Turchia nella Siria nord-orientale;
  • promesso di intensificare gli sforzi per affrontare le migrazioni illegale via mare;
  • concordato di aumentare il coordinamento antiterrorismo;
  • firmato accordi commerciale per eliminare la doppia tassazione;
  • dichiarato di voler rafforzare le relazioni tra Ue ed Egitto

In una precedente riunione, i tre Paesi avevano concordato di ampliare la “cooperazione strategica” in materia di energia, incluso il modo di trasportare il gas in Europa e di collegare le reti elettriche dell’Europa e del Nord Africa tramite un cavo sottomarino. L’elettrodotto da 2mila megawatt, noto come EuroAfrica Interconnector, si estenderà per circa 1.700 chilometri dalla Grecia all’Egitto attraverso Cipro.

Rischio polveriera nei Balcani

La politica aggressiva della Turchia rischia di risvegliare in revanscismo nazionalismo nei Balcani e in Grecia. Come sottolineato da Agenzia Nova, alla vigilia del lancio dell’operazione militare “Fonte di Pace” in Siria, il presidente turco Erdogan si è recato in visita in Serbia e in Bosnia dove ha parlato soprattutto di temi economici, senza però rinunciare a offrire i “buoni uffici” di Ankara per raggiungere una soluzione alla questione del Kosovo e per favorire la formazione di un governo “centrale” a Sarajevo. Vale la pena ricordare, tuttavia, che le minacce turche all’Europa sui migranti riguardano anche e soprattutto i paesi dei Balcani.

Infografica di Alberto Bellotto
Infografica di Alberto Bellotto

La cosiddetta rotta balcanica inaugurata nell’estate del 2015 (e che si è già in parte riaperta) rischia una sua nuova esplosione che potrebbe destabilizzare ulteriormente i già fragili Balcani. Il primo Paese a farne le spese potrebbe essere la Grecia, proprio adesso che Atene fatto importanti progressi verso la riconciliazione con i cugini turchi alleati della Nato.

Il patto tra Israele ed Egitto

Altro Paese interessato dalla crisi nel Mediterraneo orientale è Israele. Mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu è impegnato in un’incerta lotta per tornare al governo, la società egiziana Dolphinus ha firmato uno storico accordo per acquistare 60 miliardi di metri cubi di gas dal giacimento israeliano Leviathan: in altre parole, il gas di Israele arriverà in Egitto, da dove in futuro potrà raggiungere l’Europa e altri mercati. Prende così forma la strategia del paese delle piramidi per diventare un “hub” dell’energia di livello mondiale, in grado di fare concorrenza proprio alla Turchia. Il patto tra Israele ed Egitto mira a formare insieme a Cipro e Grecia un “polo” energetico nel Mediterraneo orientale. Un piano ambizioso, teso a sfruttare gli impianti di rigassificazione sulla costa egiziana come snodo per il commercio di energia verso l’Europa e non solo. Grazie al canale di Suez, il metano potrebbe finire nei mercati asiatici facendo concorrenza a un gigante del settore come il Qatar, rivale politico ed economico del Cairo al pari della Turchia. Doha e Ankara, infatti, sono i principali sostenitori dell’Islam politico che incarna i principi della Fratellanza musulmana, gruppo considerato fuorilegge e terrorista dall’Egitto e dai suoi sponsor: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein. Non a caso le autorità egiziane hanno lanciato nei mesi scorsi l’East Mediterranean Gas Forum (Emgf), astuta iniziativa di diplomazia economica che annovera una discreta stola di paesi (tra cui l’Italia) compratori, acquirenti, intermediari o semplicemente interessati al quadrante del Mediterraneo Orientale.

Navi militari italiane e francesi nel Blocco 7?

L’Italia, per ora, ha condannato le iniziative turche nel Mediterraneo Orientale. Da un lato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha detto che “se qualcuno si presenta con le navi da guerra io non faccio i pozzi”, dall’altro il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, in una conversazione telefonica con il presidente cipriota, Nicos Anastasiades, ha condannato la violazione della sovranità cipriota da parte della Turchia ed espresso piena solidarietà a Cipro. Secondo il ministro della Difesa nazionale greco, Nikos Panagiotopoulos, l’Italia la Francia potrebbero inviare entro gennaio delle navi da guerra nel blocco 7. Gli assetti navali europei andrebbero ad aggiungersi alla presenza turca e alle navi russe che si trovano davanti alla Siria. Un quadrante sempre più affollato dove il rischio di “incidente” diplomatico è dietro l’angolo.

Foto d’apertura Andrew Matthews/PA Wire

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