La Turchia si è messa in moto per impossessarsi di una gigantesca base aerea in Libia occidentale; la prima nelle mani di Ankara situata lungo la costa nordafricana e ciò potrebbe diventare un problema molto serio per la stabilità nel Mediterraneo meridionale.

La base, nota come “al-Watiya” ma spesso indicata col nome “Uqba ibn Nafi” in onore di un condottiero islamista, è situata nel distretto di Nuqat al-Khams, 25 km a est del confine con la Tunisia e un centinaio di km a sud-ovest della capitale,Tripoli.

La base era stata strappata ai militari dell‘Lna del generale Haftar dalle milizie del Gna supportate dai turchi ed ora sarà proprio Ankara ad impossessarsene, consapevole dell‘importanza logistica e strategica del sito. La base è infatti pesantemente fortificata, include una stazione di rifornimento, diversi depositi per armi, hangar, due piste di decollo e atterraggio, una zona residenziale per il personale e può ospitare fino a 7 mila militari.

Situata in una posizione strategica, la base permette a chi ne è in possesso di controllare sia la vasta area che corre lungo il confine tra Libia, Tunisia e Algeria, sia la costa mediterranea che da Misurata arriva fino alla Tunisia.

L’intenso traffico aereo turco in Libia

Fonti israeliane hanno indicato un’intensa attività aerea turca in Libia: aerei del 222° squadrone, C-130 (con più di quattro voli nell’arco di 24 ore), Boeing 737 dell’aeronautica militare, velivoli addetti al controllo radar, Beechcraft Super King ed anche un Ilyushin IL-76 del Gna arrivato da Istanbul. In aggiunta venivano anche segnalati aerei qatarioti in viaggio verso Tripoli.

E’ poi noto che caccia turchi e droni hanno più volte preso parte ai bombardamenti contro le truppe dell’Lna. Insomma, il ponte aereo tra Ankara e Tripoli è sotto gli occhi del mondo intero e mette in serio imbarazzo un Onu che se da una parte reclama l’embargo sulle armi in Libia, dall’altra si dimostra assolutamente impotente davanti alla prepotenza di Erdogan che ha siglato un accordo di cooperazione militare proprio con quel Gna di Serraj riconosciuto e sostenuto dallo stesso Onu.

Erdogan dal canto suo sfrutta proprio questo riconoscimento per giustificare il suo sostegno a un Gna che ha però assunto forme ben lontane da quelle che lo contraddistinguevano quando l’Onu decise di sostenerlo. Oggi infatti il Gna non è altro che un regime-fantoccio di Ankara, guidato dai Fratelli Musulmani.

Le dinamiche rivelatesi in Libia in seguito all’arrivo dei turchi è il medesimo visto in Siria, con il rifornimento di armi, mezzi militari e “consulenti” ma anche con il trasferimento di mercenari e jihadisti; l’unica differenza è che stavolta gli “aiuti” di Ankara sono inviati a sostegno degli islamisti del Gna.

Un ponte aereo che nonostante sia palesemente sotto gli occhi di tutti, sembra non preoccupare l’Africom, il comando statunitense in Africa, che ha invece lamentato la presenza di jet militari russi in Libia , ma non ha menzionato la presenza di quelli turchi. InsideOver ha provato a contattare il comando di Africom per delucidazioni ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Erdogan è stato abile finora a tenere i piedi su due staffe, un po’ con la Nato e un po’ con Mosca. I due partner dal canto loro hanno dimostrato di essere estremamente ambigui, con i russi che prima bombardano i jihadisti filo-turchi e poi stringono accordi con Ankara in Siria; dall’altro la Nato accusa la Turchia di allinearsi con Mosca e comprare missili, ma dall’altro la spalleggia in Siria in chiave anti-Assad e in Libia a sostegno del Gna.

Una Nato che però non sembra così coesa in Libia, con la Francia che tende verso Haftar mentre l’Africom punta il dito contro Mosca e l’Italia organizza incontri con l’intelligence del Qatar e viene accusata dall’Lna di curare i jihadisti presso l’ospedale militare italiano a Misurata (in linea con quanto facevano i turchi con i jihadisti siriani).

La Libia come la Somalia e il fallimento italiano

Dal punto di vista strategico è evidente come la Turchia stia cercando di replicare in Libia quanto già fatto in Somalia, dove oramai non si muove nulla senza il consenso di Ankara. La vicenda della liberazione di Silvia Romano lo ha del resto dimostrato, con l’intelligence turca che ha svolto un ruolo fondamentale, tanto che la Romano è stata immortalata mentre indossava un giubbotto anti-proiettile turco subito dopo la liberazione.

Il consolidamento militare turco in Libia è sempre più evidente e il controllo della base aerea di al-Watiya è un passo di estrema importanza che fornisce ad Ankara la supremazia sullo spazio aereo libico occidentale e sulla costa del Mediterraneo. Una presenza che va anche in questo caso a danno dell’Italia, come già successo in Somalia. In poche parole, Roma lascia il terreno ai turchi e le motivazioni non sono ben chiare.

Una cosa è certa, se Ankara già ricattava l’Unione Europea col flusso di immigrati provenienti dalla rotta balcanica, con un suo controllo anche sulla rotta meridionale la situazione non può che peggiorare ed è un problema che riguarderà tutta Europa, non soltanto l’Italia. Non bisogna inoltre dimenticare che la Turchia ha spalleggiato e continua a spalleggiare estremisti islamisti e jihadisti sia in Siria che in Libia ed anche questo potrebbe diventare un serio problema nel breve e medio termine per l’Europa.

La Nato sembra però non rendersi conto di ciò, accecata da un’obsoleta “russofobia” eredità della Guerra Fredda  che le impedisce di vedere i reali pericoli che sono però palesemente evidenti.

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