Il generale Khalifa Haftar, il “feldmaresciallo” della Libia che ha tenuto in ostaggio i pescatori di Mazara del Vallo per 108 giorni, ha fatto saltare la prima riunione del nuovo governo di unità nazionale libico a Bengasi. Gli uomini del comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), infatti, hanno impedito a una delegazione del cerimoniale della sicurezza governativa proveniente da Tripoli di entrare nel capoluogo della Cirenaica. È di fatto uno schiaffo al premier Abdul Hamid Ddeibah, il politico e imprenditore di Misurata incaricato di traghettare il Paese al voto di dicembre. Ma è un colpo anche contro Aguila Saleh, il presidente del Parlamento libico che – di fatto – ha consentito la nascita del nuovo governo in cambio di alcuni ministri a lui vicini, come la ministra degli Esteri, Najla al Mangush.

Ingresso vietato

Sono stati gli uomini fedeli a Saddam Haftar, il figlio del generale che secondo diversi osservatori potrebbe candidarsi alle prossime elezioni presidenziali (se mai si faranno), a bloccare la corposa rappresentanza della Tripolitania. Secondo il Comando generale dell’Lna, dall’aereo libico non sono sbarcati funzionari governativi, ma miliziani “affiliati a organizzazioni estremiste che non sono non interessati all’unità della Libia e al successo del processo politico”. In altre parole: finché a Bengasi ci sarà Haftar, i miliziani che hanno combattuto la guerra di Tripoli dell’aprile 2019-giugno 2020 (in particolare i membri delle brigate islamiste Ghaniwa e Al Nawasi) non possono mettere piede. Un bel problema per gli sforzi di pace dell’Onu, in particolare per quanto riguarda lo spinoso dossier dell’unificazione delle forze armate.

Manovre sospette

In Libia non si spara più grazie all’accordo di cessate il fuoco raggiunto lo scorso 23 ottobre grazie alla mediazione dell’Onu. Ma gli stivali dei mercenari del gruppo russo Wagner sono ancora ben piantati sul deserto libico e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan continua a inviare truppe. La situazione si è cristallizzata lungo la “linea Maginot” che da Sirte arriva a Jufra, nel centro della Libia, anche se le forze di Misurata hanno registrato “movimento sospetti” delle forze fedeli al generale Haftar lungo l’area di Ash Shwayrif, 350 chilometri a sud-est della capitale, Tripoli, ben oltre la linea del fronte congelato. L’operazione militare “Vulcano di rabbia”, affiliata al precedente Governo di accordo nazionale, ha segnalato un convoglio armato delle forze riconducibili al generale Haftar “composto da 62 veicoli armati, tre camion carichi di munizioni e due sistemi di difesa aerea russi Pantsir a bordo di un camion di fabbricazione tedesca”. Si tratta, nella migliore delle ipotesi, di azioni dimostrative volte a mostrare i muscoli per ottenere maggiore leva negoziale nelle trattative per attuare i punti della tregua di ottobre.

Pattuglie verso sud

In una recente intervista rilasciata al quotidiano panarabo Asharq al Awsat, edito a Londra ma di proprietà saudita, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, Richard Norland, ha detto che i recenti avvenimenti in Ciad “ci ricordano che il governo dovrebbe creare una struttura militare unificata che possa contenere i confini del paese e non permetta che cose del genere accadano (cioè un attacco di gruppo armato al Ciad dai territori libiche)”. Secondo il diplomatico, i miliziani ciadiani del Fronte per l’Alternativa e la Concordia (Fact) che hanno ucciso il presidente Idriss Déby sarebbero stati aiutati dalla Wagner e addestrati dall’esercito di Haftar. Intanto, il generale libico è stato lesto a inviare prima del governo unitario degli esploratori – una quindicina di fuoristrada Toyota, un vecchio velivolo da ricognizione Aermacchi SF-260, una cinquantina di uomini circa secondo l’Agenzia Nova – a presidiare la base militare di Mat’an as Sarah, in pieno deserto a circa 100 chilometri dal confine con il Ciad. Il messaggio di Haftar è chiaro: “il comandante in capo in Libia sono ancora io”.