L’Italia leva le tende da Misurata? A confermare l’ipotesi è il ministero della Difesa, senza parlare di ritiro ma di semplice trasferimento. “L’ospedale verrà spostato in un’area più funzionale”, si legge tra le righe di un comunicato del dicastero di Via Venti Settembre dopo la visita di Lorenzo Guerini in Libia. La nuova destinazione è top secret, ma è molto probabile che i circa 300 militari italiani saranno dispiegati a Tripoli, la capitale liberata lo scorso giugno dall’assedio del generale Khalifa Haftar.

I libici hanno esplicitamente chiesto a Roma di trasformare l’ospedale da campo in un centro per la lotta contro il nuovo coronavirus che ha duramente colpito anche l’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi. Dislocata nel 2016 presso l’Accademia aeronautica di Misurata per curare i miliziani feriti nella guerra contro le bandiere nere dello Stato islamico a Sirte, la struttura sanitaria e militare italiana si trasferirà quindi più a ovest, lontano dalla nuova linea del fronte del conflitto che contrappone il Governo di accordo nazionale (Gna) e l’Esercito nazionale libico.

Lo zampino dei turchi

Dopo aver salvato centinaia di libici feriti nelle battaglie contro il califfato, i medici, gli infermieri e i tecnici italiani provenienti per la maggior parte dal Policlinico Militare “Celio” di Roma si sono concentrati sulla popolazione civile, operando visite specialistiche e interventi chirurgici complessi. Un lavoro di eccellenza molto apprezzato dalle autorità e dalla popolazione locali. Anche perché la Task Force Ippocrate – inquadrata nella Missione bilaterale di assistenza e supporto italiana in Libia (Miasit) ai comandi del generale di brigata Maurizio Fronda – è rimasta al suo posto anche sotto le bombe di Haftar e nonostante le minacce dei suoi portavoce.

La struttura di Misurata, del resto, non ha solo una valenza simbolica ma anche tattica e lo conferma la presenza nel quadrante di almeno una fregata italiana classe Fremm al largo della cosiddetta Sparta libica. Ma allora perché spostarsi da Misurata? Dietro il trasferimento potrebbe esserci lo zampino dei turchi. Non è un mistero che le autorità di Tripoli stiano discutendo con Ankara la possibilità di concedere alla Turchia una base militare a Misurata, anche se si tratterebbe di una base navale e non aerea. Come rivelato da Il Giornale, alcuni giorni fa i nostri militari giunti per un cambio del contingente a Misurata sono stati rimandati indietro con la scusa che non avevano il visto d’ingresso. “Segnali piccoli e grandi, ma pure pericolosi, che i turchi non ci vogliono fra i piedi in Libia. A Misurata hanno messo gli occhi sull’aeroporto, dove abbiamo da anni il nostro ospedale da campo”, ha spiegato una fonte militare del Giornale.

Ci spostiamo a Tripoli, ma dove?

L’ospedale, come indicato dal ministero della Difesa, verrà spostato in “un’area più funzionale”. Fonti libiche hanno spiegato a InsideOver che la Task Force potrebbe essere spostata a Tripoli, ma non è ancora chiaro dove. Le possibilità sono almeno tre:

  • l’aeroporto di Mitiga, unico scalo aereo attualmente in funzione nella capitale, situato in un sobborgo orientale lungo la costa;
  • l’aeroporto internazionale di Tripoli nella parte meridionale della città, ma va ricostruito e sminato dopo i gravi danneggiamenti subiti in ben due conflitti armati;
  • la base navale di Abu Seta, a qualche chilometro dal porto commerciale dove c’è la nave militare italiana Caprera.

Delle tre ipotesi, la più suggestiva e forse l’unica che giustificherebbe davvero il trasferimento da Misurata è la seconda. L’aeroporto internazionale, infatti, è una infrastruttura strategica, già teatro nel luglio del 2014 della guerra fratricida fra Misurata e Zintan, le due città-Stato rivali protagoniste della prima guerra civile post-rivoluzione del 2011. La battaglia aveva infine visto vittoriose Misurata e le milizie islamiste alleate di Tripoli, al prezzo però della devastazione dell’intero aeroporto. La ricostruzione è stata affidata quattro anni dopo al consorzio italiano Aeneas. Il progetto è stato ufficialmente inaugurato nel luglio del 2016 da Sarraj e dall’allora ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone. La commessa del valore totale di 79 milioni di euro prevede la costruzione di due terminal: uno nazionale e uno internazionale, completi di tutti gli impianti per permettere l’apertura di questo aeroporto che, almeno nelle intenzioni, dovrà gestire l’arrivo e la partenza di sei milioni di passeggeri. Ma l’offensiva di Haftar lanciata nell’aprile del 2019 ha fermato tutto e lo scalo è stato ulteriormente devastato dagli scontri con armi leggere e pesanti.

L’Italia potrebbe ora replicare a Tripoli l’esperienza dell’ospedale a Misurata, ma l’aeroporto internazionale è ancora fuori uso e ci vorranno diversi mesi prima che torni operativo. Sperando che il tafazzismo italico non ci porti a lasciare la Tripolitania alla completa mercé del nuovo “sultano” Recep Tayyip Erdogan, quasi 110 anni dopo la guerra italo-turca combattuta (e vinta) contro l’Impero Ottomano.

Aggiornamento del 07 agosto 2020, ore 17:30

Dopo la pubblicazione dell’articolo, una fonte qualificata ha rivelato a InsideOver che il ritiro non sarà totale. L’ospedale rimarrà a Misurata, ma in un’area diversa e più adeguata per farvi accedere la popolazione locale. Allo stesso tempo verrà potenziata la collaborazione con la sanità militare anche a Tripoli, in una struttura da individuare, forse vicino all’aeroporto internazionale.

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