La Libia si infiamma ancora e, secondo il governo di Tripoli, è ancora il generale Khalifa Haftar a colpire con raid aerei che stanno sconvolgendo non solo la capitale ma anche il sud del Paese. Ieri, le forze del maresciallo della Cirenaica hanno colpito l’aeroporto di Mitiga, l’aeroporto civile di Tripoli che secondo l’Onu è usato per scopi militari dal governo di Fayez al Sarraj. Un bombardamento estremamente pericoloso a cui è sfuggito, miracolosamente, un aereo civile con a bordo 124 passeggeri. Si è rischiata l’ennesima strage.

Strage che invece è accaduta nella stessa giornata di ieri nella località di Murzuk, a sud della Libia. Il portale The Libya Observer attribuisce il raid sempre alle forze di Haftar, che sono state accusate di aver compiuto l’attacco attraverso l’uso di un drone. Mentre Libyan Express parla sempre di un raid delle forze di Haftar, ma questa volta avvenute per mezzo dei caccia. Altri media parlano di 41 morti. Mentre le forze del maresciallo smentiscono categoricamente. In ogni caso, un’altra strage che insanguina la Libia: l’ennesima dopo i violenti scontri di Tripoli e dopo le bombe su Tajoura in cui sono morte decine di migranti detenute in uno dei centri della capitale libica.

Il sangue scorre tra i deserti e le periferie della Libia. E non è un mistero che siamo di fronte all’ennesima escalation di una guerra che sta a tutti gli effetti diventando non solo una guerra per procura, ma anche un conflitto decisamente più terribile di quanto si potesse credere prima del 4 aprile, cioè dal giorno in cui il maresciallo Haftar ha deciso di avanzare verso Tripoli imponendo la sua svolta al conflitto fino ad arrivare allo stallo di queste ore in cui la guerra si compatte ma a suon di raid e attacchi dal cielo con i droni. Una guerra diversa rispetto a quando è esplosa ma decisamente più inquietante e non meno priva di conseguenza anche per la nostra sicurezza: perché è chiaro che l’esplosione della libia non posa non essere un problema anche per qualsiasi governo che siede a Palazzo Chigi.

La domanda, a questo punto, è cosa voglia dimostrare Haftar. In questi giorni, l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamé, non solo ha ripetutamente condannato gli attacchi contro l’aeroporto di Mitiga, definendoli “bombardamenti indiscriminati”, ma ha anche chiesto “una tregua” in vista della Eid al-Adha), la festa del Sacrificio. Una richiesta che però Haftar non sembra aver accolto. Gli aerei e i droni delle forze dell’Esercito nazionale libico hanno infatti colpito Tripoli e Muruzk, mentre la divisione media dello stesso Enl ha confermato che “i combattenti dell’Aeronautica hanno preso di mira un convoglio in partenza da Misurata, in particolare nella regione di Bougrin. Il convoglio comprendeva un certo numero di uomini della milizia e membri dei Consigli della Shura di Bengasi, Derna e Ajdabia affiliati al gruppo dello Stato islamico”. La campagna quindi è universale: dal sud al nord del Paese nordafricano. E l’impressione è che ora Haftar voglia imprimere ancora una volta una prova di forza, probabilmente anche per mostrare agli sponsor internazionali che sono le sue forze ad avere il controllo del conflitto nonostante l’assedio di Tripoli si sia dimostrato fondamentalmente una mossa pessima, in grado non di aiutarlo nel vincere il conflitto ma soltanto di scatenare il caos in tutto il Paese.

Sponsor internazionali, che, in ogni caso, continuano a non condannare apertamente il generale. Anzi, è interessante che proprio mentre Haftar scatenava le sue bombe in Libia, i presidente di Egitto e Francia, Abdel Fatah al Sisi ed Emmanuel Macron, si telefonavano per parlare proprio della crisi nel Paese africano. Al Sisi ha confermato il sostegno alle forze del generale definendo le operazioni dell’Esercito nazionale libico come delle manovre che hanno l’obietto di tutelare “non solo la Libia, ma anche la sicurezza dell’intera regione e del Mediterraneo”. Con una chiosa che non può che far sorridere: la contrarietà dell’Egitto  a “ogni forma di intervento esterno negli affari interni” del paese. Il presidente francese, invece, ha ribadito la volontà di ripristinare la stabilità della Libia. Ma il viaggio di Haftar al Cairo due giorni prima dei bombardamenti è un segnale chiaro: quella del generale non è certo una mossa tesa alla pace. Probabilmente alla pacificazione, ma solo con la regia di Bengasi e soltanto quando saranno risolti tutti i conflitti interni al grande contenitore della guerra in Libia. In primis, quello tra potenze mediorientali. Per Ché se la sfida libica è una proxy war fra Turchia, Qatar, Emirati, Egitto ed Arabia Saudita, è del tutto evidente che l’avanzata di Haftar non si fermerà finché non saranno i governo di rispettivi sponsor internazionali a decidere la fine del conflitto. E nel frattempo, Haftar, indebolito sul fronte politico interno, può comunque rappresentare la scheggia impazzita del Nord Africa, scatenando il caos e minacciando ritorsioni su tutte le potenze regionali coinvolte nella guerra. Un giochino che piace ad alcune potenze: ma non a tutte. In particolare all’Italia.

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