Non c’è tregua per il popolo palestinese che oggi piange almeno altri 40 civili uccisi a Rafah, bruciati nelle fiamme di un campo profughi attaccato dall’IDF. Il bilancio delle vittime è ancora in corso, ma tra quelle accertate, secondo quanto riporta Haaretz, la maggior parte sono donne e bambini. Il web è stato letteralmente invaso dai tragici video che hanno ripreso quanto avvenuto nella tendopoli di Tal al-Sultan, un quartiere che dista un paio di chilometri da Rafah.
Il campo profughi era una “zona umanitaria”
Occorre soffermarsi proprio sulla posizione geografica del centro per sfollati bombardato dall’esercito israeliano. Ebbene, Tal al-Sultan non era nella zona rossa di Rafah da evacuare, dunque era considerato un luogo “sicuro”, o quantomeno non un obiettivo dell’IDF. Eppure, da sette mesi a questa parte, pare proprio che nella Striscia di Gaza valga tutto, ogni limite è stato ampiamente superato già da tempo.
Prima la popolazione era concentrata al nord di Gaza City, poi è stata costretta a dirigersi a sud. E ancora, come fosse un altro giro di valzer, 800mila civili sono stati evacuati con la forza da Rafah verso il centro del paese, per ammassarsi tra le rovine di Khan Yunis e Muwasi.
Successivamente, prima delle bombe, sono piovuti dal cielo dei fogli di carta dell’IDF, che riportavano la cartina di Rafah con le zone rosse, da sgomberare, e quelle umanitarie, in cui poter restare. Zone così sicure da essere brutalmente attaccate nel raid aereo la notte scorsa.
Israele si difende, gli Usa prendono tempo
Gli obiettivi del bombardamento che ha distrutto l’accampamento dell’Unrwa [L’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi] erano due capi di Hamas, e a Israele tanto basta per giustificare quanto avvenuto: “Nell’operazione aerea sono stati eliminati Yassin Rabia, comandante della leadership di Hamas in Cisgiordania, e Khaled Nagar, un alto esponente della fazione sempre in Cisgiordania”.
Mentre il mondo condanna l’attacco, Israele si difende nel peggiore dei modi, affermando che le conseguenze degli obiettivi militari colpiti, sono state “un incidente” che al momento è “in fase di esame”. A questo punto, è lecito, o forse doveroso, domandarsi quanti altri “incidenti” occorrano affinché si fermi la condotta scellerata del governo Netanyahu.
Alla luce di quanto avvenuto, era attesa una risposta americana che, attualmente, attraverso un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, ha dichiarato “Gli Stati Uniti sono a conoscenza delle notizie su un attacco israeliano a Rafah e stanno raccogliendo maggiori informazioni sulla vicenda”.
Dunque, dal canto suo anche Washington, come l’alleato Israele, prende tempo per esporsi sulla “vicenda”, che in realtà andrebbe chiamata per quello che è: una strage di civili.
Tre giorni fa l’ultimatum della Corte di Giustizia Internazionale
L’attacco al campo profughi è avvenuto all’indomani dell’ultimatum del massimo tribunale dell’Onu che, proprio tre giorni fa, aveva intimato a Israele di “fermare immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione a Rafah”. Per tutta risposta, Tel Aviv ha compiuto l’ennesima strage. E difatti, l’Alto rappresentante dell’UE, Josep Borrell ha ribadito che “Israele sta portando avanti l’azione militare nel sud di Gaza nonostante una sentenza della Corte internazionale di giustizia che invita il paese a fermare immediatamente la sua offensiva”.