Lo Stato islamico si risveglia in Libia e colpisce le forze del generale Khalifa Haftar. Attraverso l’agenzia di propaganda Amaq, il Califfato ha rivendicato il raid contro le forze dell’Esercito nazionale libico a Sebha, nel sud del Paese. L’agenzia dell’Isis parla di “soldati del califfato” che hanno attaccato “gli infedeli e gli apostati” dell’uomo fronte della Cirenaica.

L’attacco, in cui l’Isis dice di aver ucciso 16 membri delle forze di Haftar (di diverso parere le forze dell’Lna che parlano di nove cadaveri recuperati), è avvenuto a pochi giorni dal video con cui il redivivo Abu Bakr al Baghdadi elogiava l’attacco avvenuto a Fuqha, nel sud della Libia.

Le ricostruzioni dl’attacco sono diverse. Le fonti dell’autoproclamato esercito nazionale libico hanno riferito di aver recuperato un cadavere sgozzato, quasi a voler ribadire che si sia trattato di un’esecuzione di matrice jihadista. Altri cadaveri, riporta invece Osama al Wafi, portavoce della struttura medica di Sebha, sono stati colpiti “al petto e alla testa”. Secondo le accuse, si tratta sicuramente di un assalto jihadista. E molti puntano il dito sui ribelli ciadiani, gli stessi che a sud della Libia sono stati bombardati dai caccia francesinell’ambito dell’operazione Barkhane.

L’annuncio di Amaq segna in ogni caso una svolta importante nel conflitto libico perché ripone l’accento su un elemento che è stato sempre sottovalutato: l’avvento di Daesh nel conflitto libico. Presenza latente, ma costante, l’Isis può rappresentare una chiave di volta fondamentale per comprendere l’attuale crisi in cui versa il Paese nordafricano, dal momento che tutti ripetono di essere i veri avversari del terrorismo islamico. E lo stesso Donald Trump ha telefonato direttamente al generale della Cirenaica, le scorse settimane, per riconoscere il suo ruolo nella lotta al terrorismo.

La questione quindi è particolarmente importante perché dimostra come l’Isis possa effettivamente non solo trovare terreno fertile, ma anche diventare decisivo nel capire come si spostano le forze e anche lo stesso coinvolgimento delle grandi potenze nello scenario di guerra. In primis gli Stati Uniti, visto che in Iraq e in Siria sono intervenuti guidando la Coalizione internazionale basandosi proprio sul mandato dalla guerra al terrorismo interazionale. Diverso il caso della Russia, che sì combatte l’Isis in Siria, ma lo ha fatto su esplicita richiesta del governo di Damasco, cosa che risulta molto più difficile in Libia, dove le fazioni non detengono il controllo reale del Paese. E così vale anche per altri Stati arabi ed europei che sono coinvolti nel conflitto libico: una guerra che sta assumendo sempre più i caratteri di una guerra per procura in cui il Califfato, come in Siria, rappresenta un fattore determinante per le sorti del conflitto e del controllo del territorio.

Per l’Italia, il potenziale risveglio dell’Isis assume due connotati diversi. Da una parte, il fatto che il Califfato colpisca le forze di Haftar e che sia Trump che Vladimir Putin considerino il generale come un ostacolo all’avanzata del terrorismo islamico, rende difficile per l’Italia condannare le operazioni del maresciallo della Cirenaica: almeno tout-court. E infatti non è un caso che ultimamente , dopo le ferme condanne di Roma all’escalation di Tripoli, siano arrivati prima i contatti con Bengasi poi la nuova apertura da parte di Enzo Moavero Milanesi che ha parlato esplicitamente di politica “inclusiva” in cui Haftar rappresenta elemento essenziale. E del resto non potrebbe essere altrimenti.

C’è poi un ulteriore dettaglio da non sottovalutare. La guerra in Libia è anche una guerra per procura fra monarchie del Golfo e potenze mediorientali, che sono spesso coinvolte nell’esplosione dello jihadismo. Haftar riceve finanziamenti e supporti logistici palesi da Arabia Saudita ed Emirati Arabia Uniti, potenze del Golfo che in altri conflitti hanno apertamente sostenuto milizie di matrice islamista. Dall’altro lato, è fortemente contrastato da Qatar e Turchiache, anche  con il sostegno della Fratellanza musulmana, a loro volta sostengono formazioni islamiste in varie parti del globo. E, proprio per tornare allo scenario siriano, non va dimenticato che tutte le potenze menzionate abbiano avuto una milizia o un movimento ribelle islamico radicale che sostenevano. Se anche la Libia entra in questo gioco, l’insorgenza dello Stato islamico, legato potenzialmente a doppio filo ad Al Qaeda nel Maghreb, potrebbe essere determinante nello scenario.

Terzo elemento da tenere in considerazione: il rischio diretto per l’Italia. Per molti mesi, il governo ha battuto sul tasto del terrorismo islamico in Libia come minaccia primaria per il nostro Paese. Di recente, il ministro dell’interno Matteo Salvini, sostenuto da documenti dell’intelligence italiana, ha confermato la necessità di fare in modo che dalla Libia non partano flussi ingenti di barconi verso il nostro Paese perché potrebbero infiltrarsi anche jihadisti. L’allarme è una costante delle ultime dichiarazioni dell’Interno. E l’insorgenza dell’Isis nel sud della Libia è un segnale estremamente importante. E la domanda sorge spontanea: riuscirà il già debole Fayez al-Sarraj a resistere anche all’ascesa del Califfato dopo che Mosca e Washington hanno eletto Haftar a protagonista della lotta al terrorismo? Intanto, dopo la rivendicazione dell’Isis su Amaq, è arrivato anche un’altra strana rivendicazione: le milizie legate a Sarraj hanno detto di essere loro ad avere ucciso i soldati del maresciallo. Una strana lotta fra bande.