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Israele potrebbe tornare a operare militarmente nella Striscia di Gaza per “finire il lavoro”, ma nel frattempo la faida apertasi tra il Ministro della Difesa Israel Katz e il capo di Stato Maggiore dell’Israel Defense Force Eyal Zamir crea grattacapi al governo di Benjamin Netanyahu.

“Finire il lavoro” a Gaza

La testata israeliana C14 ha rivelato che diversi funzionari militari israeliani ritengono problematiche le evoluzioni politiche delle ultime settimane: da un lato, il fatto che la risoluzione Onu promossa dagli Stati Uniti per la tregua a Gaza apra la strada alla Forza Internazionale di Stabilizzazione e alla prospettiva di uno Stato palestinese. Dall’altro, il rifiuto di Hamas di disarmare volontariamente mantiene i militanti islamisti radicati a Gaza e non sconfitti definitivamente dopo due anni.

L’analista militare Noam Amir ha condiviso con C14 la riflessione che “i segnali che pervengono all’apparato di sicurezza indicano che Hamas non intende lasciare la Striscia di Gaza, e questo è anche il messaggio che viene trasmesso ai vertici politici”. Per Amir è possibile che l’Idf possa arrivare a “finire il lavoro” a Gaza, con tutte le implicazioni del caso per quanto questa definizione fredda e tecnica possa evocare in un teatro bellico che ha visto spesso le truppe di Tel Aviv colpire non l’esercito di Hamas ma una città e un popolo interi.

Gli scenari per Israele e il dramma di Gaza

Il fatto che non ci sia un piano per disarmare Hamas o la prospettiva che non si trovino Paesi disposti a prendersi carico dell’area occupata dai militanti e non dall’Idf a Gaza potrebbe, secondo molti osservatori israeliani, creare uno stallo nella Striscia e aprire nelle prossime settimane la finestra a un rinnovato intervento di Tel Aviv.

Questa prospettiva avrebbe risvolti drammatici per Gaza, sul cui stato è uscito di recente un paper della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad) che parla delle conseguenze del conflitto: -83% di Pil nel 2024, 160 dollari annui di Pil pro capite, 2,3 milioni di abitanti che si trovano, tutti contemporaneamente, sotto la soglia di povertà. Un salto all’indietro di quasi 70 anni sul fronte dello sviluppo umano e materiale. L’ipotesi di un intervento a Gaza appare inoltre da leggere alla luce delle polemiche emerse tra Katz e Zamir nelle ultime giornate e potrebbe rappresentare l’occasione per un “arrocco” dei vertici militari di Tel Aviv in nome del superamento delle recenti fratture.

Katz contro Zamir

Katz, membro del Likud di Netanyahu di cui rappresenta la parte più nazionalista e interventista in Medio Oriente, ha ordinato di revisionare l’indagine dell’Idf sulla genesi dei massacri del 7 ottobre 2023, condotta da una commissione esterna di ex ufficiali che aveva fatto piazza pulita dei precenti audit interni della Difesa, ritenuti troppo autoassolutori. In sostanza, Katz ha dato a Zamir la responsabilità di aver aperto la strada a un percorso potenzialmente favorevole a quanto prospettato dall’Alta Corte di Tel Aviv, che chiede un’inchiesta indipendente dal governo.

“Katz sta conducendo da mesi una campagna sempre più serrata contro Zamir sulle nomine di alto livello nelle IDF, promuovendo selettivamente ufficiali e negando nomine ad altri con cui apparentemente non va d’accordo”, ha aggiunto il Times of Israel, sottolineando che “alcuni ufficiali militari hanno avvertito che Katz sta tentando di politicizzare l’esercito prendendo il controllo delle nomine di alto livello”. La sfida ai vertici squassa le forze armate di Tel Aviv. La scelta di Netanyahu sarà quella di farle tornare a combattere per dare un simulacro di unità? I venti di guerra non sembrano sopiti attorno Gaza, mentre nella Striscia si continua a morire, giorno dopo giorno, all’ombra di una tregua che per molti è tale solo sulla carta.

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