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Proseguono senza requie le violenze della guerra civile in Sudan, Paese la cui unità nazionale è messa a repentaglio dall’evoluzione politica e militare di un conflitto risalente ormai a due anni e mezzo e che ha portato con sé uno strascico drammatico di violenze, fughe di profughi e tensioni geopolitiche.

Sudan, due anni e mezzo dopo la guerra continua

Mano a mano che le Forze Armate Sudanesi (Saf), l’esercito regolare fedele al regime militare del presidente Abdel Fattah al-Buhran, e le Forze di Supporto Rapido (Rsf) ribelli di Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti) si sono espanse, la spaccatura dello Stato sull’asse Est-Ovest è andata di pari passo all’evoluzione della contesa tra le due principali potenze attive nel Paese: Turchia e Emirati Arabi Uniti. Due potenze con ambizioni geopolitiche attive oltre il Medio Oriente e fino in Africa, intente in una contesa a distanza che passa per più teatri. Di questi, il Sudan è il più violento.

Abu Dhabi sostiene attivamente, con forniture d’armi e appoggio economico condotti sotto traccia, la ribellione delle Rsf, che negli ultimi mesi dopo la perdita della capitale Khartoum stanno dedicando le loro energie a consolidare la presa sui territori da loro controllati. In particolare, tra la regione occidentale del Kodorfan e il Darfur le Rsf hanno proclamato un loro contro-governo. Una mossa che rischia di aprire la strada a una nuova spartizione del Paese dopo la secessione del Sud Sudan concordata nel 2011, e a una rottura politica di una regione strategica per l’Africa e l’ordine internazionale.

Su X, l’analista specializzato in fonti aperte Clement Molin ha documentato come il governo emiratino stia sostenendo attivamente i ribelli, mentre la Turchia miri a puntellare l’esercito di Khartoum mentre il dramma sudanese può essere letto su tre piani: guerra civile, conflitto di secessione, scontro per procura. Droni d’attacco Bayraktar TB2 di produzione turca martellano le Rsf, che hanno ricevuto oltre 240 voli trasportanti armi e mercenari di sostegno dagli Emirati via Kufrah, in Libia. Recep Tayyip Erdogan e Mohammed bin Zayed hanno mire molto diverse sul Sudan e sull’Africa in generale.

Perché Turchia ed Emirati si contendono il Sudan

Per entrambi gli Stati la proiezione egemonica nell’Africa compresa tra il Mediterraneo Orientale, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano è una priorità. Ne va del controllo delle risorse e delle vie di comunicazione, della possibilità di influenzare la presenza in loco delle grandi potenze globali (Usa, Cina, Russia) in una fase critica per la proiezione africana dei maggiori attori internazionali, della creazione di mercati e zone d’operazione per i rispettivi sistemi militari e dell’industria della Difesa. Ankara e Abu Dhabi sono coinvolte in un confronto serrato che si somma al braccio di ferro tra Turchia e Israele come maggiore rivalità regionale.

La conquista della città di El Fasher da parte delle Rsf è stata di recente accompagnata da violenze efferate ed è stata presentata come una dimostrazione della volontà emiratina di sfidare il governo centrale e proiettare influenza, aprendo alla partizione del Paese consolidando le posizioni di Hemetti nel Nord Darfur. A poca distanza da questo fatto, l’appello a un cessate il fuoco in Sudan da parte delle diplomazie dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Egitto e degli Stati Uniti è arrivato a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu, e si può leggere in questa manovra uno stratagemma tattico avallato da Abu Dhabi per consolidare la situazione. Le Saf hanno respinto al mittente questa proposta, accusando gli Emirati di complicità. E non potrebbero farlo senza la presenza di un garante strategico come la Turchia alle spalle.

La situazione è estremamente problematica. Ankara e Abu Dhabi si confrontano in Libia, dove la Turchia appoggia il governo di Tripoli e vuol sottrarre la coalizione cirenaica del generale Khalifa Haftar dall’influenza emiratina, mentre in Somalia il Paese anatolico vuole blindare l’esecutivo di Mogadiscio e l’unità nazionale contro le secessioni di Puntland e Somaliland, appoggiate da Abu Dhabi.

La complessità dello scenario

Riteniamo a tal proposito importante, sul piano dei potenziali profili di rischio di una prolungata presenza emiratina a sostegno dei ribelli del Sudan, la lettura di Responsible Statecraft sulle minacce di un prolungato conflitto nel Paese:

Oltre al devastante bilancio umanitario, la continuazione della guerra civile mette sempre più a repentaglio la sicurezza regionale, spingendo il Sudan e i suoi vicini in angoli pericolosi dove un errore di calcolo potrebbe innescare un conflitto internazionale. In effetti, un rischio più immediato di uno scontro militare diretto tra Sudan ed Emirati Arabi Uniti è che Khartoum agisca in base a una minaccia 
esplicita di colpire il Ciad o il Sud Sudan, accusandoli entrambi di complicità con le RSF e di facilitare i presunti flussi di armi di Abu Dhabi nel Darfur – minacce che entrambe le nazioni hanno condannato e promesso di affrontare con la forza.

Lo scenario è oltremodo complesso e in evoluzione. Mostra quanto, in un contesto geopolitico competitivo e anarchico, anche le ambizioni di medie potenze di varia taglia possano plasmare archi di crisi di difficile gestione. Il Sudan, a cavallo tra Sahel, asse libico-egiziano, Mar Rosso e Corno d’Africa, è una potenziale mina. E la rivalità Ankara-Abu Dhabi la sta continuamente innestando e rafforzando.

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