“La tregua regge solo di nome”. Lo afferma l’inviato speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamè, denunciando le continue violazioni degli accordi di Berlino; auspicando che la commissione militare congiunta si incontri sotto l’auspicio delle Nazioni Unite per giungere definitivamente al cessate il fuoco e ad una soluzione politica, la preghiera giunge a tutti i principali attori internazionali nell’area, unitamente alla richiesta di smettere di armare i belligeranti. Nel frattempo, a causa del blocco imposto dalla forze del generale Khalifa Haftar, la produzione di petrolio libico è scesa a poco più di 288 mila barili al giorno (28 gennaio) rispetto agli oltre 1,2 milioni precedenti alle chiusure scattate una decina di giorni fa. La perdita economica cumulata è salita a più di 562,3 milioni di dollari. Lo annuncia su Twitter la Compagnia petrolifera nazionale (Noc) libica. L’Algeria, in queste ore, si propone per accogliere “un forum di riconciliazione nazionale” tra i protagonisti della crisi: lo ha annunciato il comitato dell’Unione africana (Ua) riunitosi a Brazzaville.

Tutti contro tutti

La Libia sta di nuovo precipitando in una guerra totale nonostante una tregua provvisoria forgiata dalle potenze internazionali, con notizie di attacchi aerei contro strutture aeronautiche e una ripresa del fuoco lungo i fronti dell’ovest del paese. In questi giorni, i combattimenti lungo le linee di battaglia che circondano la capitale, Tripoli, e vicino alla terza città più grande del paese, Misurata, si sono intensificati dopo settimane di relativa calma sulla scia della tregua del 12 gennaio imposta da Russia e Turchia, patrons del momento. Dal 12 gennaio sono state registrate più di 110 violazioni.

Secondo Salamè, circa 149mila persone sono state costrette a lasciare le loro case nelle vicinanze di Tripoli dallo scoppio del conflitto. Nel frattempo, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha sospeso le sue attività presso le strutture che ha istituito, perché la sicurezza non è garantita a causa delle attività di formazione svolte vicino al centro, oltre alla ricezione di rapporti affidabili che denunciano gravi violazioni dei diritti umani in quel di Sirte. Il rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite per la Libia è giunto a Bengasi per incontrare il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), generale Khalifa Haftar, a Rajma. L’obiettivo dell’incontro fra il diplomatico e l’uomo forte della Cirenaica è sollecitare l’invio dei membri della Commissione militare congiunta a Ginevra, dove è attesa una riunione con le controparti designate dal governo di Tripoli.  Nel suo recente briefing al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Ghassan Salamè ha dipinto un cupo ritratto delle violazioni della tregua che hanno portato alla morte di diversi studenti durante i bombardamenti di questa settimana e ha avvertito che il conflitto potrebbe scatenare un’ondata di rifugiati senza precedenti. Dal canto suo, l’ondivago generale Haftar non demorde e passa al contrattacco: “Sono 3mila i mercenari da Siria e Turchia trasportati nelle città libiche”, gli fa eco il portavoce dell’esercito nazionale libico,  Ahmed Al Mismari, in conferenza stampa, aggiungendo che “sono stati individuati mercenari siriani alla base di Al Assa, sul confine con la Tunisia”. Secondo Mismari la Turchia starebbe permettendo a elementi di Daesh e di Al-Qaeda di insediarsi sulla costa libica. Ankara, invece, si scaglia contro le accuse del presidente francese Emmanuel Macron a Recep Tayyip Erdogan di aver violato la tregua in Libia, inviando altri mercenari siriani. “Se la Francia vuole contribuire all’attuazione delle decisioni prese alla conferenza di Berlino, deve per prima cosa smettere di sostenere Haftar”, come sta facendo “in modo incondizionato per poter dire la propria sulle risorse naturali in Libia”, ha dichiarato il ministro degli Esteri turco.

L’Unhcr in difficoltà

Nell’inestricabile groviglio libico anche le missioni umanitarie si arrendono. La chiusura del centro per rifugiati e richiedenti asilo nel centro di Tripoli potrebbe ulteriormente limitare la protezione dei migranti frequentemente sottoposti ad abusi, tra cui torture e lavoro forzato, sia dentro che fuori dalla detenzione. Il Gathering and Departure Facility (Gdf) dell’Unhcr, che ospitava quasi 1.000 persone, ha dovuto lavorare tra enormi difficoltà in una città controllata da gruppi armati. Purtroppo l’Unhcr non ha avuto altra scelta che sospendere il lavoro dopo aver appreso che esercitazioni di formazione, che coinvolgono personale di polizia e militare, si svolgono a pochi metri dalle unità che ospitano richiedenti asilo e rifugiati. La costa occidentale della Libia è stata uno dei principali punti di partenza per i migranti che tentano pericolose traversate marittime verso l’Europa, sebbene il numero di partenze sia diminuito drasticamente da metà 2017. Il paese ha una popolazione migrante che conta centinaia di migliaia e diverse migliaia sono trattenute in centri di detenzione dentro o vicino a Tripoli che sono stati lasciati incustoditi o colpiti da artiglieria o attacchi aerei in mezzo ai combattimenti. A luglio, ad esempio, un attacco aereo ha colpito un centro di detenzione nel distretto di Tajoura di Tripoli, situato nello stesso complesso dell’officina di riparazione di veicoli di un gruppo armato, uccidendo almeno 53 migranti. L’Unhcr ha dichiarato, tuttavia, che le sue operazioni in Libia sono ancora in corso e la sua assistenza ai rifugiati rimane invariata nonostante la sospensione del lavoro presso il Gathering and Departure Facility: “Restiamo in Libia e restiamo impegnati. Rimaniamo impegnati a sostenere i rifugiati, i richiedenti asilo, gli sfollati in Libia” ha dichiarato il capo missione in Libia, Jean-Paul Cavalieri su Facebook. L’Unhcr ha iniziato a trasferire decine di rifugiati altamente vulnerabili, che sono già stati identificati per il reinsediamento o l’evacuazione in Paesi terzi.